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L'IRPINIA E L'UNITÀ D'ITALIA
Economia irpina e sviluppo nei primi decenni unitari





20/03/2011
All’indomani della proclamazione del Regno d’Italia, il Mezzogiorno venne assorbito in un sistema politico-economico totalmente centralizzato, che non concedeva alcuna autonomia ai territori annessi. Di più, l’estensione del regime di libero scambio, in vigore nel Regno di Sardegna, frenò drasticamente il precedente e relativo processo di crescita delle produzioni, stimolato dall’afflusso di capitale straniero e dal basso costo della mano d’opera, oltre che da una pressione fiscale quasi inesistente. La fine del protezionismo determinò la crisi irreversibile del fragile sistema industriale lasciato in eredità dal regime borbonico.
Analoga sorte toccò all’agricoltura. Gli economisti ed i politici più attenti percepirono subito il divario tra l’ancora semifeudale Mezzogiorno e le regioni centrosettentrionali, ormai orientate verso una crescita di tipo capitalistico: l’unificazione del mercato non poté che mettere a nudo l’inadeguatezza e la subalternità della struttura agraria meridionale all’interno del sistema economico nazionale.
Le stesse leggi di incameramento e alienazione dei beni ecclesiastici e demaniali, varate nel primo decennio unitario, produssero effetti sociali ed economici negativi, se non devastanti, visto che ai contadini meridionali (per di più gravati da numerose imposte che ne aumentavano il malcontento e i disagi) non fu data l’effettiva possibilità di poter acquistare e condurre al meglio i lotti messi all’asta: ancora una volta, dopo l’esperienza del periodo napoleonico, ne approfittò la borghesia assenteista e parassitaria, avida di “roba”, che rilevò direttamente od indirettamente la quasi totalità dei terreni disponibili.
Su tali dinamiche, resta ancor valido il giudizio di Emilio Sereni: “Lo sviluppo capitalistico, unificando il mercato nazionale, accentuando il carattere mercantile dell’economia italiana, trasforma in un contrasto quella che era una semplice disparità, una differenza nel grado di sviluppo tra Nord e Sud. Il Mezzogiorno diviene, per il nuovo Regno d’Italia uno dei Nebenlander (territori dipendenti) di cui Marx parla a proposito dell’Irlanda nei confronti dell’Inghilterra, dove lo sviluppo capitalistico industriale vien bruscamente stroncato a profitto del paese dominante”.
In un contesto così difficile e tormentato, durante il primo ventennio unitario l’economia irpina subì un processo di dura destrutturazione, con difficili possibilità di ripresa a breve e medio termine.

L’artigianato e le industrie:
dalla statistica del 1842
alla decadenza postunitaria

