Comitati di affari: ieri e oggi

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Negli anni 1982/1992 tra Napoli e Palermo ci fu una gara sul conteggio dei morti ammazzati. A Napoli si registrò un cambio di guardia della malavita per il controllo del traffico di droga e gli appalti delle opere pubbliche, imprese che avevano già messo da parte il contrabbando di sigarette con i famosi motoscafi blu che saettavano nel porto della metropoli campana. A Palermo gli omicidi fecero più rumore perché a finire nel mirino della mafia furono eccellenti magistrati e uomini politici che avevano scelto la strada della lotta alla malapianta per ristabilire la legalità. In quegli anni, inviato speciale de “Il Mattino”, per la narrazione di quei fatti cruenti, ebbi modo di riflettere sul rapporto politica-affari e sulla pericolosità di questo intreccio a volte mortale. Un dato mi è rimasto impresso: la potenza dei comitati di affari costituiti da pezzi di quasi tutti i partiti in Sicilia come, in modo minore, in Campania. Oggi la stampa rievoca quegli anni in Sicilia (interessanti i reportage di Repubblica) e, a mente fredda, sollecita una risposta: sono scomparsi i comitati di affari di quei tempi? Io credo di poter rispondere che essi non solo non sono scomparsi, ma hanno affinato il loro modo di agire. Certo, la guerra per bande non è affatto scomparsa se è vero che per le strade di Napoli, come in quelle di Palermo, con modalità e interessi diversi, si continua a portare il conto dei morti ammazzati. E questo diventa utile per il governo Renzi che stende un velo di silenzio sui ritardi nello sviluppo del Mezzogiorno. Io penso che lo Stato abbia abdicato a svolgere la sua funzione unificante del Paese, e fatalisticamente, si limita ad osservare quel che succede. Ora lo spazio di non governo legalitario e trasparente viene occupato dai comitati di affari che, come un cancro, stanno iniettando il male nel’intero territorio meridionale. La cartina di tornasole di quanto asserito è la lettura di molti atti processuali di vicende che riguardano la gestione di enti di notevole rilevanza sociale o appalti di grandi opere da cui si evince la trasversalità dei patti scellerati per imporre logiche malavitose. Di più. Al fenomeno di decadenza della politica, si affianca uno spudorato potere della criminalità che finisce per diventare il gestore delle pubbliche risorse. Questo perverso meccanismo andrebbe debellato con una grande svolta di moralità che imporrebbe la fine di quel clientelismo sfrenato e di quel trasformismo di convenienza che inquinano la nostra società meridionale, campana e irpina.

Con riferimento al Sud, la battaglia, per il momento, sembra persa. La classe dirigente meridionale è quasi sempre incapace di svolgere un ruolo virtuoso per far valere le ragioni di un territorio fortemente penalizzato non solo per assenza di infrastrutture, ma di una politica sociale in grado di restituire la dignità tolta ad un popolo di formiche, ricordando così le lucide analisi di Giustino Fortunato. Il ruolo della classe politica meridionale è svolto senza pensiero, con attenzione ai piccoli problemi del territorio di appartenenza, con mediocri operazioni clientelari in cambio del voto ottenuto su promessa. Non c’è un’idea complessiva per lo sviluppo meridionale e ciò legittima i governi a riprodurre nel tempo un effetto notte. Meno si parla di Mezzogiorno, meglio è.

Non molto diverso è il ruolo che svolge la deputazione regionale. Qui, in Campania, il fallimento del regionalismo è una realtà ineludibile. La qualità fondante delle Regioni era nel valore della programmazione del territorio e non, come è oggi, nella gestione spicciola delle clientele o delle premialità ai territori secondo l’appartenenza di chi gestisce. In realtà il governo De Luca sta operando una trasformazione solo di facciata, favorendo un processo di salernicentrismo rispetto al napolicentrismo. Il che è paragonabile più alla categoria della rivolta contro la metropoli che alla sempre più urgente necessità di un riequilibrio territoriale. Su questo c’è ancora oggi un solo riferimento: le opzioni Cascetta che segnarono l’avvio del regionalismo campano. Quanto al trasformismo, la Campania è un modello in Italia per i patti di potere.

E in Irpinia? A me sembra che stia emergendo una grande novità politica: un partito, il Pd, a guida Udc, con il sostegno di vecchi tromboni del Pci e di qualche giovane leva di quella che una volta era chiamata sinistra extraparlamentare. E per cementare questa singolare alleanza c’è chi usa la politica come professione di vita. A pensarci bene è questo il miscuglio che si è aggregato intorno alla vicenda dell’Alto Calore irpino che rischia di finire nelle mani di un rinascente comitato di affari. Sia chiaro: l’acqua è pubblica e tale deve restare. Sulla gestione occorre fare passi oculati per evitare che alcune possibili commistioni favoriscano il mettere le mani su una risorsa che, se ben gestita, può determinare la svolta per lo sviluppo della nostra provincia. Non occorre, come ha fatto il presidente De Stefano, fare fughe in avanti e personalizzare la vicenda, ma è utile mettere in campo la responsabilità di un’operazione che deve salvaguardare un nostro patrimonio. Quindi nessuna svendita, ma, nel contempo, nessuno spazio a chi dietro l’angolo cerca, con una oculata quanto immorale regia, di mettere le mani su quello che era diventato un carrozzone politico. Per chi non avesse capito, ripeto: attenzione ai comitati di affari trasversali. A costoro non interessa il valore dell’acqua, ma le consulenze che l’ente può attivare, così come è avvenuto per il passato. Per non parlare di operazioni tangentiste che pure hanno fatto storia. In soldoni: a costoro interessa gestire potere. Di qui l’invito ai sindaci, veri protagonisti di questa battaglia: non ascoltate chi ha mortificato questa provincia con la gestione del potere degli enti. Non fatevi convincere facendo scelte sbagliate secondo la logica dell’appartenenza. Non fatevi suggestionare da vecchi tromboni, trasformisti e clientelari, né da chi usa la vicenda dell’acqua come strumento di vendetta. Ascoltate solo la vostra coscienza per il bene di questa nostra provincia.

edito dal Quotidiano del Sud

di Gianni Festa