Il calcio tra scommessa e sogno

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Tra due giorni il derby tra Avellino e Salernitana riempirà lo stadio Partenio- Lombardi come ai vecchi tempi. Sono passati quasi quarant’anni dalla serie A targata Iapicca. Un velo di nostalgia ripensando ad un mondo in bianco verde in campo e in bianco e nero in TV. Stadi pieni e le partite della domenica raccontate con la voce della radio. Oggi è la televisione a pagamento a dettare il calendario del campionato. Gare spalmate lungo tutto il week end e che spesso si giocano anche il lunedì. La schedina è stata sostituita dalla velocità delle scommesse sportive. L’attesa per i risultati letti da Paolo Valenti nel suo “novantesimo minuto” fa parte di un passato che non tornerà. Il declino della vecchia schedina mette nei guai il Coni che in larga parte veniva finanziato proprio dagli introiti derivanti dal Totocalcio. Quei soldi non ci sono più e il sistema si è modulato diversamente. Oggi sono i diritti TV a sostenere l’intero apparato ma è evidente che prima o poi dovranno essere individuate altre fonti di reddito. Una possibile risorsa è lo stadio. I nostri impianti sono vecchi e obsoleti. In serie A solo Juventus e Udinese hanno uno stadio di proprietà come accade ai maggiori club europei ma il resto delle nostre squadre è in netto ritardo. Risultato, con palcoscenici scomodi la gente resta a casa e gli spalti, tranne nelle partitissime, restano vuoti. Divano e salotto hanno sostituito le vecchie gradinate e sono passati quasi cinquant’anni da quando Adriano Celentano cantava: eravamo in centomila a guardare Inter-Milan. Altri tempi. Oggi gli stadi quelli nuovi ed accoglienti sono piccoli. Non più centomila ma quarantamila posti. Si vince in campo e il tifoso sogna di vincere anche scommettendo. Adesso lo si può fare su tutto, cinquant’anni fa invece l’unica speranza era legata al mitico “tredici”. Un paese completamente diverso da quello di adesso. Un’Italia uscita dalla guerra, dalle macerie, una nazione povera tanto che perfino il Presidente del Consiglio De Gasperi in partenza per la conferenza di Pace di Parigi, deve farsi prestare il soprabito dal ministro Piccioni. Sono gli anni del grande Torino di Valentino Mazzola, del pallone di cuoio marrone, di atleti che giocano per la maglia e non per i soldi. La schedina è una invenzione di un giornalista ebreo triestino Massimo Della Pergola che scommette sulla grande passione degli italiani per il gioco. Una scommessa vinta. Nata nel 1946 in sole due stagioni, la Sisal (così si chiamava allora) raddoppia gli incassi e così il Presidente della Repubblica Einaudi con un decreto la nazionalizza nel 1948 e il ministero le dà un nuovo nome: totocalcio. Per vincere bisogna indovinare tredici risultati comprese gare di serie B e serie C. I segni sono semplici: 1 per la vittoria, x il pareggio, 2 il successo della squadra fuori casa. I primi vincitori diventano dei personaggi. Operai, disoccupati, contadini colpiti da improvvisa notorietà che non si nascondono anzi diventano i protagonisti delle copertine dei rotocalchi. Tra i primi a vincere una grossa somma è un artigiano di Treviso che incassa nel 1947, ben 64 milioni. E’ lui stesso a scrivere il suo nome e la sua professione nello spazio dietro la schedina: Pietro Aleotti, artigiano del legno perché costruiva bare. Nell’epoca del miracolo economico la schedina diventa l’emblema della svolta che ti può cambiare la vita. Si può insomma scommettere sul proprio futuro. Le giovani generazioni oggi puntano solo sul presente, sulla giocata quotidiana. Non c’è sogno ma solo un piccolo calcolo. E allora è inevitabile rimpiangere quelle domeniche perché come diceva il grande scrittore Bernard Shaw “l’uomo non smette di giocare perché invecchia, ma invecchia perché smette di giocare”.
edito dal Quotidiano del Sud