Sperando nella svolta

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Mi limito a riflettere su questi ultimi due anni vissuti dalla nostra provincia. Sono stati un disastro. Causato da incompetenza, piccole furbizie, ingenerosità, prostituzione della politica e non solo. Sono i dati statistici, comunque si leggano, a chiarire il quadro desolante dell’Irpinia. Ma non c’è più tempo per leccarsi le ferite. Ora è il momento di pensare ad una svolta. Di lavorare per conseguirla. I segnali positivi non mancano. Una nuova stagione potrebbe salutare l’immediato futuro. Ricacciamo indietro falsità e cattiverie e disponiamoci alla ricostruzione di un pensiero positivo che sia l’inizio anche di un’alba nuova.

Certo, se lo status della provincia è deficitario dipende anche dalla scarsissima attenzione che il governo nazionale ha riservato al Mezzogiorno, entro cui si muove anche il destino dell’Irpinia. Il masterplan di Matteo Renzi si è rivelato una speranza delusa: qualche ritocco sul fisco, un po’ di soldi per la Terra dei fuochi, il rinnovarsi di una promessa infrastrutturale, come la Napoli-Bari, su cui da decenni si discute. Ricordando l’anniversario dell’autostrada del Sole, è stato detto che per realizzarla furono necessari otto anni. Sono decenni, invece, che non si riesce a rendere del tutto agibile un chilometro della Salerno-Reggio Calabria, dove il controllo prima ancora che dell’Anas è gestito dalla cupola della ‘ndrangheta. Da tempo, inoltre, si discute e si promettono grandi investimenti pubblici nel settore produttivo del meridione, mentre la realtà dimostra il contrario, come sta avvenendo con la svendita dell’Ilva di Taranto. Si tratta di segnali preoccupanti che non aiutano il Sud a uscire dalla sua perenne condizione di crisi che, come dimostrano i più recenti dati Svimez, approfondiscono il divario con le regioni centro-settentrionali.

Ma il quadro di riferimento dello sviluppo provinciale, oltre al Governo, riguarda soprattutto la Regione Campania. Su questo terreno si continua ad essere in una interminabile – e intollerabile – campagna elettorale. Si va avanti senza una specifica programmazione del territorio, mentre si isolano sempre più le zone interne. Non solo. Un’intera regione, la più grande del Mezzogiorno, rimane prigioniera della vicenda giudiziaria, con più capitoli, di un presidente che potrebbe essere non più tale se incappasse nelle maglie della legge Severino. Il De Luca condannato a quel punto dovrebbe preparare le valige e andare via dicendo: abbiamo scherzato. Questo potrebbe dare uno schiaffo all’ostinazione del governatore verso cui lo stesso Renzi aveva guardato all’inizio della candidatura con sospetto. C’è un male in più. Il mai cancellato clientelismo che sta consentendo a Vincenzo De Luca di erogare nomine e mance ai suoi più fedeli cortigiani. Altro che sviluppo, altro che impegno per la mobilità regionale con l’acquisto di qualche treno da consegnare alla benevolenza del sottosegretario sannita Del Basso De Caro. Verso il quale oggi la stessa Irpinia è genuflessa con accordi trasversali. Come sono lontani i tempi in cui questa terra era un punto saldo di riferimento della politica regionale.

Abbandonata dal governo (la deputazione irpina ha scarso rilievo per la politica provinciale), tradita dalla Regione (non è sufficiente, per quanto utile, l’impegno per il territorio della presidente Rosa D’Amelio e degli altri consiglieri), anche la Provincia, che attraversa una forte crisi di identità, contribuisce, e non poco, a dare spessore alla crisi che morde in Irpinia. L’ente avverte lo stato di precarietà e, in attesa di un ruolo futuro, si limita a gestire, talvolta in modo clientelare, quei pochi fondi di cui dispone. Così i poli formativi, importante innovazione per l’istruzione, viaggiano più in direzione di probabili ambizioni elettorali che come capillare organizzazione sul territorio. Tertium non datur. E giù per li rami, la crisi vede spettatori passivi gli stessi sindacati, sempre più fermi nella difesa della fragile occupazione e sempre meno propositivi nel produrre un pensiero per chi il lavoro non lo ha. Fino agli stessi imprenditori che, senza assistenzialismo, non riescono a gestire autonomamente le proprie attività per creare risorse reali.

