Quando tutti volevano i migranti

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Cominciò un esodo di massa che coinvolse oltre un milione di persone; la fuga via terra era interdetta perché la Cambogia dei Khmer rossi aveva chiuso la frontiera, e così l’unica speranza di quei disperati fu il mare. I vietnamiti, ma anche i residenti cinesi e di altre etnie considerate “ostili” si imbarcarono su navigli di fortuna cercando con ogni mezzo di raggiungere le Filippine, la Malaysia, Hong Kong, la Thailandia, l’Indonesia. L’eco di questo esodo biblico tardò a raggiungere l’Euro – pa, e nessuno tenne il conto dei naufragi e dei morti. L’Italia fu investita della questione quasi casualmente, quando una nostra nave mercantile raccolse un piccolo numero di naufraghi alla deriva; ma in Francia alcuni intellettuali di destra e di sinistra avevano già lanciato l’allarme e invitato alla mobilitazione. La tragedia di questi profughi, subito battezzati “boat people”, il popolo delle barche, non poteva più essere ignorata; e da noi fu il presidente più amato dagli italiani, Sandro Pertini, a dare la sveglia al governo, chiedendo di fare in fretta.Apalazzo Chigi c’era Giulio Andreotti, che incaricò Giuseppe Zamberletti di occuparsi della questione. Era l’uomo adatto: pochi anni prima si era fatto le ossa come commissario straordinario del governo per i soccorsi ai terremotati del Friuli, e aveva “inventato” la protezione civile italiana. Insomma nessuno come lui sapeva come affrontare le tragedie umanitarie, anche quella dei boat people che si svolgeva a dodicimila miglia dalle nostre coste. Ma bisognava far presto, perché la corsa a soccorrere i naufraghi era già cominciata e Pertini insisteva perché l’Italia partecipasse in prima fila. In poche settimane, Zamberletti allestì un gruppo navale formato da due incrociatori e una nave appoggio, li modificò per consentire l’imbarco di malati e disperati e li spedì, al comando di un ammiraglio, da Taranto al Mar Cinese meridionale. Due mesi dopo, il 20 agosto 1979, il gruppo navale era di rientro in patria con 900 profughi (la massima capienza delle tre unità) raccolti nel golfo del Siam: molti erano stati respinti dalla marina malese o erano scampati dall’attacco di pirati; con loro c’erano oltre cento bambini, molti erano malati, feriti o denutriti. A bordo ci fu anche un parto, ma il neonato non sopravvisse. Insomma, l’impresa umanitaria riuscì pienamente, e l’Italia ne poteva andare fiera. L’ac – coglienza fu festosa. Nel suo diario della spedizione pubblicato su internet come molte altre notizie sui boat people di 40 anni fa, mons. Luigi Callegaro, che allora era cappellano capo della Squadra Navale, ricorda che, in vista delle coste italiane, l’ammiraglio Sergio Agostinelli, che comandava il gruppo navale, si rivolse ai profughi con queste parole: “L’Italia è una bella terra, anche se gli italiani, a volte, hanno uno spirito irrequieto”. Chissà cosa intendeva dire. Ora poche riflessioni sull’at – tualità. In quegli anni, i cosiddetti “an – ni di piombo”, l’Italia era lacerata come e forse più di oggi; il terrorismo minava le basi della convivenza civile e il futuro appariva gravido di incognite. Eppure, attorno all’improvvisa emergenza dei boat people, il Paese seppe ritrovare l’unità e anche un positivo moto di orgoglio nazionale, nella consapevolezza di poter fare con generosità una cosa utile e buona. Insomma, dall’epopea dei boat people di 40 anni fa e dalla risposta italiana può venire una lezione anche per l‘Italia di oggi.

Guido Bossa, Il Quotidiano del Sud (12/08/2017).