Marted́ 9 Febbraio 2010

Antifascisti a Montecalvo: la maestrina Aymini


Pubblichiamo di seguito la seconda parte dell’attenta ricostruzione di Mario Aucelli dedicata ai confinati a Montecalvo negli anni del regime fascista.

Pure una giovanissima maestra elementare, abbastanza “ribelle”, non allineata col regime, fu mandata in “vacanza” a Montecalvo: era di idee comuniste. Si chiamava:

MARIA AYMINI
Nata a “Nizza Marittima (Francia)” il 22 gennaio 1914. Fu “assegnata per punizione” prima a San Bartolomeo in Galdo, in provincia di Benevento e, poi, il 22 ottobre 1934, “trasferita al confino” a Montecalvo dove le fu permesso di insegnare nelle locali scuole elementari statali (l’unico tipo di scuola allora esistente nel territorio).
Nel paese irpino la “confinata” viveva con la madre, Carmela Aymini, alla base della pineta, in una casetta asismica, ricovero provvisorio dei terremotati del 1930, costituita da un piccolo ingresso con camino e “fornacella” per i carboni, uno sgabuzzino con funzione di latrina con vaso alla turca, una sola camera, scarsamente arredata, che fungeva da soggiorno e locale per dormire, nella quale la maestra aveva posto un tavolo ed una libreria ben fornita e che utilizzava per dare lezioni private, correggere i compiti di scuola e ricevere gli amici.
Restò a Montecalvo fino al 18 maggio 1951 quando si trasferì definitivamente nel paese d’origine della madre, Savigliano, in provincia di Cuneo.
La maestra “Imini”, come comunemente veniva chiamata a Montecalvo (così viene ancora ricordata, con nostalgia, da ex alunni), sembra si fosse laureata e facesse anche l’ assistente universitaria volontaria a Torino.
Chi ancora ne ha memoria la ricorda come una gran bella e solare ragazza e una brava insegnante che dava, come già accennato, a chi ne aveva bisogno, ripetizioni gratuite (anche a quei pochi fortunati che potevano frequentare le scuole superiori), nel pomeriggio, e consigli alle consorti di chi era in guerra. Non disdegnava di fare da scrivana alle tante analfabete di cui il paese, allora, era pieno.
Dopo lo sbandamento del post armistizio, quando le scuole furono chiuse in attesa di tempi migliori, la signorina Aymini, riprese la sua vocazione politica: si aggregò ai “partigiani” locali e, zaino in spalla, seguì, a piedi, le truppe alleate fino alle zone della battaglia del Garigliano (seconda fase: 28 novembre 1943 – 4 giugno 1944).
Fu crocerossina in un ospedale da campo tra Capua e Cassino durante la “battaglia” sanguinosa che vide contrapposti tedeschi in fuga ed esercito alleato. In quel centro medico improvvisato conobbe, sembra, un ufficiale dell’aeronautica di cui si innamorò.
Qualcuno ricorda che quell’ufficiale, con il ritorno all’insegnamento della maestra a Montecalvo dopo la fase acuta degli ultimi sprazzi bellici, spesso la veniva a trovare: in quelle occasioni (per evitare insinuazioni malevoli: non si dimentichi che le due donne, mamma e figlia, vivevano sole, senza la presenza di un capofamiglia) il militare veniva presentato come un cugino.
Qualche anziano alunno ricorda ancora che la “maestra”, per far ammirare la bravura di tiratore scelto del “parente”, portava in pineta gli allievi e l’ufficiale si divertiva a sparare, con la pistola d’ordinanza, a “lì pichi” (ghiandaie), a “li mieruli” (merli), a “li tòzzilacupazz” (picchi) e a “li bùbbili” (upupe), uccelli molto comuni, allora, nel polmone verde montecalvese.
Quei pochi anziani che sono ancora in vita ed hanno memoria del periodo bellico raccontano che per la bellezza, signorilità e comportamenti anticonformisti della nostra protagonista, anche un frate francescano, cappellano militare di base al convento di Montecalvo, che spesso si intratteneva con la dottoressa Aymini, di grande cultura, a discutere di filosofia e d’altro all’ombra del tiglio di via S. Antonio, si sia innamorato pazzamente della bella forestiera. Dopo tanto tormento interiore, prevalse, nel monaco, la “promessa” di castità fatta al momento della consacrazione e, smessa la divisa di ufficiale, indossò di nuovo il saio e continuò, con grande e rinato fervore, la sua missione evangelica.