Anche in Irpinia l’artigianato e la piccola industria avevano raggiunto un relativo sviluppo alla vigilia del 1860, come aveva osservato Nicola Montuori, membro della Società Economica di Principato Ultra: “Molte altre arti minute aveva la provincia prima del 1815, come quella di ferrai, falegnami ebanisti, carrozzieri, cappellai, e tutte queste dopo il 1834 si son perfezionate, ed in prodotti di tali arti gareggiano con quelli della capitale”.
Indicativi, al riguardo, sono i dati di una statistica effettuata nel 1842.
Maggiore centro artigianale era naturalmente il capoluogo, dove in quell’anno si trovavano 40 stabilimenti di piccole dimensioni (in media, non si superavano i cinque addetti): oltre ai mulini (dove si lavorava il frumento proveniente dalla Puglia e perciò tra i più importanti del regno), in città si producevano panni, cappelli, sapone, acquavite, cera, piatti, mattoni, embrici, vetri; si lavorava anche il legname e vi erano due tintorie.
Nonostante l’evidente crisi di alcuni settori (soprattutto il tessile) e la stagionalità di altri (i tredici mulini erano aperti sette mesi all’anno), allora Avellino era ancora uno dei più importanti crocevia commerciali del regno. La presenza di opifici era rilevante anche ad Atripalda: oltre agli stabilimenti siderurgici, vi erano una cartiera con “dieci artieri” e sei gualchiere con uno-due addetti per stabilimento. A Castelbaronia prosperavano le attività tessili (due tintorie, una azienda “ tessitrice di panno e lana e telerie”, una “filatrice di lana e canapa”) e soprattutto la produzione di pettini d’osso, che “spacciansi in varie regioni del regno” (in uno dei due stabilimenti censiti si dichiararono addirittura cento addetti). Altri opifici si trvavano a Pietradefusi (lavorazione dei bachi da seta), Paternopoli (una fabbrica d’argilla con 15/20 operai) e Montefusco che, capoluogo del Principato Ultra fino al 1806, ospitava ancora un discreto numero di attività (lavorazione di piatti, lavori in filo e seta, produzione di paste e candele), tutte però destinate ad un repentino declino.
I settori produttivi che, almeno in embrione, negli ultimi decenni del regime borbonico, si avvicinano alla tipologia industriale avanzata erano l’attività siderurgica e quella conciaria.
Ad Atripalda vi erano due ramiere e due ferriere da “epoca immemorabile”: le ferriere, nel 1848, davano lavoro rispettivamente a 27 e 16 operai. Un’altra si trovava a Serino: fondata attorno al 1600, vi lavoravano 6 operai. Di più recente formazione erano invece la ferriera di Montella (fondata nel 1826, con 30 operai) e le due di S. Potito (fondate entrambe nel 1830, con due operai ciascuna).
Pur producendo il 30% del ferro del regno, gli impianti erano tecnologicamente arretrati: vi si lavorava alla “catalana” e, per ammissione delle stesse autorità economiche del tempo, “senza miglioramenti”. Sulla produzione incisero anche le varie crisi congiunturali: nel 1843, la ferriera di Montella restò chiusa per circa sei mesi a causa “dell’avvilimento del prezzo del ferro”.
A Solofra, nel 1852, si censirono ben 32 concerie per un totale di circa 600 operai; vi erano anche 6 case di lavorazione di oro ed argento con 60 operai.
Ancora Montuori annotò che “Solofra aveva prima del 1815 l’arte del conciare i cuoi e de’ battiloro; quella de’ cuoj è migliorata e può concorrere coi prodotti con quelli di Castellamare e con altri del regno. È vicino però a perdersi la manifattura de’ battiloro, ora che le vernici metalliche non fanno più richiedere la doratura e la in inargentatura a foglietto”.

***
La mancanza di una moderna mentalità imprenditoriale e l’inadeguata organizzazione del lavoro (spesso a domicilio, a tempo parziale e quasi sempre considerato complementare all’agricoltura) non potevano certo far reggere l’urto dell’unificazione del mercato. Il crollo fu veloce: se ancora nel 1861 l’8% della popolazione irpina era interessata al lavoro nell’industria e nell’artigianato (30.756 unità di cui il 51% circa di donne ), nel 1889 gli addetti all’industria erano solo il 2% (8117 unità). Delle ferriere rimasero poche e labili tracce; l’artigianato perse l’antico splendore; l’attività molitoria non si adeguò alle nuove fonti di energia e la produzione della pasta si ridusse ormai “in uno stato casalingo, sostenuta dal lavoro di pochi ed intelligenti operai”. Anche il settore tessile, già in evidente caduta durante gli ultimi decenni del regime borbonico, si ridusse quasi totalmente all’ambito domestico, come costatò con amarezza, nel 1879, lo studioso del territorio Raffaele Valagara: “Senza il sussidio degl’instrumenti perfezionati, che la meccanica ha da poco tempo messo a disposizione dell’uomo, i nostri antenati, di noi più provvidi, fabbricavano buoni panni di lana; ed a sodare tali panni, vi erano parecchie gualchiere animate dal Sabato e dal Calore, questi opifici tacciono da circa mezzo secolo e cadenti ne sono i fabbricati; ma con loro caddero pure non poche fortune, le quali si erano in Avellino costituite colla industria del lanificio”.
Ancora, la realizzazione della linea ferroviaria Napoli-Benevento-Foggia, per dirla con Francesco Barra, “avulse la provincia da quella funzione di tramite viario che aveva assolto per secoli”. Di conseguenza, “la rapida caduta della funzione commerciale tradizionale esercitata da Avellino, rimasta tagliata fuori tagliata fuori con tutta la sua provincia dalle grandi correnti di traffico, si ripercosse pesantemente su tutte le attività economiche, ed in particolare sull’artigianato e la piccola industria”.
L’unica attività che riuscì in qualche modo a superare la crisi dell’unificazione fu l’industria conciaria di Solofra. Pur soggetta a ricorrenti crisi cicliche (nel 1876 il numero delle concerie scese a 19 con 80 addetti a causa anche, secondo Valagara, “di mancanza di capitali e dell’istruzione tecnica”), nel 1889 risultò di nuovo fiorente, con 33 concerie e 211 addetti, mediamente impiegati 216 giorni all’anno.
In definitiva, negli ultimi decenni dell’Ottocento, solo l’attività conciaria e quella mineraria (negli anni ’70 si avviò l’estrazione dello zolfo di Altavilla) riuscirono ad avere parvenza di “industrie moderne”.

