Se cresce l’Italia del rancore 

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Più volte, su queste pagine, a fronte di un quadro complessivo preoccupante dello stato di salute sociale, umano ed economico della nostra comunità nazionale, abbiamo focalizzato la nostra riflessione sulla patogenesi del nostro tessuto comunitario. Qualche giorno fa i mezzi di comunicazione hanno riferito un risultato, drammaticamente significativo, dell’ultimo Rapporto Censis:” nonostante la ripresa ci sia, cresce l’Italia del rancore “.
Questo dato, purtroppo, trova puntuale riscontro nei fatti più importanti vissuti anche dalla nostra comunità irpina, a livello politico, amministrativo, umano e sociale. È sconfortante notare che non c’è confronto, dibattito o momento di riflessione che non sia caratterizzato da un deleterio sforzo di rancore verso chi la pensa diversamente è l’interlocutore rilascia interviste velenose che stravolgono l’aspetto di fondo del problema trattato, indignando la pubblica opinione permanentemente più di quanto necessariamente richiesto da un confronto sereno, costruttivo, capace di delineare un percorso agibile, di ricrescita civile. Il panorama internazionale è contrassegnato dal no di Trump al patto Onu sui migranti (Global Compact), dall’uscita degli USA dagli accordi per la difesa del clima, dal no al trattato di libero scambio in nome di un sovranismo internazionale USA, fuori da ogni concertazione. Lo stesso pericolo, sempre crescente, di una guerra contro la Corea del Nord, rende ancora più oscuro l’orizzonte globale di una umanità sempre più terrorizzata dalla follia dei potenti che si sentono padroni del mondo. Frattanto lo sconvolgente pianto di Papa Francesco, a Dacca, nell’incontrare i profughi Rohingya per i quali chiede perdono per chi li umilia, costituisce un fatto storico, inedito e coraggioso per un Papa che non ascolta i “divieti” protocollari della diplomazia. Appare certamente riduttivo e banale ritenere che il commovente gesto di amore di Papa Francesco colpisce solo la sensibilità dei credenti cristiani: è la sconvolgente pregnanza antropologica di Francesco che costringe tutti, credenti e non, ad interrogarsi sul destino di una umanità minacciata, sofferente e smarrita. I grandi postulati del pensiero antico e moderno a fronte degli scenari globali esistenti, non costituiscono più un approdo convincente, non solo per le giovani generazioni, ma anche, e soprattutto, per quelli che hanno sedimentato lunghe esperienze di sforzi e di speranze svanite. È proprio questa dimensione antropologica da tutti avvertita che ci interpella e ci costringe a cogliere il messaggio di luce e di speranza che l’attuale periodo liturgico dell’Avvento ci propone: fede e ragione non sono più dicotomie insuperabili, ma percorsi complementari per superare la drammaticità delle fasce sociali avvelenate dalla povertà e dall’attuale crisi senza fine: il rancore è il termometro più allarmante dell’angoscia esistenziale, non solo degli italiani.

di Gerardo Salvatore edito dal Quotidiano del Sud