E se fossero i meridionali i nemici del Sud?

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E se i peggiori nemici della questione meridionale fossero proprio i meridionali e la loro visione della vita? Certo, la presenza invasiva della criminalità e l’intreccio mafia-politica sono elementi deterrenti per lo sviluppo del Mezzogiorno, ma spesso rappresentano l’alibi per il non intervento dei governi nazionali. E’ anche vero che nel Sud la società civile è poco impegnata, preferendo una colpevole pigrizia per la soluzione dei problemi anche minori. Altre connotazioni, ben rappresentate da intellettuali e studiosi della questione meridionale, contribuiscono a disegnare un quadro non certo favorevole per il superamento del gap Nord-Sud. Ad esempio il persistere di antichi vizi quali il trasformismo, il clientelismo e il diffuso nepotismo che sono ancora oggi un cancro difficile da estirpare. Se tutto ciò risponde alla realtà, e la cronaca ne dà puntualmente conto, è anche vero che la classe dirigente meridionale è arretrata nella visione delle cose da realizzare. Manca di un disegno strategico complessivo utile per tutta l’area meridionale. Intanto occorre sfatare la diceria secondo cui il Mezzogiorno è in agonia per mancanza di fondi. E’ una vecchia leggenda che accompagna la lacrimevole e strappacuore letteratura meridionale. Se si fa riferimento ai primi decenni di attività della Cassa per il Mezzogiorno si ha contezza di quanto le risorse allora disponibili fossero utilizzate per il riammodernamento delle infrastrutture di base per uno organico sviluppo di tutto il Sud. Reti idriche, grandi infrastrutture stradali, interventi massicci per l’agricoltura ben si coniugarono con le disponibilità finanziarie e il ruolo propositivo che ebbe quella classe dirigente. Oggi, invece, le risorse, che in molti casi sono straordinarie, se vengono utilizzate, quando non vanno in perenzione, non hanno il grande respiro di un disegno strategico, ma spesso vanno ad irrobustire quel reticolo clientelare che purtroppo segnò la fine della Casmez.
Intanto non sempre i progetti presentati ed approvati rispondono a criteri di comune utilità territoriale, ma il dato negativo è nel fatto che il più delle volte i finanziamenti europei non vengono utilizzati per mancanza di progetti e tornano nelle casse europee per perenzione. Se così è, e le statistiche non ammettono alcun dubbio, non è forse vero che le maggiori responsabilità sono di una classe dirigente meridionale il cui limite è di rimandare sine die ciò che, invece, richiederebbe immediate risposte? Non è affatto azzardato affermare allora che i veri nemici del Mezzogiorno sono proprio i meridionali. V’è di più. Non solo per le risorse europee si registra un colpevole ritardo, ma anche per quelle nazionali e regionali. In questo ultimo decennio il Mezzogiorno è stato inondato di risorse finanziarie. Patti per il Sud, piani per l’occupazione giovanile, provvedimenti a favore delle piccole e medie industrie, massicci interventi per il turismo e l’agricoltura se messi a regime avrebbero dovuto trasformare il territorio meridionale. Nulla si è mosso, invece, non solo per i lacci e lacciuoli che imprigionano i beneficiari, ma anche perchè la cultura dei finanziamenti si ferma negli studi professionali e quasi mai diventa comprensibile ai soggetti interessati. Qui ritorna il discorso delle classi dirigenti e del loro impegno limitato per far decollare il Mezzogiorno. Un fine ed acuto meridionalista, Guido Dorso, già negli anni venti nell’affrontare la questione meridionale, denunciava il fatto che non le risorse fossero utili, anche se necessarie, per lo sviluppo del Sud , ma il ruolo della classe dirigente che rigorosa verso la questione morale, aveva il compito di educare le masse per un nuovo e attivo protagonismo. In breve: la rivoluzione o sarà meridionale o non sarà.

edito dal Quotidiano del Sud

di Gianni Festa