L’Europa è veramente in bilico? 

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Aleggere i quotidiani di questi giorni sembra che i destini dell’Europa si giochino domani in una riunione informale a Bruxelles fra sei-sette capi di governo e leader dell’alta burocrazia dell’Unione. Riunione importante, certamente, in quanto dedicata al tema caldo delle migrazioni e della redistribuzione dei richiedenti asilo nei nostri Paesi; ma quel vertice, limitato e informale, non sarà altro che la preparazione del ben più importante e risolutivo Consiglio europeo che a fine mese avrà all’ordine del giorno sia la questione delle migrazioni che la ben più impegnativa riforma dell’Unione economica e monetaria, comprese le raccomandazioni ai singoli governi per l’adeguamento dei rispettivi bilanci, con l’Italia osservata speciale.

Occhio dunque non a questo ma al prossimo week end, senza lasciarci fuorviare dalle sparate propagandistiche di chi minaccia sfracelli magari solo perché qui da noi si è alla vigilia di qualche ballottaggio amministrativo. Ma, per noi italiani, occhio soprattutto agli appuntamenti della primavera 2019, quando si concluderà un ciclo virtuoso che ci ha visto alla guida delle più importanti istituzioni comunitarie: Europarlamento, Commissione e Banca centrale. Un momento magico che certamente non si prolungherà quando andranno in scadenza Antonio Tajani, che guida l’assemblea elettiva di Bruxelles, Federica Mogherini, vice presidente della Commissione e Alto rappresentante per la politica estera e la sicurezza, e Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea, che dei tre è senz’altro quello che occupa lo scranno più importante, dal quale ha manovrato con prudenza e decisione la leva monetaria che ha consentito ai Paesi dell’Euro, Italia compresa, di attraversare senza eccessivi danni una tempesta economica che, quella sì, avrebbe potuto trascinare tutti a fondo.

Le scadenze sono già segnate sul calendario. Nei 27 Stati dell’Unione (la Gran Bretagna è già fuori) le elezioni per il Parlamento comunitario si terranno fra il 23 e il 26 maggio; dal loro esito dipenderà la nomina della nuova Commissione, mentre il successore di Draghi, che entrerà in funzione il 1° novembre, verrà designato a giugno dai capi di Stato e di Governo. Sarà in quel breve periodo, fra la primavera e l’autunno del prossimo anno, che l’Europa giocherà le carte del proprio rilancio, della sopravvivenza o del declino, e saranno i popoli europei, gli elettori che andranno alle urne nei singoli Stati, a fare la prima mossa.

In gioco c’è ben più di una quota di migranti da collocare in Spagna, in Francia, in Italia, a Malta o altrove: si tratta di recuperare i criteri di convivenza fra diversi e di ridefinire priorità e modelli ideali e politici che finora hanno consentito all’Europa unita di nascere, crescere e prosperare. Nei suoi anni migliori la nostra patria comune europea è cresciuta declinando con coraggio e lungimiranza il tema della solidarietà, e lo ha potuto fare perché le sue istituzioni sono riuscite a tenere fuori dalla porta le controversie politiche interne alle singole nazioni, privilegiando quello che viene definito “patrimonio comune europeo”.

Attualmente, invece, in un momento senz’altro buio della sua storia, c’è un po’ in tutti la tentazione di trasferire in Europa le fibrillazioni e le polemiche nazionali. Così Macron che denuncia la “lebbra” populista ai confini della Francia, ce l’ha con l’Italia, ma guarda soprattutto a Marine Le Pen e al suo assalto all’Eliseo; Angela Merkel, diventa intransigente sui respingimenti perché è insidiata da destra dall’alleato bavarese Seehofer; per non parlare del nostro Salvini, in guerra con mezzo mondo ma in realtà molto più prosaicamente impegnato a consolidare la sua leadership a Roma contro il debole Conte e l’inconcludente Di Maio.

Per l’Italia, poi, c’è un risvolto particolare della questione. Quando ad elaborare le politiche comuni sono 27 governi, contano molto le alleanze che si riesce a stringere; e in Europa alleanza vuol dire cessione di sovranità. Se veramente, ribaltando una tradizione consolidata, l’Italia cedesse alle lusinghe del “sovranismo” oggi molto di moda soprattutto nei paesi dell’est, potrebbe anche ricevere qualche interessato applauso; ma solo al prezzo di trovare porte chiuse per le proprie sacrosante richieste di redistribuzione dei carichi, siano essi migranti o fondi comunitari. Fatalmente, il destino dei sovranisti non è allearsi, ma combattere l’un contro l’altro. Tutta la storia europea, fino alla metà del XX secolo, sta lì a dimostrarlo.

di Guido Bossa edito dal Quotidiano del Sud