Pd: verso un compromesso insufficiente

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Il Partito democratico che oggi riunisce la propria Assemblea nazionale si appresta a rispondere con un mediocre compromesso organizzativo ad una crisi profonda che evoca il fallimento del progetto politico e la caduta delle motivazioni ideali che undici anni fa (il 14 ottobre 2007) dettero vita ad un nuovo soggetto, nato sul solco dell’Ulivo e nutrito dalle culture delle due grandi tradizioni politiche dell’Italia repubblicana: quella cattolico-democratica e quella post-comunista. La crisi è precipitata con le elezioni del 4 marzo scorso; o meglio, quel deludente risultato (18,7% alla Camera, 19,2% al Senato) non ha fatto altro che certificare l’inadeguatezza del partito rispetto alle mutate condizioni storiche e la sua incapacità a rispondere alla domanda di sicurezza degli italiani in un contesto europeo e internazionale nel quale sono venute meno tutte le certezze che avevano dominato l’inizio del nuovo millennio.

La caduta del consenso verso il Pd è nata e si è ingigantita per buona parte della scorsa legislatura, quando il partito, pur ben saldo al governo, ha in pratica lasciato che fosse l’opposizione a dettare l’agenda politica e a preparare il ribaltone elettorale, anche grazie ad un palese gioco di sponda con le minoranze interne e con parte della stampa cosiddetta fiancheggiatrice. La parabola di Matteo Renzi, dal successo delle europee 2014, alla sconfitta referendaria del 2016, fino al conseguente inarrestabile declino, costituisce un po’ la sintesi di una stagione politica conclusa malamente; ma la personalizzazione degli eventi nasconde una crisi ben più profonda: con l’emersione dei limiti della globalizzazione e il ritorno vigoroso e sfrontato delle logiche nazionali, o come si dice oggi, “sovraniste”, si è come dissolto il contesto culturale e geopolitico nel quale un soggetto come il Pd o prima d’esso l’Ulivo, era nato e poteva prosperare. Anche per questo motivo, è illusorio pensare di tamponare la situazione con un rattoppo di tipo organizzativo ma privo di respiro culturale e non sostenuto da un’analisi rigorosa della fase nuova che l’Italia sta attraversando.

Le opzioni che verranno presentate ai delegati dell’Assemblea nazionale si equivalgono quanto a inefficacia. E’ probabile che l’attuale segretario reggente Maurizio Martina venga confermato a tempo, in attesa delle elezioni europee del 2019, alle quali il Pd si presenterà senza aver sciolto i nodi di fondo che hanno determinato le difficoltà nelle quali non da oggi si dibatte. Martina era il numero due di Renzi, scelto, per così dire, per “coprirlo” a sinistra; non proprio l’uomo più adatto per traghettare il partito “oltre il renzismo”, come si pretenderebbe di fare senza peraltro saper bene che cos’è quell’ “oltre”. Dovrebbe essere chiaro che l’appuntamento elettorale della prossima primavera sarà non solo lo spartiacque della legislatura, ma anche l’occasione per una verifica del possibile consenso attorno ad un progetto europeo che travalichi gli angusti confini della politica nostrana. Per la prima volta si potrà misurare la consistenza di quella coalizione dei sovranisti cui si è iscritto Matteo Salvini, che addirittura pretenderebbe di guidarla; mentre non sono ancora noti i programmi e le alleanze delle forze politiche che nei diversi Stati si richiamano a un’idea di Europa come soggetto sovranazionale, solidale, tollerante, promotore di diritti e di inclusione sociale. A questa visione della storia europea sicuramente si ricollega il Partito democratico; ma la sfida lanciata oggi dalla coalizione dei sovranisti, con l’appoggio esplicito dell’America di Trump, esige una risposta consapevole e coordinata, capace di superare gli steccati ormai angusti delle tradizionali famiglie politiche del vecchio Continente. Il Presidente francese Emmanuel Macron si è assunto l’onere di promuovere un’iniziativa transnazionale contrapposta a quella delle destre sempre più ostaggio dei nazionalismi. In Matteo Renzi avrebbe trovato un alleato naturale; ma ora? Il rischio evidente è che la sua demonizzazione, scientificamente programmata dagli avversari esterni e interni al Pd, travolga l’intero partito.

 

di Guido Bossa  edito dal Quotidiano del Sud