Il Capolavoro di Renzi fra le proteste

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L’assemblea Pd ha dato l’idea di un partito fortemente dissociato rispetto alla realtà del Paese. Un organismo fatto di un migliaio di persone convenute dal monte  e dal piano  (un vecchio dirigente pd diceva che, più sono numerosi gli organismi politici, meno contano) era chiamato a pronunziarsi sull’elezione del segretario, in una atmosfera da corrida. Tra fischi. Boati. Abbandoni. E proteste, tra cui quella della delegata romana di Tor Bella Monaca, sulla latitanza dei big dalle periferie. Alla fine, quando sembrava che quel che resta del pd stesse per dividersi, si è deciso ancora una volta di non decidere. E di rinviare ogni scelta. Del resto, anche in tutta la lunga crisi di governo, la linea dura a favore dell’opposizione imposta da Renzi ha condannato il Pd a non toccare palla. E in politica l’irrilevanza è peggio di una sconfitta, che almeno significa che si è stati in campo.

Anche quanto a sconfitte, il Pd renziano non si è fatto mancare nulla. Mai, nella storia politica recente, una serie di incredibili rovesci era stata subita (ma non assorbita) come nel caso del Pd senza alcuna vera discussione autocritica. E mai, come nel caso di Renzi, è stata trasformata in una débacle totale, di portata strategica. Per effetto di gravissimi errori. Di una straordinaria tendenza a ripeterli. Dell’incapacità di mettersi in discussione. E di avviare perciò una seria riflessione. Il dannoso servilismo di molti e l’ipertrofico ego del leader hanno ridotto una forza politica per molti anni comunque “garante del sistema” a un ruolo secondario, se non residuale.

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Ci sono volute la indubbia competenza e la tranciante libertà di pensiero del cattedratico di scienza della politica Gianfranco Pasquino,  per tracciare un quadro riassuntivo della situazione del Pd. Secondo l’ex senatore Pds ”Il Partito democratico è un esperimento praticamente fallito. E finché non si riprenderà da questo esperimento, rimarrà quello che è. Un insieme sparso di persone, alcune delle quali ancora legate al passato, e nessuna in realtà capace di ricostruire quello che è necessario, ossia una presenza sul territorio. Il gruppo dirigente intorno a Matteo Renzi è fatto da persone incompetenti, ignoranti, con nessuna tradizione di sinistra, e che quindi non possono costruire una cultura politica di sinistra. Questo problema era già presente alla nascita del partito nel 2007, laddove mancò una seria discussione culturale. Al di là di qualche riscontro a livello elettorale, Renzi ha poi dato il colpo decisivo”. Impressionante, infine, l’implorazione di Olga D’Antona, proprio mentre   l’assemblea  commemorava il marito Massimo: “Fate qualcosa, quello (Renzi) è entrato in casa nostra, ha sfasciato tutto il mobilio”.

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Appaiono però rilevanti anche le responsabilità di alcuni esponenti del gruppo dirigente storico della sinistra riformista. Hanno preferito lisciare il pelo a un arrembante, inconsistente nuovo dietro il quale si celava il nulla del pensiero. E soprattutto l’assenza della cultura di quella area politica. Essi hanno rinunciato, insieme al dovere della battaglia per conservare i loro valori di riferimento, anche alla necessità di mettere in guardia  dai rischi che il nuovo corso faceva correre al Pd. Come Fassino, cullatosi nell’illusione di possibili leadership collettive. O Veltroni, soddisfatto da qualche formale riconoscimento del ruolo di padre della nuova patria di sinistra. Troppo tardi disilluso dai comportamenti  successivi del leader. Come spesso accade in politica, il potere e i voti per un certo periodo di tempo hanno coperto il vuoto di idee. Durante la dominazione renziana, però, a fronte delle continue sconfitte,  la volontà di non fermarsi a riflettere è diventata un vero dogma collettivo. Declinato  sotto nuove forme, ma non dissimile dal “credere, obbedire, combattere” di infausta memoria. Poi i nodi sono venuti definitivamente al pettine.

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E oggi il Pd si trova dinanzi a una complessa serie di problemi strategici. La definizione “di sinistra” in un mondo globalizzato e infornatizzato.  La possibile divaricazione interna tra la diffusa aspirazione dell’elettorato a protezioni sociali e la spinta verso centro – destra derivante dalla convinzione di Renzi di poter, nelle vesti di un Macron italiano, recuperare molti voti lì in libera uscita. La questione di un leader-ombra formalmente dimissionario, perchè sconfitto, che però continua a dettare legge. La definizione di una nuova leadership autorevole  e credibile. Riuscirà il Pd ad affrontare queste sfide? Per ora, il confronto appare di piccolo cabotaggio e assolutamente inadeguato!

di Erio Matteo edito dal Quotidiano del Sud