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LA CULTURA DEL CORRIERE - De Sanctis e quelle lettere a Virginia





10/12/2012
Avrei voluto affacciarmi anche io, come De Sanctis, Cavour e Croce, a quella finestra del secondo piano di villa Maria Luisa a Mazzè Canavese che dal fianco della collina sovrasta la vallata in cui il fiume Doria si snoda il suo percorso attraverso i rossi filari di uva passita.
Purtroppo il grande portone sormontato dallo stemma araldico dei conti Riccardi di Lantosca è sbarrato. Non mi resta altro da fare che accettare il consiglio dei cartelli turistici che ti invitano con frecce e freccette a seguire il percorso romantico.

Mazzè è un paesino in provincia di Torino con meno di 4000 abitanti fondato dai Celti o dai Longobardi che edificarono l’omonimo castello. Una volta arrivavano da tutta la bassa i cercatori di pepite d’oro che il fiume elargiva in maniera parsimoniosa. Il Canavese è terra ricca di castelli, rocche e palazzi turriti. Liguri e Celti sono i popoli nordici che più hanno influito sul temperamento e sulla storia di questa terra a lungo contesa tra i conti di Savoia e i marchesi di Monferrato. Disteso sul fianco di una collina morenica si apre l’abitato di Mazzé su cui veglia la massa merlata del castello che pur ricostruito conserva il fascino del tempo. Un malinconico cartello avverte che è in vendita. Sarà certamente diventato un”location” per matrimoni o un hotel. Sono un amante dei borghi e mi ero riproposto un viaggio tra le contrade del canavese, un territorio bello e caratteristico per i suoi canali e per i suoi laghi. Per caso sfogliando la guida della provincia di Torino, dove allora pernottavo, lo sguardo cadde su una bella foto di Mazzè Canavese e di una dimora antica indicata come“La villa di Virginia Basco”. La casa di quella Virginia che rappresenta il sogno proibito del grande critico irpino? Una visita da non perdere. Con l’aiuto del navigatore da Torino arrivai a destinazione. Quella villa recava tutti i segni di un antico benessere immersa nel verde di un parco di alberi secolari e affiancati dai casolari dei contadini. I Basco erano un tempo una famiglia ricca e riverita, famosa per la loro generosità. Tra queste mura aveva trascorsa la sua vita Virginia. Forse dietro quei vetri si appartava per godere degli ultimi raggi di sole e leggere ancora una volta quelle lettere di Francesco De Sanctis, il suo professore ai tempi della sua adolescenza. Di tanto in tanto il professore la veniva a trovare e la prima cosa che faceva era spalancare i vetri della finestre per far uscire il fumo del suo immancabile toscano e per ammirare quel panorama così somigliante a quello della sua lontana Morra.

Chi sa se il vecchio professore e la vecchia alunna guardandosi negli occhi hanno trovato l’ardire di confessarsi le rispettive delusioni, la maternità mancata di Virginia il matrimonio imposto dai genitori.
Certamente avranno sorriso ricordando la visita al grande Manzoni durante la quale parlò solo De Sanctis mentre don Lisander continuava a sistemare i tronchetti sugli alari. Virginia ne era rimasta delusa, ma De Sanctis, scuotendo dalla cenere il sigaro la consolò dicendo: ”Virginia ma tu non sai quanta abilità ci vuole per fare questo”.
Virginia, creatura autenticamente romantica amava leggere e rileggere, quelle lettere vergate da quella stessa mano da cui erano nate le pagine più memorabili della storia letteraria d’Italia. Si stupiva che potessero parlare di lei, ne lodassero la bontà e la generosità d’animo. Era una cassettina di legno a custodirle racchiuse da un nastro di seta azzurrina. Così le vide Benedetto Croce quando Virginia gli affidò il prezioso plico in cui c’era il racconto della sua gioventù affinché le pubblicasse in occasione del primo centenario della nascita del grande genio. Virginia amava raccontare la sua vita di adolescente a Torino presso la scuola privata di madame Holland, Qui aveva conosciuto Francesco De Sanctis e similmente a tante altre allieve si era fatalmente invaghita del suo professore e pendeva totalmente dalle sue labbra. Era un continuo cinguettio ( come lo definiva il Croce) e non poteva non ammaliare il già maturo scrittore che anche dopo il suo trasferimento a Zurigo mantiene un’assidua e calda corrispondenza con diverse promettenti allieve. Non solo dunque Teresa De Amici e Virginia Basco ma anche le sorelle Mancini, Lia Belisario, e Giacinta Battaglia. Gli chiedono consigli e pareri e il profugo si concede uno svago, una specie di antidoto contro la tetraggine dell’ambiente zurighese In verità tra coloro che non capirono la necessità di questa corrispondenza c’erano i suoi tre più cari e inseparabili amici tutti ex alunni del periodo napoletano: Imbriani, De Meis e Marvasi.

