Se la sfida è ricostruire la società

0
2

Un recente studio ha calcolato che la diffusione di smartphone, tablet, smartwatch e tanti dispositivi connessi spinge in alto il numero delle Sim, le piccole carte che li fanno funzionare e che oggi sono di più delle persone presenti sulla Terra.  Nel mondo ce ne sono quasi otto miliardi.  Numeri impressionanti.  Ognuno di noi ha sviluppato una dipendenza dal web che ci porta a guardare in modo compulsivo lo smartphone come fosse una cosa normale. Leggere questi dati ci fa apprezzare ancora di più dei personaggi che sono riusciti ad imporsi in tempi dove tutto deve apparire, tutto deve essere pubblico e condiviso.

Vent’anni fa la morte di Lucio Battisti, stroncato a soli 55 anni da una malattia. Ancora oggi a tutti noi capita ancora di canticchiare le sue canzoni. “Emozioni”, “Innocenti Evasioni”, “Il mio canto libero”, “Con il nastro rosa” solo per citare alcune. Battisti aveva deciso di sparire dalla vita pubblica. Si trovava a suo agio solo fabbricando musica non esibendosi. “Non parlerò più, l’artista non esiste, esiste solo la sua arte”. Una delle sue affermazioni. E tra le ultime comparse pubbliche i  nove minuti televisivi di duetto con Mina nella puntata del 23 aprile del 1972 di Teatro 10. Momenti di grande musica e grande TV. Due artisti che hanno abbandonato la scena senza però lasciare il pubblico. Entrambi hanno giocato con note e parole con stili personali e originali e le loro melodie continuano ad accompagnare intere generazioni.

Le canzoni di Battisti sono state una sorta di colonna sonora di molte vite, tanti amori felici e sogni infranti di malinconie e felicità. Il Capo dello Stato Sergio Mattarella lo ha ricordato come “uno straordinario talento che insieme alla costante e rigorosa ricerca di evoluzioni espressive, lo hanno consacrato come un punto di riferimento nel panorama musicale italiano, superando, nonostante la sua natura schiva e riservata, i confini nazionali. Autentico precursore e interprete delle emozioni, delle inquietudini e dei mutamenti sociali e culturali di un’epoca”. La riservatezza è stata il suo tratto distintivo. Battisti – come è stato scritto – ha costruito la sua leggenda sulla sua musica di talento visionario e sulla sua assenza: detestava le derive del divismo, la pubblicità e i riti della comunicazione, ha parlato solo attraverso i suoi dischi. Quanto è lontano un artista come Battisti dalla nostra epoca, dominata dai social dove ogni cosa fatta, ogni piccolo atto viene “postato”.

Condividere la nostra vita privata minuto per minuto con gli altri mentre la vita reale si muove e va avanti.  In un mondo così la genialità di Battisti o di Mina è stata quella di tenersi in disparte. Un paese che adesso è privo di riferimenti e si rifugia in piccole illusioni e dietro la tastiera di un computer dove sfoga la sua rabbia trasformando i social network in un’orgia di cattiveria.  E così come diceva Umberto Eco sul web la parola di un premio Nobel vale quanto quella dello scemo del villaggio anche perché nell’epoca di Internet nessuno è in grado di capire oggi se un sito sia attendibile o meno.  Ricostruire i tasselli di una società senza punti di riferimento è una delle sfide più difficili che ci attendono. Lo storico Ernesto Galli della Loggia ha scritto che la frattura è avvenuta negli anni ’80-’90 quando le vecchie categorie come gli oratori, la scuola, i partiti o i sindacati, sono state rimpiazzate dai “gusti del pubblico “ o dagli “indici di ascolto”.  Una società insomma costruita intorno a istituzioni formative consistenti è stata sostituita da un’idea fasulla di modernità  fino ad arrivare ad un individualismo carognesco e prepotente.

di Andrea Covotta edito dal Quotidiano del Sud