Al Godot apputamento con Cool Ghouls

0
272

Domani, martedì 13 febbraio, al Godot Art Bistrot, un altro appuntamento
imperdibile con la band americana Cool Ghouls, uno dei quartetti più
promettenti della scena di San Francisco*

AVELLINO. *Domani, martedì 13 febbraio alle 22*, sul palco del *Godot Art
Bistrot*, in via Mazas ad Avellino, un altro appuntamento imperdibile con
la band americana *Cool Ghouls*.

Si tratta di uno dei quartetti più promettenti nella sempre viva scena di *San
Francisco,* fino a ieri etichettabile come interessante ma non certo tra
gli indispensabili della categoria, a prefigurare una svolta, nel loro
caso, è stata la scelta di affidare la produzione dell’ultimo album – *«Animal
Races»* – a uno dei padrini della Bay Area, *Kelley Stoltz*, che ha
registrato il disco direttamente nel suo Electric Duck studio coadiuvato da
quel *Mikey Young* (australiano, uno dei Total Control) che aveva già
lavorato con loro per il notevole predecessore, «A Swirling Fire Burning
Through The Rye», oltreché con Twerps e Royal Headache.

Dalle sonorità più sporche e psichedeliche à-la Black Lips, di fatto
un’attualizzazione dell’epopea Nuggets, i Cool Ghouls hanno operato un
progressivo raffinamento verso un power-pop a tutto tondo, baldanzoso e
fragrante, alla maniera di Gentleman Jesse: vocalismi e chitarre jangle
fedeli al canone byrdsiano, basso puntiglioso in primo piano, linee pulite
e scorrevoli improntate a un placido revival tardi sixties davvero sicuro
del fatto suo.

Al di là della pedissequa riproposizione di uno stile, si apprezzano anche
un songwriting particolarmente incoraggiante e un’innata propensione alla
melodia che tende al prodigioso, qualità che non possono essere derubricate
chiamando in causa solo una diligente applicazione di codici espressivi,
pure innegabile, poiché si impongono piuttosto come la fonte primaria di
una vera delizia per le orecchie (non necessariamente dei soli passatisti
intransigenti).

Altrove il richiamo a un’ideale macchina del tempo si fa esplicito,
esaltato dall’immersione in una fotografia sovraesposta, riverberatissima,
un consesso di Rickenbacker chiamate a macinare terreno su terreno con
disinvoltura impressionante, nonché un affaccio sbalorditivo su un passato
musicale ormai prossimo alla pura mitologia. E in queste esplorazioni c’è
grande dolcezza pure al di là della malinconia tipica degli sguardi
beatamente orientati al disincanto.