Don Francesco, o don Ciccillo – come tutti lo chiamavano - era un personaggio noto e rispettato in paese, già inoltrato nell’età alla fine degli anni sessanta. Era, come si diceva allora e si scriveva perfino sulla carta di identità, di professione “benestante”. Cioè non esercitava alcun mestiere e viveva del suo, con le rendite che gli fruttavano alcuni suoi poderi, e le rimesse che periodicamente gli mandavano i molti parenti che aveva in America. Aveva i “parsonali”, cioè i coloni che gli portavano grano, frutta, olio, fagioli, patate e quanto si produceva nei terreni di sua proprietà dati a mezzadria. Tutto a metà: una metà al proprietario e l’altra metà al contadino che coltivava i terreni. Personalmente badava anche all’orto, che circondava la sua casa e dal quale ricavava frutta e verdura. In più aveva numerose galline e conigli che non gli facevano mancare di certo la carne e le uova. I suoi galli, poi, erano famosissimi ed alle loro prestazioni ricorrevano numerose donne del luogo che portavano le loro galline per una rapida e sicura fecondazione. Le malelingue - che in paese non mancano mai- erano pronte a giurare che, durante i riti dei galli e delle galline, don Ciccillo provvedeva a soddisfare anche le padrone, magari quelle che forse non ricevevano soddisfacenti attenzioni dai mariti che rincasavano la sera, stanchi per il duro lavoro dei campi. Ed in quella presunta “attività” don Francesco – come lui chiedeva di essere chiamato- era fortunato perché viveva in una casa appartata, in campagna, ma vicinissima all’abitato, alla quale si accedeva per un angusto sentiero lungo il quale si ergevano lunghi alberi che coprivano la vista a chi vin transitava.Vestiva doppio petti, grisaglie e lane leggere, dai colori chiari, delle varie tonalità di grigio, di azzurro e di beige, dai pantaloni che terminavano con larghi risvolti su mocassini sempre lucidi, e panciotti intonati dai molti taschini da uno dei quali usciva una catena d’oro che reggeva un orologio anch’esso d’oro. Tutti i suoi indumenti – che riceveva con frequenti pacchi che gli spedivano i parenti- erano americani. Indossava camicie bianche a doppio polsino tenute da gemelli d’oro e cravatte, alquanto vistose e larghe, come in genere erano quelle americane di quei tempi, tenute da un fermacravatte d’oro. Portava nel taschino del vestito un fazzoletto candido, piegato a pizzi, di cui uno era abbassato e tenuto fermo da una penna stilografica dal coperchio d’oro che ostentatamente faceva bella mostra di sé quasi a ricordare l’uomo di lettere e di legge.
Faceva, infatti, il conciliatore comunale, carica allora esclusivamente onorifica che non dava redditi o indennità di sorta. Attività che svolgeva, con moderazione, equilibrio ed imparzialità, senza guardare in faccia a nessuno. Non si ricorda avesse fatto altro se non anche il Presidente del Comitato dei festeggiamenti in onore di Sant’Antonio, scelto, oltre per il gran tempo libero che aveva, anche per la sua adamantina onestà e per i numerosi conoscenti e parenti che aveva in America e che contribuivano, con le loro rimesse, alla buona riuscita della festa. Parlava un italiano volutamente forbito, quasi per marcare la distanza con quei contadini che sapevano esprimersi solo nel dialetto stretto e con poche e parche parole. Non dava confidenza a nessuno, anche se quei contadini, che si levavano il cappello quando lo salutavano erano buoni e servizievoli anche se rozzi ed illetterati. Non aveva, amici e non si lasciava andare a dimestichezze . Non scambiava visite, non frequentava bar o cantine e, quando raramente entrava nelle botteghe, lo faceva mai per scambiare qualche parola ma solo per comprare generi alimentari, quelli che gli erano indispensabili. Nel tabacchi del Priore, poi, entrava solo per comprare il sale ed i francobolli affrancare le numerose lettera che scriveva. Con l’America, infatti, aveva una frequente corrispondenza, anche in ragione della sua carica di Presidente del Comitato feste. Era uno scapolo impenitente, mai sposato e mai intenzionato a farlo. In paese non si ricordavano relazioni amorose di nessun genere. Un single, come si direbbe oggi. La sua casa, appartata e vicinissima al centro abitato gli forniva tutte la riservatezza e la privacy per le sue presunte scappatelle. Proprio la riservatezza che lo faceva sfuggire a possibili controlli e favoriva incontri non causali, alimentava in paese la fantasia sulle sue “scappatelle” delle quali si favoleggiava tra le donne che si recavano alla fontana comunale ad attingere l’acqua, ingannando l’attesa con continui e perfidi inciuci.
