L’unità di culture e tradizioni

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Unire culture e tradizioni diverse. Con questo obiettivo era nato dieci anni fa il partito democratico. Un compito impegnativo che oggi però si sta scontrando con liti e conflitti. Troppo spesso quelle differenze che si volevano abbattere stanno invece riaffiorando. Doveva essere un partito nuovo e non l’ennesimo nuovo partito. Un soggetto politico riformista capace di modernizzare il paese ed invece cresce il rischio che resti impantanato nella palude dell’immobilismo. Unire culture e tradizioni diverse. Con questo obiettivo era nato dieci anni fa il partito democratico. Un compito impegnativo che oggi però si sta scontrando con liti e conflitti. Troppo spesso quelle differenze che si volevano abbattere stanno invece riaffiorando. Doveva essere un partito nuovo e non l’ennesimo nuovo partito. Un soggetto politico riformista capace di modernizzare il paese ed invece cresce il rischio che resti impantanato nella palude dell’immobilismo. Per cercare nuove strade si può allora guardare a chi ha saputo indicarne. Due figure emblematiche in questo senso anche se molto diverse sono Alfredo Reichlin e Beniamino Andreatta. Il primo è scomparso una settimana fa, dalla morte del secondo sono passati dieci anni. Reichlin se ne è andato a 91 anni. Uomo del Sud, era nato in Puglia a Barletta. Partigiano e allievo di Togliatti. E’ stato direttore dell’Unità e di Rinascita e uno storico dirigente del partito comunista, poi l’adesione al Pds e al Pd. Quindici giorni fa, il 14 marzo, Reichlin era intervenuto sulla situazione politica e sulle spaccature della sinistra affidando una sorta di testamento a un articolo pubblicato sull’Unità.“Sono afflitto da mesi da una malattia che mi rende faticoso perfino scrivere queste righe. Mi sento di dover dire che è necessario un vero e proprio cambio di passo per la sinistra e per l’intero campo democratico. Se non lo faremo non saremo credibili nell’indicare una strada nuova al paese Non sarà una logica oligarchica a salvare l’Italia. È il popolo che dirà la parola decisiva. Questa è la riforma delle riforme che Renzi non sa fare. La sinistra rischia di restare sotto le macerie. Non possiamo consentirlo”. Beniamino Andreatta se ne è andato il 26 marzo del 2007. Non solo un politico ma un europeista convinto, docente universitario, economista. E’ uscito di scena in modo improvviso e tragico. Mancano dieci giorni a Natale del ’99 quando durante le votazioni della Legge Finanziaria, Andreatta ha un malore ed entra in coma. Il suo impegno in politica inizia come consigliere economico di Aldo Moro. Si candida per la prima volta in Parlamento nel 1976. Le elezioni che porteranno ai governi di solidarietà nazionale. La sua è una cultura politica figlia dell’insegnamento moroteo che è equilibrio, rispetto per l’avversario, senso delle istituzioni e dello Stato. Più volte ministro nei governi della Prima Repubblica è tra i protagonisti a metà degli anni novanta della stagione dell’Ulivo di Romano Prodi. Immagina un campo largo per le forze cattoliche e di sinistra. Un nuovo soggetto che non deve essere l’erede dei profughi democristiani e comunisti ma misurarsi con le sfide di una società in perenne movimento e dove stanno crescendo le disuguaglianze. La sua visione lo porta ad immaginare nel ’72 l’Università a Cosenza, nella convinzione che un campus di ispirazione anglosassone può rivitalizzare il Mezzogiorno e contemporaneamente fonda l’Arel, un luogo di elaborazione, idee e progetti in un paese che per lui non doveva rinchiudersi. La nostra vera Patria è l’Europa diceva, unico antidoto ai nazionalismi e alle piccole Patrie che sono il germe della potenziale dissoluzione europea . Andreatta e Reichlin hanno ispirato con la loro saggezza la nascita di un soggetto unico del centrosinistra e oggi ci manca la loro lungimiranza. Fino al prossimo 2 aprile si voterà nei circoli del partito democratico per il nuovo segretario. Il30 aprile sarà invece il giorno delle primarie. Al di là dei numeri del vincitore per il PD è fondamentale riuscire a riannodare i fili della sua storia e a non dimenticare la lezione di Reichlin e Andreatta che non si sono mai fermati alla superficie delle cose.
edito dal Quotidiano del Sud