Una, cento, mille verità

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Ho letto e riletto, con attenzione, l’intervista che Ciriaco De Mita ha rilasciato a Repubblica nelle pagine regionali del quotidiano diretto da Ezio Mauro. Finalmente, mi sono detto, c’è ancora un giornalismo educato ma irriverente, non seduto, nè servile, utile a far comprendere che cosa si agita nella mente dei soggetti. Mi sono chiesto, prima ancora di entrare nel merito delle dichiarazioni rese, perché il leader di Nusco è così critico nei confronti del Pd e di quei “ragazzi” che guidano quel partito. Non sarebbe forse più giusto, ho pensato, che egli si interessasse dell’ Udc, che, tutto sommato, è diventato un partito personale, ridotto, anche grazie al suo contributo, a cifre da prefisso telefonico? In fondo chi fa politica, e De Mita è un divoratore di questa materia, è bene che s’interessi prima dei fatti di casa sua e poi di quelli degli altri. In realtà, io penso che De Mita si senta orfano di una grande forza politica, capace di disegnare strategie e resistere agli urti violenti che sono proprio della competizione tra partiti ed esprima la sua critica come colui che con l’anima è dentro il Pd, ma ne è contro per pudore, avendo scelto di non farne più parte. Freud lo spiegherebbe molto meglio. Ciò premesso, mi consento di fare alcune notazioni sulle dichiarazioni del leader di Nusco che, a mio avviso, non sono del tutto condivisibili, anche se apprezzabili per la lucidità con cui esse sono espresse. De Mita, non ha torto, soprattutto se fa riferimento a Napoli e all’Irpinia, nel sostenere che il Pd non esiste perché esso “ è senza pensiero”. Di più: “è un’associazione di dilettanti”. Gli si può forse dire che questo non risponda alla realtà? Certamente non credo. Ma se questo è, purtroppo l’errore viene da lontano. La fusione a freddo che ha dato vita ad un partito dalle culture prima contrapposte, non ha funzionato. Tuttavia essa è il prodotto di una vecchia classe dirigente politica che non ha saputo, o voluto, continuare nell’esperienza maturata, scegliendo, semplificando, una scorciatoia per lo stare insieme. Immaginando che solo così si potesse superare la crisi che aveva travolto i partiti storici. Non a caso oggi il premier Renzi non esprime una cultura politica, essendo depositario di un consenso fortemente emotivo. I continui tentativi di costituire una forza di centro e la sofferenza della sinistra nel condividere il tecnicismo renziano sono la prova di un disagio politico il cui superamento può avvenire solo attraverso una ricomposizione ideale delle forze in campo. Per tornare a De Mita: il pensiero c’è, quando c’è un progetto di Paese da condividere e non per volontà dello Spirito Santo. Forse sarebbe stato decisamente più coraggioso, dopo il vissuto democristiano, rinverdirne l’esperienza più che saltare da quel Ppi strozzato nel sonno, alla fallimentare Margherita rutelliana, per approdare, infine, al Pd renziano. Tutto questo ha determinato la cancellazione del pensiero ed oggi, a me sembra, è un errore annullare la memoria. De Mita, sempre nell’intervista citata, afferma: “Non c’è nessun politico che ha fatto crescere classe dirigente come ho fatto io”. Dire il contrario sarebbe come bestemmiare, anche se una simile azione, per la verità meno corale, l’aveva già svolta Fiorentino Sullo. E qui mi permetto di recuperare dalla memoria il fatto che De Mita, Bianco, Gargani, Mancino, Aurigemma ed altri ebbero origine dallo statista di Castelvetere, anche se dopo si ribellarono ai suoi metodi, organizzando scientificamente la scalata al potere. Pongo a me stesso una domanda: perché quella classe dirigente, di cui si fa vanto, giustamente, Ciriaco De Mita, si è frantumata? Chi, e perché, ha rotto quella solidarietà che aveva consentito all’Irpinia di esprimere il meglio della classe dirigente del Paese? E ancora: perché mai chi ha avuto la possibilità di far nascere una nuova classe dirigente politica non si è poi impegnato allo stesso modo in cui aveva fatto nel passato? E’ stato forse il pensiero della conquista del potere ad ogni costo a far ritenere che tutto ciò che emergeva nel panorama politico irpino fosse incapace del ruolo di rappresentanza politica? Di fatto l’assenza di una vera classe dirigente è il prezzo che si paga oggi di fronte allo spettacolo indecente che offre l’Irpinia, a cominciare dal ruolo marginale che svolge il capoluogo. Sarebbe interessante conoscere le motivazioni per cui processi interessanti, come quello ad esempio della selezione della classe dirigente, d’un tratto si sono bloccati. Anzi hanno finito per esprimersi con scelte familistiche e clientelari. Veniamo, per ultimo, al caso De Luca (il governatore della Regione). Qui De Mita, nell’intervista citata, propone una sua verità. Dice che, in sostanza, Vincenzo De Luca era il meno peggio di fronte ad una scelta per la guida della Regione. Sono d’accordo con lui e credo che al momento del voto non vi fossero condizioni alternative. La sola cosa che non mi convince è come sia avvenuto il cosiddetto Patto di Marano, che, comunque si voglia definire, appare ai più come un patto di potere, nel peggiore stile di quel meridionalismo trasformistico e clientelare. Se non avessi il giusto riguardo nei confronti di Ciriaco De Mita, mi sarei astenuto dal fare queste minime considerazioni. Ma, consentitemi: a me piace il linguaggio della verità, che è uno solo, non cento o mille. Ritengo doveroso manifestare il dubbio quando esso si presenta e non farmi vincere da quella suggestione che rende servili e traditori. Pensate che sono pochi coloro che la pensano come me? Non credo. A cominciare dallo stesso leader di Nusco che ripete spesso di preferire quella solitudine nella quale si rifugge. Perché la saggezza e l’età sono un tesoro inestimabile che rende liberi e si proietta nel bene comune.

edito dal Quotidiano del Sud

di Gianni Festa