Politica senza partiti

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Sono figlio di una generazione per la quale la politica e i partiti sono stati riferimenti straordinari per le comunità. La prima, la politica, era vissuta come impegno civile e organizzazione del consenso intorno a grandi questioni, mentre i partiti, pur nella loro diversità, agivano nel raggiungimento del bene comune, anche se molto spesso le intenzioni tradivano la realtà. In questa cultura è cresciuta la società civile, il Paese Italia ha raggiunto traguardi inimmaginabili, la classe dirigente ha avuto il merito di accompagnare il passaggio dalla civiltà contadina a quella industriale.

Oggi questi riferimenti sono scomparsi, sostituiti da quell’irrazionalità del “tutto e subito” che apparentemente corrisponde alle esigenze del mondo moderno. La comunicazione è diventata il veicolo, nel bene e nel male, della presunta conoscenza, mentre il tempo della riflessione ha subito quasi sempre un infarto.

E’ così sul piano globale, in cui il divario tra ricchezza e povertà si è fortemente acuito; sul piano europeo, in cui la solidarietà tra i popoli è stata soppiantata da un pericoloso egoismo che ha determinato la creazione confini blindati da muri e da fili spinati; sul piano del Paese Italia, in cui la confusione tra governanti e comunità ha generato una moderna Babilonia; nel Mezzogiorno, in cui antichi vizi come trasformismo e clientelismo continuano a dominare la scena, e, infine, sul piano locale, in cui il provvisorio diventa definitivo e le bande di piccoli ducetti chiacchierati scandiscono il tempo interminabile di un rinnovamento delle classi dirigenti che non avviene. Uno straordinario esempio di questo decadimento si ha nella provincia irpina, in cui partiti (si fa per dire) e istituzioni sono oggetti di scorribande al limite della decenza.

La crisi del Pd locale, se da un lato corrisponde alla debolezza delle strutture nazionali e regionali del partito, in Irpinia ha connotazioni del tutto particolari. Mancano l’orgoglio e la difesa dell’appartenenza mentre c’è l’assoluta assenza di un civile confronto fra le diverse componenti del partito. Queste debolezze rendono fragile anche una ben definita politica di alleanze. Di conseguenza il rapporto tra le diverse forze politiche viene vissuto più come soggezione che, come invece dovrebbe essere, occasione per la costruzione di una migliore realtà propositiva. Prevale la ragione sull’opportunismo rispetto ad una strategia di grande respiro.

Per dirla tutta: il rapporto Pd (partito di maggiore consenso nella realtà locale) con l’Udc (poco più di in partito familiare, ma con un retroterra significativo) non produce una competizione nelle risposte ai problemi, ma naviga nel mare tempestoso di opportunismo e furbizie. Se questo è, e i casi delle elezioni amministrative a Solofra e ad Atripalda ne sono conferma, come lo sono le spartizioni in numerosi enti di servizio, risulta evidente una linea sinosuidale, che penalizza il Pd e favorisce non i competitori, ma gli avversari. Il Pd, insomma, è profondamente lacerato. E nuovi assetti si profilano all’orizzonte.

La lacerazione è figlia di una visione spartitoria della gestione del partito. Senza più segretario, e quindi capacità di sintesi, con un direttorio che irradia la sua presenza nella conquista di fette di potere, il partito sta subendo una pericolosa involuzione. Che legittima anche alcune discutibili posizioni estranee alla cultura popolare, un tempo valore del partito al suo atto di nascita in provincia. Si spiegano così i comportamenti trasformistici di alcuni personaggi alla ricerca di un padrone o, peggio ancora, l’acquisto di pacchetti di tessere da parte di chi vuole appropriarsi, con i numeri, dell’utilità perversa del partito.

Qui la modalità del tutto e subito è dimostrato dalla fretta con cui si è tentato di celebrare il congresso provinciale del partito. Senza un minimo di discussione tra gli iscritti, trasformando i circoli in luogo senza anima, puntando sul vento in poppa, ma sempre più debole del renzismo nazionale, si era giunti alla pretesa di svolgere il congresso entro la fine di luglio. Vale la pena ricordare, sia pure con nostalgia, i congressi dei partiti del tempo che fu.

Il confronto aperto in quelle che erano le sezioni, la competizione sulla capacità di indicare i problemi e proporre soluzioni, il dibattito congressuale che si arricchiva di contenuti che venivano affidati ad un gruppo dirigente sul quale si esercitava il controllo democratico rispetto ai risultati ottenuti o meno. Oggi il tutto e subito corrisponde alla sola esigenza di mettere le mani sul partito per renderlo strumento di ingiustizie e di affarismo. Per dire il vero anche in Irpinia il tentativo di un golpe estivo sembra per ora scongiurato.

Le assise si svolgeranno nella seconda metà del mese di settembre e si spera, con l’auspicio di un dibattito leale tra gli iscritti, di definire identità e linea del partito e priorità nell’affrontare i grandi temi dell’emergenza (migranti, reti idriche e occupazione giovanile) e dello sviluppo ( infrastrutture e insediamenti nella piattaforma logistica della Valle dell’Ufita e opportunità che potranno sorgere per la ferrovia Napoli-Bari, elettrificazione della Salerno-Avellino o reale programmazione di promozione del territorio con il Progetto pilota dell’Alta Irpinia) .

Naturalmente una grande attenzione è riservata alla città capoluogo. Qui il Pd e la sua classe dirigente hanno enormi responsabilità. Il governo cittadino è prigioniero di bande di interessi e gruppi famelici che hanno trasformato la città in un territorio di rapina con opere pubbliche incomplete e occupazione del verde come mai era accaduto. Le crisi ad intermittenza, e la consegente volontà del sindaco di presentare le dimissioni raccontano più di un malessere temporaneo o di una disputa politica sulla diversa visione del futuro della città. Esse denunciano con l’insufficienza di un partito i cui gruppi si contendono liberamente il potere non solo per mancanza di autorevolezza del primo cittadino, ma a causa dell’ambizione smodata, e irriverente, di alcuni personaggi che non hanno alcun rispetto per la comunità e usano i confini cittadini come terreno di conquista di un becero clientelismo e di un affarismo senza precedenti.

Le recenti dimissioni del sindaco Foti, come al solito rientrate per l’ennesima volta , descrivono meglio e di più la politica del patteggiamento e del ricatto su cui si regge il governo cittadino. E poichè questo è espressione del maggiore partito che gestisce il consenso ad Avellino, il Pd, è responsabile delle nefandezze che si consumano quasi quotidianamente e che hanno un nome: dogana dei grani, Bonatti, tunnel, piazza castello, borgo antico, quartieri periferici abbandonati nel più assoluto degrado, centro autistico di Valle, teatro Gesualdo, ecc. Io ritengo che sia giunto il tempo di fare chiarezza. Per recuperare quel senso di responsabilità perduto e per affermare il diritto di tanta parte della comunità, irpina e cittadina, che ha ancora il desiderio di credere nella politica, nei partiti e nella classe dirigente.

edito dal Quotidiano del Sud

di Gianni Festa