Il lato oscuro di Lovecraft

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Di Vincenzo Fiore

«Sono talmente stanco dell’umanità e del mondo che nulla suscita la mia attenzione se non comporta almeno due omicidi a pagina, o se non tratta di innominabili orrori provenienti da altri spazi», con queste parole il maestro dell’horror Howard Phillips Lovecraft, conosciuto anche come “il solitario di Providence”, descriveva il suo disgusto nei confronti di qualsiasi essere vivente. Vissuto sin da bambino rinchiuso esclusivamente fra i confini della sua città, oppresso da una madre fanatica, egli trascorreva intere giornate a leggere qualsiasi volume gli capitasse fra le mani: saggi di astronomia, pamphlet politici, letteratura classica; qualsiasi libro era una sorta di farmaco per attenuare il dolore di quelli che definiva veri e propri crolli psichici. Già prima di compiere trent’anni amava firmarsi con l’epiteto di “Nonno”, sottintendendo che egli aveva ormai aveva già fatto esperienza di tutto. Considerato xenofobo, razzista, misogino e, soprattutto, profondamente antisemita nel marzo del 1924 sposò, allo scuro di tutti, Sonia Haft Greene, ebrea ucraina di circa sette anni più grande di lui. Appena quattro anni dopo, alla fine prevedibile della loro storia d’amore, Sonia diede fuoco a un grande baule dove custodiva tutte le lettere ricevute dal compagno: «Non ho mai provato il minimo interesse per le romanticherie e gli affetti; cos’è mai una ninfa, per quanto belloccia? Carbonio, idrogeno, ossigeno, azoto, una presa o due di fosforo e altri elementi — tutto destinato a corrompersi ben presto». Nonostante ciò, sono giunte a noi oltre quindicimila lettere spedite nel corso della sua vita ad amici, parenti e sconosciuti. Non a caso, infatti, il suo biografo S. T. Joshi ha definito Lovecraft uno dei personaggi «più documentati della storia dell’umanità». Lo studioso Marco Peano ha raccolto alcune di queste lettere in una piccola antologia intitolata «L’età adulta è l’inferno. Lettere di un orribile romantico» (L’orma editore, 2018), che ci permettono di scrutare il lato intimo di una delle figure più enigmatiche e controverse dello scenario letterario novecentesco.