All’epoca non c’erano i messaggini ma il pettegolezzo viaggiava ugualmente veloce ed essi si sentono feriti a morte e si comportano come innamorati delusi e traditi. Marvasi prende carta e penna e scrive una lettera ultimativa al limite dell’offesa invitandolo a non disperdere un patrimonio di ideali alti e nobili. “Lasciate stare – gli scrive- Meneca, Carmenella e Brigida. Non baloccatevi con delle bambine anche se sono poetiche ed estetiche. E per Dio la gioventù italiana non conta più nulla per voi"? Scuotetevi, educatela spingetela”.
Come giustamente fa notare Toni Iermano nel suo libro “Lettere a Virginia” di cui consiglio vivamente la lettura per la ricchezza e precisione dei rimandi bibliografici e testo di riferimento anche per questo articolo, nessuno meglio dei vulcanici amici napoletani doveva conoscere lo stato d’animo di De Sanctis che riconosce la sua patologia ma non sa come uscirne, oscillando sempre tra la dimensione del sogno e quella della realtà. Comunque l’invito sfrontato ma sincero del suo amico è come una scossa che io risveglia da un torpore che sa di depressione..Le divine fanciulle scompaiono tutte tranne Virginia che rimane una figura centrale almeno dal 1856 al 1860 per diradarsi un po’ fino al 1875 . quando Il De Sanctis le dedicò Il viaggio elettorale Benedetto Croce ci ha lasciato una precisa memoria del suo soggiorno a Mazzè : “…Fui invitato nel settembre alla sua villa di Mazzè Canavese, e ricevetti da lei premurose accoglienze.

E subito ella cavò da una cassetta e mi porse le lettere del Maestro, legate con nastrini di seta celeste scoloriti dagli anni; e parecchie ne leggemmo insieme, sottolineate durante la lettura dal suo sorriso (particolarmente nei luoghi in cui si toccava di sue ambizioni letterarie); e tutto mi permise di portare con me, per copiarle a mio agio per la pubblicazione che preparavo. Volle la buona signora, già travagliata da grave infermità, accompagnarmi in giro pel suo giardino; e poiché un congiunto mi aveva bisbigliato all’orecchio, che ella, per esercitare i doveri dell’ospitalità, andava sovente oltre le sue forze, mi toccò adoperare una industria per ricondurla alle sue stanze e continuare solo col suo
congiunto la passeggiata, che ella voleva che io facessi”.
La contessa morì prima di vedere pubblicate Le sue lettere che purtroppo sono andate perdute .per fortuna si sono conservate quelle copie del Croce che ci restituiscono un’ìmmagine un po’ diversa da quella a noi più familiare dei Saggi critici e ci rivelano le doti di sensibilità e di saldezza morale di un uomo che ha saputo interpretate il ruolo che la politica gli dava ma anche quello più’ delicato del’educatore che sa trovare nell’empatia il lievito per far coincidere il pensiero con l’azione la teoria con la prassi res et verba.

Virginia Basco e Teresa De Amicis erano creature vere e reali perché psicologicamente vere e
reali ma come Beatrice e Francesca anche figure letterarie poetiche. De Sanctis le ama non come donne ma in quanto sue creature.
L’ultima lettera è del 12 maggio 1883. “ …tu mi hai dimenticato e sono solo in mezzo ai miei mali . Ma che fa? Sei sempre la Virginia dagli occhi dolci e dal sorriso intelligente”?
Dalla prima lettera indirizzata alla signorina Virginia Basco del 1855 son trascorsi quasi trenta anni e il tempo ha cambiato tutto intorno a Francesco e Virginia disseminando sul loro cammino gioie e dolori ma non cancellando il ricordo di qualcosa che avrebbe potuto essere e non è stato.
Questo versante del genio desanctisiano appare poco e male esplorato perché confermerebbe il vecchio pregiudizio di un De Sanctis campione mondiale dei distratti, poco idoneo alla vita pratica gran sognatore.

Grande studioso dotato di una memoria prodigiosa ora scriveva di getto pagine e pagine ora aveva bisogno di due giorni per trovare un aggettivo giusto. La sua speranza erano i giovani a cui raccomandava lo studio ma non come fine bensì come mezzo. ” Non si deve -diceva- gettarsi in imprese fuori d’ogni misura (…) nobile è l’orgoglio di un uomo o di un popolo, quando, memori di se stesso osa mirare quelli che gli stanno sopra e dire: voi siete più fortunati di me non più grandi di me”. 

Quest'articolo è stato visualizzato 705 volteRoberto Barbato
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