L’agricoltura

La crisi dell’industria e dell’artigianato accentuò il già preminente ruolo dell’agricoltura che peraltro, proprio nei primi decenni del nuovo Regno d’Italia, visse una fase di relativa espansione. Negli anni Ottanta, però, si registrò una crisi durissima, dovuta alla congiuntura internazionale ma anche alla mancata programmazione e razionalizzazione delle colture. La redistribuzione della proprietà fondiaria non aveva migliorato il sistema agrario: nuovi e vecchi possidenti, come gli antichi feudatari, insistevano nel cercare il massimo profitto senza alcun investimento. Nemmeno il Comizio Agrario, sorto nel 1867 sulle ceneri della disciolta Società Economica di Principato Ultra, riuscì ad imporre concrete innovazioni strutturali. La campagna continuò ad essere considerata come un semplice investimento immobiliare. Intanto, i pochi contadini entrati in possesso dei lotti tolti alle istituzioni ecclesiastiche e al demanio non riuscirono a pagare i debiti contratti per l’acquisto: dopo alcuni anni di alte rese, dovute al fresco dissodamento e allo sfruttamento irrazionale imposto dall’urgente necessità di denaro, i fondi ormai isteriliti vennero abbandonati o rivenduti ai proprietari assenteisti.
Nel complesso, si notò un’evoluzione diversificata nelle due zone agrarie in cui si era allora soliti dividere la provincia: la prima zona comprendeva il circondario di Avellino e i comuni posti a sinistra dell’Ofanto e a destra dell’Ufita; nella seconda zona rientravano i restanti comuni dei circondari di Ariano e Sant’Angelo dei Lombardi.
Nella prima zona prevaleva la coltura intensiva, la proprietà era frazionata ed il latifondo praticamente assente. La densità di popolazione era abbastanza alta (130 abitanti per chilometro quadrato nel 1879). È proprio in questa zona, meno interessata dal processo di ristrutturazione fondiaria, che nei primi decenni unitari si verificò la maggiore espansione del mercato agricolo, grazie alla disponibilità di colture pregiate:
Le castagne erano di eccellente qualità e venivano esportate in gran quantità (proprio in quel periodo un campione raccolto a Bagnoli era stato premiato in un’esposizione internazionale a Vienna): “ della produzione- ricordò Valagara- una metà circa va consumata in provincia, e ne viene annualmente esportata l’altra metà”. La zona di maggior produzione, allora come oggi, si trovava tra i comuni di Bagnoli e Montella, dove il prodotto veniva anche lavorato e trasformato: la cosiddette “castagne del prete” erano apprezzate soprattutto in America.
L’America costituiva anche il mercato privilegiato delle nocciole, usate per le confetture. Del resto, i noccioleti irpini, concentrati ad Avellino e nei mandamenti limitrofi, si distinguevano per le ottime rese, tra le più alte d’Italia.
Le viti abbondavano nei comuni collinari della prima zona (Tufo, Taurasi, Lapio, Montefredane, Castelfranci, tra i più importanti per qualità): “la produzione di vino- scrisse ancora Valagara- è la principale vena da cui la provincia trae il suo benessere, sia che si tenga conto dell’attuale importanza del suo prodotto, e dell’esportazione che n’è fatta [in Italia e all’estero, ndr]; sia che si consideri il suo più prospero avvenire”. L’ottimismo rifletteva la felice congiuntura del decennio 1870/80, allorché la produzione vinicola irpina triplicò mentre quella francese veniva decimata dalla fillossera. Le tecniche di coltivazione, raccolta e produzione rimasero però “empiriche, tanto che i risultati dipendono quasi completamente dal caso”. Unica e comunque notevole novità fu l’istituzione della scuola enologica, fondata ad Avellino nel 1879, su proposta dell’allora ministro Francesco De Sanctis.
Ancora dalla prima zona, si immettevano sul mercato altri prodotti di buona qualità: “vennero industriali da lontani paesi, e qui si stabilirono per acquistare e mandar fuori grosse partite di frutta”.
Nella seconda zona prevaleva la coltura estensiva, con una proprietà meno frazionata e alcuni notevoli latifondi nei comuni prossimi alla Capitanata. La densità abitativa era minore (79 abitanti per chilometro quadrato nel 1879). Molti braccianti, nelle cattive annate, emigravano temporaneamente nelle zone limitrofe. Vi regnava incontrastata la coltivazione del grano, anche in montagna. Negli anni Settanta la produzione cerealicola riuscì a raddoppiare grazie al fenomeno delle quotizzazioni, che avevano ridotto le importanti aree boschive. Ma l’arretratezza delle tecniche e l’inadeguatezza di molti suoli non garantirono mai alte rese, peraltro sempre insufficienti per il fabbisogno provinciale.
Negli anni Ottanta, quando la crisi economica europea si fece sentire anche in Italia e si avviava ad esaurimento la già debole fertilità dei suoli destinati al grano, l’agricoltura irpina entrò in una fase drammatica. Di più, le esportazioni subirono una brusca contrazione per l’accresciuta concorrenza di nazioni sino ad allora ai margini del mercato internazionale ma anche in conseguenza della guerra doganale con la Francia.
Il prezzo del vino e degli altri prodotti di pregio crollò. In Alta Irpinia, al progressivo isterilimento dei terreni seguì un grave dissesto idrogeologico, frutto anche del disboscamento selvaggio, di cui si avvertono ancor oggi le conseguenze.