DANILO MARIO
BARABASCHI
“Barba”, maestro elementare
(1916 – 1944), Danilo Mario Barabaschi nasce nel giugno 1916 a Ponticelli d’Ongina (Piacenza). Il padre emigra in Argentina quando il figlio era quasi in fasce. La mamma muore quando il piccolo aveva undici anni. Viene condotto a Cremona dove stabilisce la nuova residenza dalla nonna e da due zie che lo avviano agli studi. Consegue il diploma di maestro elementare.
Entra in una cerchia di antifascisti di differenti generazioni che ha come massimo esponente un’insegnante, Celestina Ausenda che, da tempo, è sorvegliata dall’Ovra. Scoperta, l’Ausenda riesce a scappare e riparare a Parigi.
Danilo Mario Barabaschi rimane uno dei massimi indiziati dell’orfano gruppo. A fine luglio 1937 a Cremona, mentre è seduto davanti ad un bar, viene arrestato ed inviato al confino. Passa per vari luoghi del Centro e Sud Italia. Approda infine a Montecalvo Irpino dove soggiorna, fino al 1942, al sovraffollato albergo delle Scopettone (che si trovava a Corso Umberto I, là dove oggi c’è lo spiazzo ricavato dalla demolizione, dopo il terremoto del 1980, del palazzo utilizzato come struttura alberghiera alla buona; oggi su quel suolo di risulta Pompilia, la titolare della vicina pizzeria, ha posto dei tavoli ed un gazebo).
Nell’agosto del 1942 ritorna a Cremona presso la nonna materna. Il confine montecalvese non ha ammorbidito il suo antifascismo. Dopo l’esperienza irpina si dichiara comunista. Da Cremona si trasferisce presso una zia materna che vive a Bore nell’Appennino parmense. Per campare fa prima qualche supplenza nelle scuole della zona e, in seguito, va a fare l’impiegato di banca a Salsomaggiore (Parma). Dopo l’8 settembre 1943 si “arruola” nei gruppi partigiani ed entra a far parte della 62^ Brigata “Evangelisti”. Dal 30 aprile 1944 si trasferisce nella Brigata “Forni” ed assume il nome di battaglia di “Barba”.
Il 18 luglio 1944 viene intercettato dalle truppe nazifasciste a Casanova di Bardi, frazione di Bore. Dopo un processo sommario viene fucilato sul posto. Aveva solo 28 anni. (Fonte di buona parte della scheda: Enzo Rancognini, “Patria Indipendente” del 22 luglio 2007).

PIETRO PELLIZZATO
“Marino”, dipintore, (1901 – 1967), Pietro Pellizzato, ex miliziano di Spagna, fece parte, dopo l’8 settembre 1943, con Pavanello, Viviani e Guido Calò, del Comando delle Formazioni Militari organizzate dal Partico Comunista Italiano operanti nella provincia di Venezia, in particolare nel Santonatese.
In seguito agli arresti del gennaio 1944, avvenuti soprattutto a San Donà di Piave (Venezia), lasciò con la famiglia, per ragioni di prudenza, l’Isola della Giudecca dove abitava da tempo. Era stato condannato nel 1932 dal Tribunale Speciale a tre anni di carcere duro. In seguito all’amnistia del “Decennale del Regime” ritornò in libertà nell’inverno del 1933.
“Marino”, nome partigiano di battaglia, riuscì a raggiungere clandestinamente la Francia e, nel novembre 1936, andò in Spagna, a Madrid. Si arruolò nelle Brigate internazionali e partecipò alla Battaglia di Guadalajara (nella Spagna Centrale, Nuova Castiglia).
Fu, quella Battaglia, un importante episodio della Guerra Civile spagnola, svoltosi dall’8 al 25 marzo 1937. In appoggio alle truppe di Franco partecipò il Corpo Truppe Volontarie Italiane, al comando del generale Mario Roatta che subì una sonora sconfitta. Per questo fu sostituito nell’incarico dal generale Maresciallo d’Italia Ettore Bastico. Pellizzato, dopo l’esperienza spagnola, riparò in Francia e, quando questa fu invasa dai tedeschi, dopo molte perigrazioni, cercò di rientrare in Italia. Fu fermato a Borgonovo Bardonecchia (Torino) e inviato al confino politico prima ad Ariano Irpino e poi a Montecalvo Irpino. In paese dimorò nel solito albergo delle Scopettone (unica struttura ricettiva all’epoca esistente) dove già alloggiavano, come già riferito, diversi confinati nella promiscuità più assoluta, in ristrettezza di spazi e in condizioni igieniche molto precarie (come annota Josip Kravos nel suo libro di ricordi montecalvesi).
Agli inizi del 1940 Montecalvo era ritenuto dall’Ovra una sede molto disagiata, lontana dai grandi centri, con strade d’accesso quasi inesistenti dove si preferiva “isolare” le teste calde che avversavano il regime.
Dopo la caduta del fascismo Pietro Pellizzato tornò a Venezia dove visse facendo il “dipintore”. Morì a 66 anni.
(Fonte di parte delle notizie: Morena Biason, “Un raggio di Libertà, la Resistenza nel Basso Piave”)

