Reperti del paleolitico medio a Villamaina 

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Nel Museo Irpino era discretamente documentato il paleolitico medio con strumenti litici del tipo mousteriano, rinvenuti dal sottoscritto in varie ricognizioni effettate nel territorio di Villamaina, nei pressi delle Terme di S. Teodoro, accompagnato da un contadino del luogo, Santoli Gerardo; gli strumenti affioravano in superficie, perché il terreno era rimosso, essendo stato arato da poco con il trattore; il medesimo mi indicò, inoltre, l’esistenza nella zona di una grotta di cui l’ingresso si presentava a forma di foro quasi circolare, alto più o meno un metro. Con tre membri del CAI di Napoli, (Club Alpino Italiano), d’accordo con l’indimenticabile Soprintendente dell’epoca, prof. Mario Napoli, guidati dal dott. Alfonso Piciocchi, propugnatore ed animatore della speleologia campana, procedemmo all’esplorazione, che non fu difficile, perché l’interno era ad altezza d’uomo e si estendeva approssimativamente in senso rettilineo per una quindicina di metri; attentamente, con una buona illuminazione artificiale di cui disponeva il CAI, potemmo osservarne minuziosamente tutta la superficie nei minimi particolari, certi di trovare qualche elemento o indizio di traccia di frequentazione umana, proprio per il rinvenimento nella zona di industrie litiche, caratteristiche dell’attività artigianale dell’uomo preistorico. Contrariamente a quanto avevamo sperato prima dell’ingresso, la grotta si rivelò archeologicamente sterile, escludendo, quindi, anche tracce di frequentazione umana. I materiali litici relativi al già citato periodo della preistoria in territorio di Villamaina, erano esposti in una vetrina a leggio, alla sinistra del corridoio d’ingresso al Museo Irpino, di fronte al mosaico di Abellinum, e comprendeva oggetti varì, tra cui i raschiatoi più o meno di forma convessa, strumenti a scheggiatura bifacciale ed altri a superficie liscia. Nel fondo della vetrina, poi, primeggiavano per la loro singolarità cinque strumenti, egualmente litici, a forma di mandorla, scheggiati, gli amigdaloidi, relativi al paleolitico medio, che servivano, appunto, per le esigenze della vita quotidiana. Infatti, l’economia dal paleolitico inferiore, medio e superiore, era basata esclusivamente sulla caccia e sulla raccolta. La denominazione del termine mousteriano fu introdotta da A. Palma di Cesnola nel 1967 ed il nome deriva dal giacimento di le Moustier in Dordogna, nella regione francese dell’Aquitania. Purtroppo questa eccezionale documentazione del paleolitico irpino nel territorio di Villamaina nel Museo Irpino non c’è più, perché dopo il ritiro del sottoscritto dalla direzione del Museo, la vetrina fu tolta ed i materiali si ignora che fine abbiano fatto. La cosa singolare è che la vetrina fu tolta per far posto ad un carretto siciliano, tra la suppellettile archeologica. L’esposizione di questo oggetto folcloristico in ambiente non pertinente, dette adito ad una serie di critiche per cui la sua presenza accanto all’ara di Abellinum con rilievi storici fu eliminata, ma la vetrina con le industrie paleolitiche non fu più rimessa al suo posto o in altra parte visibile del Museo. Per quanto concerne, poi, i cinque pezzi amigdaloidi, dopo poco tempo l’esposizione, furono prelevati da un Ispettore della Soprintendenza archeologica di Salerno, poiché intendeva studiarli a fondo e, secondo il sottoscritto, pubblicarli. La verità è che i pezzi non sono mai più ritornati nel Museo Irpino, nonostante a suo tempo ne fu chiesta la restituzione. Comunque, con l’esposizione delle industrie litiche nel Museo Irpino dal territorio di Villamaina, si aveva una documentazione preistorica più ampia, partendo dal paleolitico medio, facies mousteriana della zona testè citata; proseguendo poi dal corridoio del Museo stesso nella sala I, si incontrava e si incontra tuttora il neolitico dalla Starza di Ariano Irpino, cosi suddiviso: neolitico inferiore, (IV millennio a.C.) che è presente con frammenti di ceramica ad impressione ed unghiata che si associa alla per l’uso frequente di questa particolare conchiglia come utensile per imprimere nell’argilla fresca dei segni a scopo ornamentale e rituale; neolitico medio (III millennio a. C.), attestato con frammenti di ceramica graffita, ad incisione e dipinta a bande marginate; nella stessa sala, sempre dalla Starza, è rappresentato l’eneolitico o civiltà del rame con ceramica di tipo Andria (eneolitico finale), distinta in avanzi di vasi monoansati ad impasto grossolano ed altri a superficie grigiastra; del tipo Ortucchio Conelle, egualmente (eneolitico finale), con ceramica decorata a punzonatura profonda a fasci di punti, il cui ornamento prelude a quello della prima età del bronzo nell’Italia centro meridionale che il prof. Pugliesi denominò proto-appenninico ed anche cultura per i giacimenti di Conelle di Arcevia (Marche) e di Ortucchio (Fucino–Abruz – zo); del tipo Piano Conte, (Lipari- Messina), (eneolitico iniziale), con frammenti di ceramica d’impasto scuro, decorata a fasci di solchi paralleli, e qualche frammento decorato con striature a spatola; del tipo Rinaldone, (Montefiascone di Viterbo), con frammenti di vasi ad impasto nero lucido, che in maggior parte si riferiscono ad avanzi di ciotole. La preistoria irpina si conclude nel Museo Irpino con la cultura della necropoli eneolitica di Madonna delle Grazie di Mirabella Eclano di cui, successivamente, verrà dato particolare riferimento dei materiali esposti.

 

Di Consalvo Grella pubblicato il 11/05/2015 sul Quotidiano del Sud