Le conseguenze della crisi

La crisi apparve subito di difficile soluzione anche perché, come abbiamo notato, negli anni di relativa crescita la struttura sociale irpina era rimasta pressoché immobile, ancorata a dinamiche d’antico regime.
A questo punto, potremmo chiederci: in Irpinia sarebbe stata possibile un’alternativa storica al decremento produttivo e alla stagnazione? Poteva la borghesia terriera trasformarsi in borghesia agraria, da parassitaria a imprenditrice?
Di sicuro, tutto ciò non avvenne: le rendite continuarono ad essere impiegate “nella vertigine del lusso, dei piaceri, della vanità” (negli anni Ottanta le mode e le costose manie della “Belle Epoque” erano ormai diffuse anche nelle province meridionali) oppure utilizzate nella pratica del prestito ad usura o, ancora, per indirizzare i giovani agli studi legali e medici, facendo ingrossare le già pletoriche fila di mediocri professionisti di stampo umanistico,”per i paesi rurali l’elemento più parassita”. In definitiva, i possidenti continuarono a ritenere che “alle vecchie pratiche non convenga altre sostituire”.
L’accentuazione del carattere parassitario della borghesia terriera segnò anche la mancata evoluzione dei contratti agrari: dopo il 1860, nelle campagne irpine continuò a prevalere il sistema dell’affitto, che per sua stessa natura non poteva favorire né il miglioramento delle colture né tantomeno le condizioni economiche del fittavolo, tenuto a corrispondere al padrone la somma prevista dal contratto anche in presenza di eventuali danni e di cattivi raccolti.
Difficile si rilevò il tentativo di introdurre la colonia parziaria e la mezzadria, che già sotto il regime borbonico la stessa Società Economica aveva inutilmente proposto.
Le conseguenze della crisi, ha ricordato ancora Sereni, furono di lungo periodo e ipotecarono il futuro sviluppo del paese: “I residui feudali nell’economia agraria dell’Italia centrale e meridionale, in particolare, ostacoleranno assai gravemente in queste regioni la separazione dell’agricoltura dell’industria, lo sviluppo mercantile e capitalistico dell’agricoltura, la formazione del mercato interno per la grande industria; daranno a tutta l’economia la loro impronta di arretratezza e di primitività; faranno dell’economia italiana un’economia tipicamente ritardataria”.  

Quest'articolo è stato visualizzato 3606 volteFiorenzo Iannino
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