Se il mondo ti crolla addosso

0
328

 

Quando pensi che il mondo ti sia crollato addosso e che davanti non vedi prospettiva di rinascita, ecco, d’improvviso, avanzare una sorpresa che ti riporta al desiderio di credere. E tutto ciò che era stato, pur in una dimensione straordinaria, diventa memoria, ricordo. Da conservare e custodire gelosamente, come energia capace di rinnovare senza più errori del passato. Ho fatto questa considerazione in un Natale ormai alle spalle, allorché in molti punti della nostra Irpinia si sono accese fiammelle di solidarietà che, sia pure per poco, ci hanno riconciliato con lo spirito. Cosa molto difficile di questi tempi in cui la paura si coniuga con l’egoismo e diventa sempre più raro schierarsi dalla parte degli ultimi. Certo, sono ancora troppo poche le luci necessarie ad illuminare la povertà e a fare in modo che essa possa trovare risposte decise, ma è già qualcosa ritrovare la capacità di stendere una mano verso chi è stato nella vita meno fortunato. Un ruolo decisamente propositivo lo ha svolto la chiesa che, sulla spinta e il monito di Papa Francesco, rompendo ogni forma di chiusura, si è aperta all’indigenza. Un esempio di questo comportamento è venuto da Capocastello di Mercogliano, dove un parroco di trincea, don Vitaliano, ha fatto dell’accoglienza un sincero comandamento. Vedere tanti immigrati nella notte della vigilia di Natale con il sorriso è una scena commovente per chi legge nei loro occhi il dramma di una radice spezzata. Lì si è toccato con mano che cosa vuol dire essere fratelli in Cristo e, per chi non è credente, il superamento delle differenze. E come per don Vitaliano, altri testimoni in altri comuni irpini hanno dato un grande esempio di solidarietà. Viviamo in un mondo in cui la voracità del possesso scatena guerre e violenza. Il petrolio del Medio Oriente sta tingendo di nero, per volontà delle superpotenze, una terra di antiche civiltà e di immensa cultura. Le religioni vengono usate come strumento di divisione, dando vita ad un fanatismo non più comprensibile. Né sopportabile. Tutto sembra far parte di un circolo vizioso nel quale si agitano sentimenti di odio e di violenza. Sono i più deboli a pagare. Popoli e bambini inermi vengono annientati, mentre le forze del male prendono il sopravvento, creando angoscia in ogni parte del mondo, con azioni terroristiche difficilmente controllabili. In questo contesto la nostra Italia rischia molto. Non solo perché è sede di antica religiosità cristiana, ma anche perché i suoi simboli sono di tale straordinaria bellezza da far salire sempre più il livello della sfida. Le sei Domus a Pompei, inaugurate alla vigilia di Natale dal premier Renzi, sono un piccolo scrigno di questo Paese dalle bellezze straordinarie. Eppure, proprio in questo nostro paese, molto resta ancora da fare sul piano dell’eguaglianza sociale. Si pensi allo sfascio della sanità, in particolare nelle regioni meridionali. Ai costi insopportabili che lievitano per la scarsa qualità della classe dirigente politica, spesso in combutta con i poteri criminali. Non solo. Si pensi alla mancanza di centri di alta specializzazione e di ricerca, mentre aumentano sempre di più i cosiddetti “viaggi della speranza” verso il Nord e non solo. Gli anni più recenti sono stati vissuti all’insegna della cancellazione dello stato sociale, con l’illusione che in esso si annidassero le ragioni dell’aumento del deficit di bilancio statale e non, invece, in quella montagna di sprechi che hanno accompagnato il malcostume della politica. Così ancora una volta sono stati i meno abbienti a dover pagare un costo sociale. Non va d’altra parte, dimenticato che in questi ultimi anni una nuova realtà, difficilmente immaginabile, si è presentata davanti ai nostri occhi: l’emigrazione. L’Italia, più degli altri paesi, ha vissuto questa emergenza tra non poche difficoltà. Ma anche senza una progettualità capace di regolamentare i flussi e le risorse. Ancora oggi gli immigrati, in alcuni Comuni, anche dell’Irpinia, sono guardati con diffidenza e punte di paura, mentre, la nostra storia di popolo di emigranti, ci dovrebbe suggerire ben altro atteggiamento. Ma, come dicevo all’inizio, gli errori che si commettono nel passato devono servire da lezione per il futuro. Davanti a noi si spalancano le porte di un nuovo anno. Lo sforzo che ciascuno deve compiere è quello di contribuire a far deporre le armi per conseguire l’obiettivo della pace. Troppe guerre insanguinano il pianete, anche se per molte di esse non c’è una grande ribalta. Occorre ispirarsi ai valori fondanti della comunità civile e proiettare la propria azione con il pensiero rivolto al superamento delle differenze, alle grandi battaglie per una giustizia sempre più giusta, per una società civile che si senta sempre impegnata nel costruire una solida convivenza delle comunità. C’è un grande lavoro da fare soprattutto nelle regioni meridionali affinché esse non si distanzino sempre più da quelle del nord. E’ una sfida alta, antica e mai risolta. Per far questo occorre mobilitare le coscienze, non arrendersi alla malapianta che tiene prigioniero il territorio, impegnandosi a selezionare una nuova classe dirigente capace di restituire dignità alla politica che ha perso credibilità e, molte volte, anche l’onore. A mio avviso occorre invertire quella tendenza che ancora oscilla tra la rassegnazione e la prepotenza, restituendo al concetto del fare il valore del bene comune.

edito dal Quotidiano del Sud

di Gianni Festa