Classi dirigenti ieri e oggi 

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Sarà la Storia, quando le vicende dell’ora si saranno raffreddate, a ricordare il vissuto politico, morale e d’impegno e narrare meriti e limiti della classe dirigente che ha governato l‘Irpinia e il paese dagli anni Sessanta fino ad ieri. Per alcuni, come ad esempio per Fiorentino Sullo, la storia scrive di un gran bene. Galantuomo, forse un po’ accentratore, parlamentare e ministro al servizio dello Stato e delle Istituzioni, morto in povertà e troppo presto dimenticato. Troppo in fretta. Dalla sua costola nasce, nel dopoguerra, una generazione volitiva, scaltra quanto basta, ambiziosa e strategica nella conquista del potere. I loro nomi: Ciriaco De Mita, Gerardo Bianco, Salverino De Vito, Nicola Mancino, Antonio Aurigemma, Giuseppe Gargani, Biagio Agnes, Gianni Raviele, Ortensio Zecchino ed altri che si allenarono nella tipografia Pergola, prima sul Corriere dell’Irpinia e poi su Cronache irpine. Il cemento che li univa era la politica. L’ambizione, il cambiamento, il disegno, il riscatto civile e sociale della nostra terra. E così fu nei primi anni in cui avviarono un comune percorso. La politica era la passione, la Dc lo strumento, i progetti per rompere l’isolamento e guardare oltre la provincia stessa. La cosa funzionò bene in un meridione che si legava ai grandi processi post unitari pur con un enorme serbatoio di clientele. Ancora oggi resta di quel periodo qualche sparuto gruppo di clienti davanti alle isolate segreterie dove ci si reca per osannare e chiedere. Ma è solo piccola cosa rispetto alle maleodoranti sale di attesa di un tempo con centinaia di questuanti ansiosi di parlare con il tal o l’altro parlamentare. Quello era il tempo in cui si coniugava l’Irpinia con il Paese, per la qualità della sua classe dirigente. E poi? Che cosa è accaduto dopo? Il terremoto. Quello fisico ci fu, e in una sola malanotte tolse la vita a circa tremila persone. Quello morale, invece, coinvolse gran parte della classe dirigente, tra accuse di sprechi e quant’altro, tanto che ci sono voluti circa quaranta anni per ribaltarle solo in parte.
Ma da lì, dai giorni successivi a quella tragedia, parte la crisi di quel gruppo dirigente. Per limitarmi ad una sola riflessione, dirò che l’assenza di solidarietà, le ambizioni personali e familistiche di qualcuno, sono stati i primi avvertimenti di un malessere che avrebbe avuto poi nefaste conseguenze. Tuttavia non si cancella il percorso virtuoso che quella classe dirigente era riuscito a fare. Ecco perchè alcune narrazioni dell’oggi senza memoria mi stupiscono e non rendono giustizia. Mi riferisco, ora che la bolgia elettorale sembra concludersi, alla campagna di strumentalizzazione messa in atto contro il Pd e in particolare contro autorevoli esponenti che lo hanno costruito in Irpinia, poi abbandonato, e qualcuno ha pensato di non aderirvi. Mi riferisco, in particolare, a Mancino e De Mita, Con De Mita non parlo da mesi. E quando leggo dei suoi interventi, su qualche agenzia di stampa, non trovo, pur nella sua lucidità, assolutamente nulla di propositivo, se non sferzanti e ripetitivi giudizi su tutti. Non condivido, emi infastidisce, la sua arroganza, dietro la quale, a mio avviso, si celano un cinismo molesto, il suo sfrenato familismo e le sue scelte di classe dirigente che non riescono ad andare oltre il cerchio familiare. Di Nicola Mancino posso dire che il processo di Palermo, trattativa Stato-Mafia, dove era accusato di falsa testimonianza, lo ha tenuto fuori da ogni vicenda politica fino alla recente sentenza di assoluzione. Dal giorno dopo egli si è speso a tutto campo per ridare vita ad un Partito democratico, sempre più in coma con una lista di centrosinistra, con il simbolo del Pd. L’impresa non è riuscita. Chi avrebbe dovuto impegnarsi per l’elezione di Nello Pizza o si è dato alla fuga o ha svolto una campagna elettorale per proprio conto e non per la coalizione, o addirittura si è posizionato in modo da essere gratificato dal successo del vincitore. Tutto qui. Le narrazioni pettegole non hanno dignità di menzione. Ora che la campagna elettorale per il sindaco di Avellino è ormai alle spalle gli insulti non fanno storia, pur suscitando curiosità. Sia chiaro: nelle mie intenzioni nessuna difesa di ufficio di esponenti politici, come ho cercato di dimostrare, ma anche nessuna demonizzazione per fini strumentali. Ritorno alla storia, attualizzandola. Oggi, in realtà, quella classe dirigente, di cui dicevo prima, è stata sostituita da Umberto Del Basso De Caro (sannita) e dal governatore della Campania De Luca (Salerno). Nessuno dei due ha un vincolo di appartenenza con questo territorio. Tutti e due, però, con obiettivi diversi, facendo forza su quella leva dei morti di dorsiana memoria, stanno imbarcando i residui di quelli che erano la Dc, e poi il Pd. Anche da tutte queste storie nasce il successo del Movimento dei Cinque stelle. Le biografie parlano e narrano di strane appartenenze. Il sistema di potere della seconda fase di quella classe dirigente è miseramente crollato, anche, se non soprattutto, sotto i colpi di un sistema di potere infetto. Ora per l’Irpinia, e per il Mezzogiorno, si apre una nuova fase nella quale le parole d’ordine sono cambiamento, trasparenza, legalità, rispetto per il bene comune. Non ci sono più alibi per chi, grazie al consenso elettorale, rappresenta l’Irpinia nelle più alte sedi istituzionali, a partire dal Parlamento nazionale, passando per gli incarichi di governo, fino a giungere alla città capoluogo. Le sfide che sono di fronte ai pentastellati non sono affatto di poco conto. Se quella classe dirigente, che sommariamente ho descritto all’inizio, può oggi scrivere pagine di storia che riguardano la rottura dell’isolamento delle zone interne, la ricostruzione post sisma, sarà quella che oggi si appresta a governare Paese, Mezzogiorno e Irpinia, in grado di scrivere pagine ancora più nobili? Ce lo diranno i fatti.

di Gianni Festa edito dal Quotidiano del Sud