I GRANDI GIALLI DEL PASSATO
Passione e vendetta a Montemiletto

E il 5 dicembre 1883 quando viene ritrovato il corpo senza vita del proprietario Ottavio Baratta

18/01/2012
Il corpo di Ottavio Baratta, trentanovenne di Montemiletto, giaceva immerso in una vasca d’acqua in contrada Pozzillo, legato da una corda, il capo fasciato da un fazzoletto e ricoperto dal lembo di una giacca. Aveva le ossa delcranio frantumate, una ferita da taglio profonda fino all’osso alla regione parietale e contusioni su tutto il corpo, sulla nuca, sulla mano, sulla tibia sinistra. Per i periti non c’erano dubbi, a causare la morte erano stati i colpi di un corpo contundente. I sospetti erano caduti in un primo momento sui fratelli Saverio, Pasquale, Francesco ed Ernesto Bevilacqua, in lite con la vittima per contrasti legati ad un fondo di proprietà del Baratta ma non c era voluto molto a capire che non c’entravano nulla con la morte del rivale.

A prendere corpo giorno dopo giorno era un’altra ipotesi, ben più terribile, quella della colpevolezza della moglie del Baratta Annarosa Di Fronzo, esasperata dalle continue liti col marito e probabilmente aiutata nel commettere il delitto dal cognato Pasquale Colella, suo confidente. La Di Fronzo continuava a proclamarsi innocente ma la sua versione faceva acqua da tutte le parti. A rivelare nuovi interessanti indizi la perquisizione della casa del Baratta dove gli inquirenti avevano ritrovato il bastone di canna che Baratta portava sempre con sé, una bottiglia piena a metà di vino misto a solfato di rame, quella che era apparsa immediatamente una sostanza venefica e sistemati su una sedia il cappotto e il cappello del Baratta.

La Di Fronzo, da parte sua, continuava a sostenere che Ottavio Baratta non si era mai ritirato a casa quella sera del 5 dicembre 1883, ma le indagini sembravano condurre in tutt’altra direzione, gli oggetti ritrovati in casa sembravano dire il contrario, Baratta doveva essere stato ucciso proprio nella sua abitazione e di lì trascinato in contrada Pozzillo. Si spiegavano così anche le contusioni riportate su tutto il corpo. Del resto, lungo il percorso che attraversa Belvedere, Vigna Vecchia e Montefalco erano evidenti piccole gocce di sangue, le stesse gocce rinvenute su una pietra non lontana dalla vasca dove era stato ritrovato il cadavere del Baratta. In tanti potevano testimoniare come i rapporti con il marito non fossero certo idilliaci, tanto che nel 1878 la donna aveva chiesto e ottenuto dal Tribunale di Avellino la separazione, costretta a contrarre un mutuo di 800 lire pur di portare avanti il giudizio. La riconciliazione col marito era avvenuta grazie ad un arciprete del paese ma poi i rapporti erano tornati a farsi tesi, tanto che ormai dormivano separati, l’uno al piano superiore e l’altro a quello inferiore.

Anche altri testimoni avevano ricordato come l’ultima lite fosse avvenuta tre giorni prima del delitto, il marito accusava la moglie di aver rubato delle castagne dal proprio fondo e per tutta risposta aveva chiuso il portone di casa, lasciando fuori Annarosa, che aveva cominciato a sbraitare: «Svergognato, mi vuoi dare la chiave che la casa è mia? Se non da vivo me la darai da morto?». La lite era degenerata tanto che il marito l’aveva colpita con un calcio alla schiena. Nel tornare dalla Pretura dove si era recata per denunciare l’accaduto aveva incontrato il Colella e gli aveva confessato: «di non essere stata ascoltata, intanto, il calcio ricevuto mi impedisce di camminare, devo vedere quello che si deve fare». Alcune donne che lavoravano nel fondo del Baratta, impegnate con lui a raccogliere l’uva, avevano raccontato come, su richiesta dello stesso, si fossero recate dalla moglie per portargli il pranzo, Annarosa aveva consegnato loro un pacco contenente maccheroni, pane e bottiglia di vino ma dopo aver bevuto da quella bottiglia, il Baratta aveva accusato nausea e mal di stomaco, fino a convincersi che quel vino fosse avvelenato.

L’aveva mostrato anche ad alcuni amici quello strano liquido contenuto nella bottiglia, chiedendo se secondo loro si trattasse di vino. A colpire le donne era stato anche un altro particolare, nel salutarle quel pomeriggio, così avevano riferito, «aveva raccomandato loro di vigilare e di accorrere non appena avessero sentito delle grida provenienti dalla sua casa, quasi sapesse quello che sarebbe poi accaduto». Altri testimoni avevano riferito come a complicare i rapporti tra moglie e marito fosse stata la questione di alcuni debiti contratti dalla moglie che il Baratta si sarebbe impegnato a pagare al momento della riconciliazione e poi rifiutato di estinguere. In tanti ricordavano, inoltre, come la mattina del 5 dicembre la Di Fronzo fosse rimasta a lungo davanti casa, mostrandosi preoccupata per il marito che non era tornato a casa quella notte, tanto che alcuni le avevano chiesto sorpresi il perché di tanta premura «Perché ti preoccupi se non c’è giorno che state in pace?».