E la città? Questi due anni di gestione della giunta guidata da Paolo Foti sono stati all’insegna del rinvio. Su tutto. Passi pure la difficoltà iniziale, necessaria per conoscere la macchina comunale. Ma eccessive sono state le crisi, il cambio degli assessori, le liti tra maggioranza e opposizione, i ritardi nel completamento delle opere pubbliche, per non dire dei continui rinvii nell’affrontare situazioni incancrenitesi nel tempo come, ad esempio, la restituzione della Dogana alla città. Qui non si vuole crocifiggere il primo cittadino, su cui gravano enormi responsabilità, ma chiedergli di adottare una marcia in più, prima che Avellino sprofondi nelle viscere dell’inferno. E qui mi sia consentito un accenno al convegno svoltosi qualche giorno fa per ricordare Tonino Di Nunno. Non vi è dubbio che il suo amore per la città, la difesa della sua autonomia, la sua testardaggine nell’inseguire obiettivi utili per la comunità sono la storia del suo periodo sindacale. Dove, però, va rintracciata anche la caparbia volontà di realizzare quel tunnel che ha ferito a morte la città. Si dirà: il progetto iniziale è stato violentato, i parcheggi sotterranei sono scomparsi e lo stesso tracciato ha dovuto subire variazioni. La domanda resta: era necessario quel buco nel cuore della città? Fondamentale, invece, è il ruolo che svolge il teatro comunale “Gesualdo” su cui si era innestata una ruvida polemica dal sapore casereccio. La scorsa settimana, scrivendo del teatro avellinese, avevamo titolato “No pasaran”. Oggi possiamo dire che la mobilitazione dei cittadini, sollecitata dal nostro giornale, dal settimanale Corriere dell’Irpinia e dall’emittente televisiva Irpinia Tv, ha ottenuto notevole successo per le migliaia di firme che ci sono giunte. Questa è la città che ci piace: capace di indignarsi di fronte a oscure manovre e di difendere il proprio patrimonio culturale. E tutto ciò si coniuga con l’esigenza di promuovere un tempo nuovo, il tempo della svolta.

Difficile, però, dare avvio a questa nuova stagione se la politica non ritorna ad essere una risposta ai bisogni delle comunità. Questo ruolo non lo sta svolgendo il Pd irpino, avvitato su se stesso con un segretario che ama i capricci e non consente un chiarimento tra le componenti. Fino ad ora De Blasio ha sfogliato la margherita sul se dimettersi o no. La sua posizione è anomala: non ha la maggioranza del partito, ma neanche una forte opposizione. E questo gli ha consentito di vivere alla giornata. Neanche il vice segretario nazionale del Pd, Guerini, è riuscito a convincerlo a dare le dimissioni. Cosa questa che ha irretito ancora di più l’opposizione che potrebbe diventare maggioranza qualora in una assemblea precongressuale la componente guidata dall’ex senatore De Luca si presentasse con l’idea di dar vita ad un comitato con pari dignità fino allo svolgimento del congresso straordinario. Anche in questo caso l’esigenza di una svolta positiva si rende necessaria per avviare una nuova stagione politica per un partito che, raccogliendo il massimo dei consensi in Irpinia, deve saper essere in grado di rispondere con i fatti alla domanda di cambiamento che si leva dalla società civile. Desidero augurarmi, e spero con me tutti gli irpini, che le indicazioni fin qui emerse non siano solo i propositi per un anno che è appena iniziato, ma diventino una traccia per dare un senso ad una svolta ormai non più rinviabile. La frase d’obbligo a me sembra essere: lavoriamo tutti per raggiungere l’obiettivo del bene comune.
edito dal Quotidiano del Sud

di Gianni Festa