Ma anche gli uomini non scherzavano, tra una partita e l’altra nelle cantine e nei bar o nelle botteghe dei barbieri e dei calzolai dove spesso si fermavano per scambiare quattro chiacchiere. Un paesano, che si permetteva, talvolta, un’eccessiva confidenza, gli domandò, una volta, cosa facesse per ottenere tante “concessioni” da donne ritenute insospettabili: dava loro, forse qualche filtro segreto o una polverina misteriosa? La risposta fu lapidaria e, per farsi capire, stavolta in perfetto dialetto: “Piscitiello porto io e pescetella porta essa”. Naturalmente l’episodio non è storicamente accertato e potrebbe essere il frutto dei tanti racconti che si facevano alle sue spalle. Un’altra volta, si racconta- entrato nel Tabacchi per prendere i soliti francobolli, appariva più incline alla confidenza. Ad un paesano, che si era fermato a chiacchierare nel locale con altri amici, che si fece coraggio e gli chiese le ragioni del suo successo con le donne, più invidioso che curioso, rispose: “Le solite fesserie alimentate da maldicenze di un paese pettegolo e che non si fa mai i fatti propri. Sono tutte favole. De resto - se proprio lo volete sapere - io sono eunuco”. Il paesano, sempliciotto e del tutto in buona fede, prontamente replicò: “non saccio che significa ‘sta parola eunuco, ma a quanto si dice, site eunuco ‘bbuono!” Voleva intendere un grande “campatore”. Un’altra volta Giacchetta, il postino del paese, che non lo aveva trovato a casa nel giro della consegna della posta e che, incontrandolo in paese gli aveva detto di aver messo la lettera sotto la porta della masseria, per di più chiamandolo confidenzialmente don Ciccillo, rispose freddamente: “ In primo luogo io mi chiamo don Francesco e poi la mia non è una masseria ma un casino”. Casino si chiamava allora la casa in campagna dove abitavano i signori, i padroni, per distinguerla dalla masseria dove abitavano i contadini. Giacchetta, pensando alle dicerie che correvano in paese ed al significato corrente della parola casino, come casa di piacere, si allontanò borbottando fra sé ma in modo da farsi sentire: “ Io lo sapevo che fosse un casino ma non lo volevo dire per un certo riguardo”. La vecchiaia e gli acciacchi aumentarono la sua solitudine e la sua misantropia. Non usciva quasi più di casa e passeggiava sempre da solo lungo un viale della periferia. Gli anni lo avevano incupito e la solitudine aveva finito per alterargli la memoria. Non aveva chi lo accudisse e gli fosse vicino ed attento ai suoi movimenti quando gli prendevano – cosa che succedeva sempre più spesso- i vuoti di memoria. Il terremoto dell’ottanta aggravò la situazione - Pochi giorni dopo fu visto, di sera, vagare nei pressi di casa sua. Fermò una macchina, che gli passava vicino chiedendo al conducente, un passaggio per casa sua credendo di essere nei pressi della stazione di Avellino. Non riconosceva più i luoghi nei quali viveva da una vita. Dopo alcuni mesi scomparve improvvisamente, senza dare notizie non di sé. Fu cercato attivamente e fu rastrellato il territorio per molti chilometri nei dintorni e perfino la montagna vicina. Tutte le ricerche si dimostrarono vane. E quando nel paese la sua memoria cominciò a scemare – alcuni anni dopo - alcuni boscaioli notarono brandelli di vestiti in un dirupo. Scesero con la fune e trovarono i macabri resti di don Ciccillo. Non tutti: solo quelli che i lupi avevano risparmiato. C’erano ancora, anneriti dal tempo e dall’acqua la penna stilografica ed il fermacravatta.
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