Senza contare che alcuni vicini ricordavano bene di aver visto il Baratta rientrare regolarmente a casa quella sera. Quanto al Colella, accusato di complicità, gli inquirenti avevano accertato come brevissima fosse la distanza tra la casa della Di Fronzo e quella degli stessi Francesco Carbone e Giuseppe Nittolo dove raccontava di essere stato la notte del delitto. «Il mattino del 5 novembre – aveva spiegato Filippo Ragno – mi trovavo a passare per la strada San Pietro, dovendomi recare da Antonio Vozzella che mi avrebbe aiutato a imbottare il vino. Passando davanti alla casa dei Baratta, vidi la moglie di Ottavio sulla soglia di casa, fu lei stessa a chiamarmi e a spiegarmi che era in pensiero per il marito che non era ancora rientrato. Mi disse che voleva andare a cercarlo ma aveva paura di uscire da sola».

«Ieri mattina – aveva riferito agli inquirenti Annarosa – sono uscita alle 5 per andare a messa lasciando mio marito a letto, quando sono tornata riposava ancora, allora mi sono recata al fondo a raccogliere l’uva senza avvertirlo. Quando sono rientrata lui non c’era, l’ho aspettato tutta la notte. Stamattina sono corsa a cercarlo ma poi è arrivata la notizia del ritrovamento del su corpo nel fondo del fratello Modestino Baratta. Sono state Luisa Giacomantonio, Ernesta De Stefano e Orsola De Sanctis a impedirmi di andare in contrada Pozzillo, dove giaceva il corpo senza vita di mio marito, rassicurandomi che tanto sarebbe stato trasportato presto a casa. E’ vero che litigavamo sempre, mi picchiava sempre ed eravamo diventati incompatibili. Ecco perché avevo chiesto la separazione, soltanto grazie all’intervento di Donato Colletti eravamo ritornati insieme ma le cose non erano migliorate, ogni giorno liti e discussioni. Né voleva pagare i miei debiti, come invece mi aveva promesso in un primo momento, tanto che i miei creditori Nicola Brogna e Raffaele Frungillo avevano chiesto l’espropriazione dei miei fondi su cui gravava un’ipoteca. Tuttavia, sono innocente, tre giorni fa per essere stata picchiata avevo sporto querela contro di lui».

Alla domanda degli inquirenti sul perché se il marito non era rientrato, cappello, cappotto e bastone che portava sempre con sé fossero rimasti a casa, aveva replicato che «Mio marito possedeva due bastoni, quanto al cappotto non so perché l’avesse lasciato a casa ma ricordo anch’io di averlo visto ripiegato su una sedia. La mattina del sabato grazie a Filomena Benedetta avevo fatto avere il pranzo a mio marito, prendendo il vino dalla mezza botte della cantina di casa alla presenza di Filomena e di Giovanna Scandurra. Essendo, poi rimasto un po’ di vino, ne avevo offerto un bicchiere anche a loro. Non è vero che mio cognato abbia cercato di separarmi da mio marito, anzi mi ha sempre consigliato di cercare di riconciliarmi con lui, l’altro giorno volevo mi accompagnasse in pretura per la querela ma lui non ha voluto, dicendo che si trattava di una questione tra me e mio marito. Né è vero che mio marito mi abbia mai lasciato fuori casa, rifiutandosi di consegnarmi le chiavi del portone, né che io lo abbia mai minacciato di vita. Parlando con Donato Colletti gli avevo manifestato i miei sospetti sui fratelli Bevilacqua che erano in forti contrasti con mio marito».

«Nella notte tra il 4 e il 5 dicembre – si era difeso Giuseppe Colella – sono rimasto a imbottare i vini nelle cantine di Francesco Carbone e Giuseppe Nuzzolo. Nel pomeriggio del giorno successivo ho saputo dallo stesso Francesco che era stato ucciso il Baratta. All’inizio pensavo che mi volessero prendere in giro, così ho chiesto al Nuzzolo di accompagnarmi a controllare che cosa era successo. Con noi è venuto anche Daniele Musto. Non avevo incontrato il Baratta il giorno del delitto ma pochi giorni prima la moglie era venuta da me lamentandosi di essere stata picchiata dal marito, le ho spiegato allora che trattandosi di una questione di famiglia era più giusto che se la vedessero loro, anzi ho minacciato di andarmene da Montemiletto se avesse continuato a importunarmi. Tra me e Baratta non c’era nessuna inimicizia».

A puntare l’indice contro Annarosa e Giuseppe era stata anche Agnese Baratta, sorella della vittima: «Annarosa odiava a morte mio fratello, più volte sono dovuto accorrere in casa loro per dividerli. Appena mio marito tornava a casa, sua moglie trovava qualsiasi pretesto per litigare, si sentiva risuonare solo la sua voce. Mio fratello si lagnava con me che lo trascurava e lo faceva girare in camice sporche e lacere». A offrire una testimonianza importante anche Angela Colella e Luca Ziccardi, tra coloro che, passando per via Fenestrelle, avevano trovato per terra due o tre gocce di sangue.

A convincere gli inquirenti sulla propria innocenza era stato anche Ernesto Bevilacqua, in un primo momento tra i sospetti: «E’ vero che mi sono recato sul luogo del delitto e che non avevo un ottimo rapporto con la vittima ma sono innocente. La mia famiglia è in lite con Ottavio perché pretendeva un’annualità di estaglio per un fondo che abbiamo in affitto e che abbiamo sempre pagato puntualmente. La sera del delitto mi trovavo nel mio fondo con mio fratello Flaminio. E’ stata mia cognata ad avvertirmi del cadavere che giaceva nella vasca, io mi sono precipitato sul luogo, quindi sono corso a chiamare i Carabinieri». La sentenza della Corte d’Assise di Avellino del 16 maggio 1887 condannava Giuseppe Colella e Anna Di Fronzo ai lavori forzati a vita per omicidio premeditato.
 

Quest'articolo stato visualizzato 20 volteFloriana Guerriero