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“Solo sterco del Diavolo contro Palatucci”

Intervista ad Aldo Francesco: «Deliranti le accuse del Centro Levi di New York all’eroe della Shoah: trasformato da “Giusto in persecutore”». E precisa:«L’azione di salvataggio con lo zio Monsignor Palatucci è la prova regina che smonta ogni calunnia»



26/06/2013
“E’ il colmo- così esordisce Aldo de Francesco, intervenendo nel dibattito- ormai l’orgia demolitrice di certo relativismo, frutto di ideologie nichiliste, non ha più confini. Questa ne è un’altra riprova. Non so nel dettaglio su che cosa si fondi la gigantesca bufala del Centro Primo Levi, che dovrebbe operare nel segno del ricordo e del rigore di un grande uomo, che ha vissuto sulla propria pelle l’orrore dell’ olocausto- continua- ma ci vuol un bel coraggio a trasformare Giovanni Palatucci, proclamato nel 1990, in Israele, il Giusto tra le nazioni e, dal 2000, Servo di Dio nel processo di beatificazione in atto, da “giusto” ad abietto “persecutore” degli ebrei. Al di là delle dicerie di “untori”, restano prove inconfutabili per continuarlo a considerare, senza ombra di dubbio, un eroe della “shoah”. Meraviglia che un Centro, nato per trovarle, conservarle - e acquisirle sperabilmente non da “ricettatori”, come pare, ma da ricercatori professionisti, come sarebbe stato auspicabile- pieghi le prove che ha al pregiudizio delle ideologie ”.

Che cosa è  venuto meno per mettere in dubbio un impegno pro ebrei cosi rilevante ?
“Più che venire meno qualcosa, a riemergere e a intorbidire le coscienze è ancora una volta la ricorrente accusa alla Chiesa di Papa Pacelli e a tutti coloro che resero o possono rendere credibile l’impegno di quel pontefice nella difesa degli ebrei. Intanto precisiamo subito che, a parlare, per la prima volta, di cinquemila ebrei messi in salvo da Giovanni Palatucci, dal settembre del 1943 in poi, non fu un anonimo uccello di bosco ma un certo Rafael Danton, delegato italiano alla Prima Conferenza Ebraica Mondiale, svoltasi a Londra nel 1945. Se questo non bastasse a illuminare il torbido pensiero di questi ricercatori potrebbe servire a farlo quel saggio di importante rigore storico e narrativo: “A Dachau, per amore: Giovanni Palatucci”, opera di Goffredo Raimo, bravissimo collega irpino, troppo presto scomparso, in cui figurano una serie di testimonianze inoppugnabili sul ruolo avuto dal giovane e coraggioso funzionario della Questura di Fiume di difensore degli ebrei nei giorni della caccia grossa da parte delle belve naziste. Se lo avessero letto, non sarebbero arrivati a conclusioni così balorde ”.

Oltre a quanto appena detto, secondo lei che cosa rende fragile, destituita di ogni fondamento le accuse provenienti dall’America?
“La vile e scorretta separazione che si fa dei destini di Giovanni Palatucci e dello zio Vescovo, il primo nel mirino dei ricercatori, il secondo del tutto ignorato, pure avendo, nipote e zio, agito di comune accordo come risulta dalla storia e da serie testimonianze. Perché, ci si domanda, si accusa Giovanni e si ignora invece lo zio? Già questo prova la loro malafede. Ha ragione la storica ebrea Fausta Foa quando dice che si è voluto colpire essenzialmente Palatucci, un cattolico, impegnato in un’opera di salvataggio degli ebrei, un supporto all’idea che la Chiesa si sia prodigata a favore degli ebrei con coinvolgimenti esterni o di formazione affine, e quindi la iniziativa stessa della sua beatificazione, legata all’idea di un impegno non condiviso da tutti sulla Chiesa di quel tempo di Pio XII”.

Quindi lei insiste su questo tasto, su una lettura faziosa, settaria di quel tempo.
“E’ evidentissima. Il Centro Levi dovrebbe sapere che, nel giugno del 1940- pur trovandosi molto vicini a Fiume, i campi di concentramento di Kraljevica e a più a Sud, quelli di Brac e Hvara- si preferì dirottare schiere di internati- croati, sloveni , austriaci, tedeschi, lettoni, ungheresi, boemi, estoni, serbi, croati e tanti altri - a oltre mille chilometri di distanza, alla stazione di Eboli, per poi convogliarli a Campagna, al centro di detenzione e di libero internamento del Sud Italia. E ancora chiedersi che tale trasferimento non avvenne per caso ma perché qui vi era un grande vescovo, di sconfinata umanità e coraggio, Giuseppe Maria Palatucci, zio di Giovanni, il quale d’intesa con il nipote, funzionario di polizia a Fiume, promosse “un corridoio umanitario” senza eguali, da dare scacco matto, non una ma più volte, a quella vasta, subdola rete di spietati e insidiosi aguzzini che lavoravano per lo sterminio.
Un’intesa, che trovò il sostegno totale e incondizionato di un altro irpino, originario di Montemarano, allora commissario capo, poi futuro questore di Trieste, Feliciano Ricciardelli, che pagò a caro prezzo la protezione data agli ebrei con l’arresto e la deportazione a Dachau, dove incontrò nuovamente Palatucci. Ricciardelli però fu liberato nel 1945 dagli alleati, mentre Palatucci morì di stenti. Farebbe bene la storiografia più seria a soffermarsi su questo generoso intreccio umanitario che basta da solo già a vanificare, quale che sia l’impianto accusatorio, le ricostruzioni avventate del Centro Levi di New York”.

In che modo si prodigò il giovane funzionario, per considerarne anche oggi la sua azione, dopo queste palate di fango, al di sopra di ogni sospetto?
“Io le chiamerei “sterco del diavolo”, mutuando il linguaggio da eminenti religiosi del passato, che bollavano così calunnie di questo tipo, perfide e diaboliche. Intanto le rispondo con quanto asserisce Nico Pirozzi, uno dei più autorevoli studiosi su questo periodo storico: a suo avviso, l’ aiuto di Palatucci, responsabile dell’Ufficio Stranieri della Regia Questura di Fiume si tradusse in un mancato aggiornamento degli schedari razziali ( lo testimonierà il funzionario del Ministero dell’ interno, che, dal 19 al 23 luglio ispezionò l’ufficio) in falsi permessi di soggiorno e in altrettanti, poco credibili provvedimenti di internamento libero, che consentivano una maggiore libertà di movimento decisiva in quei giorni bui, ma anche in passaporti. Insomma un’azione capillare non episodica. Noi non controllavamo neanche le borse– dichiarò l’ex finanziere, Giuseppe Veneroso, dal primo maggio 1941 all’8 settembre del 1943 in forza alla Guardia di Finanza di Susak- ci bastava vedere i lasciapassare firmati dal commissario Palatucci, con il timbro della Questura, e li lasciavamo andare”.
Salvandoli, dandogli una via di scampo. C’è fa restare davvero basiti nel verificare come si possa mutare una coraggiosa, impavida opera di liberalità nel suo opposto: in persecuzione”.

Pare che sul “caso Palatucci” pesi molto il fatto che, a tutt’oggi, non ci sia ancora la possibilità di conoscere i mezzi e le modalità utilizzati dal responsabile dell’Ufficio Stranieri della Questura di Fiume per salvare tanta gente?
“Senza essere machiavellici ad oltranza, mi chiedo ma di fronte a migliaia di ebrei che sarebbero stati diversamente avviati ai forni crematori e furono, invece, sottratti a tale atroce destino dal coraggio del giovane funzionario di Pubblica Sicurezza, anche se ci fu qualche umana dimenticanza, che cosa contano, possono contare i mezzi adottati, non ancora del tutto documentati, rispetto al fine raggiunto: cioè la salvezza degli ebrei? La risposta, anche se intuibile, la trovo in una giusta e articolata motivazione, avanzata già qualche anno addietro, sempre da Nico Pirozzi, molto rigoroso in materia e non facile a bersi tutto, il quale giustamente ribadiva che operazioni del genere, condotte con la massima segretezza, inevitabilmente portavano alla distruzione di documenti e di prove compromettenti. Mica si poteva essere cosi sciocchi da metterle in bacheca ? Saggia e comprensibile precauzione- è sempre lui ad affermarlo- sarebbe quindi stata, da parte del vescovo di Campagna far sparire delle prove compromettenti, non appena venutone in possesso. Visto anche che non lontano da Campagna erano acquartierati alcuni reparti di militari tedeschi: la 16 Division panzer a Eboli e la 29. Panzergrenadier- Division a Persano. Questa è storia verificabile non fantasia. Si pretendeva forse che, in quei giorni frenetici, con la morte in faccia, si stilassero diari per “poster e posteri?

Che cosa pensa invece di questa ricorrente accusa all’atteggiamento di Pio XII, ritenuto ambiguo verso la causa degli ebrei ?
“Purtroppo la lingua batte dove il dente… ancora duole. Io a riguardo ho solo una piccola storia da citare, sull’impegno concreto della Chiesa in favore degli internati ebrei, che fa molto onore al mio paese, indicativa però di un comportamento diffuso in Italia. Ricordo che questi sfortunati signori venivano accolti dalla gente con molto rispetto e calore. Allora però ero troppo piccolo non potevo far caso a tanti particolari significativi, che oggi, alla luce di riletture spesso velenose di certi eventi, sono da raccontare, ecco importanti, per contribuire a fare più chiarezza. I gruppi di internati, in numero di cinque sei persone, sapete dove furono a lungo ospitati e protetti in quegli anni di persecuzione ? O a casa dei sacristi o del parroco, nel mio caso, della famiglia di Francesco Piccirillo e del parroco don Eduardo Bocchino. Questa è storia che insegna: non ricerca di “cantastorie”.


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