ALTRI CONFINATI
Vi furono altri confinati al soggiorno coatto montecalvese di cui non ho trovato riscontri documentali ma della cui presenza sono venuto a conoscenza leggendo la traduzione del libro di Josip Kravos “Storie mie e vostre”.
Dalla lettura si apprende che oltre ai confinati sopracitati di cui mi è stato possibile ricostruire le schede dai documenti rintracciati in vari archivi, altri erano ospiti all’ “Hotel” (così lo chiama Kravos) Scopettone.
Ne do qualche cenno:
Nazareno da Messina, studente di 19 anni il cui “reato” era quello di “…aver dichiarato di non credere nella vittoria del fascismo…”.
Altri tre internati, tutti dell’Italia Centrale, erano stati inviati al soggiorno coatto di Montecalvo: un Piero, un Mario, e un Paolo (quest’ultimo, come scrive Kravos, analfabeta).
Tra i dimoranti all’albergo Scopettone vi era anche un sacerdote contestatore inviato al confino per punizione. Il suo “peccato” era quello di “sostenere che era giusto che qualcuno si opponesse alla corrotta società fascista e, aggiungeva – riferisce Kravos - “anche a loro”, riferendosi al clero.
Anche un’anziana signora di Trieste, di cui non viene riferito il nome, è stata in confino a Montecalvo. In merito scrive Kravos: “…Era stata indiziata di spionaggio perché svizzera e conosceva un sacco di lingue…”. Era la proprietaria della pistola che provocò una grave ferita alla testa all’altro slavo Riko Miler. Pure due musicisti slavi, amici di Josip, esiliati ad Ariano, sono passati spesso per Montecalvo. Si fermavano oltre che alla casa del loro compaesano anche nel palazzo del dottor Camerlengo nel cui salone c’era un pianoforte. Improvvisavano dei concerti molto graditi ai proprietari e alle donne di famiglia. I due si chiamavano: Danilo Danev e Ivan Silic.
Sempre il Kravos nel suo inventario di cose perdute montecalvesi cita la presenza di un avvocato napoletano, confinato in paese per le sue idee non in linea con il regime, a cui si rivolgeva per consigli. Forse si tratta dell’avvocato Cirelli (a me risulta beneventano) che abitava ed esercitava la professione in una casa dei Camerlengo che si trovava Dietro l’Angelo nello spazio dove oggi è stata costruita la palestra delle scuole di via Roma.

EROICI MONTECALVESI MORTI PER AVER
AVVERSATO IL FASCISMO
Due giovani studenti montecalvesi, avversari del fascismo, si sono immolati per il prorio ideale. Si tratta di:

GIUSEPPE ALESSIO
PILADE CRISTINO
figlio del farmacista dottor Pietro e di Michelina (meglio nota come donna Chilina) Capozzi, nato il 17 maggio 1918 e deceduto il 19 agosto 1941.
Così lo ha ricordato Angelo Siciliano nei suoi versi:
Tu lo sapevi come pochi
altri a differenza dei più:
la libertà infiamma i cuori
illumina il cammino umano
sa cogliere l’unico fiore
quello della gioventù.
Gli ideali grata mercede
più equa di qualsiasi moneta
la vera unica certezza
antidoto alle ambigue
promesse
farneticazioni dei potenti
di turno.
Nel cinquantenario
del sacrificio
dalla terra di Spagna
ormai democrazia
non ci tornano ceneri
ma la tua coerenza morale
da tempo chiede d’essere nostra.

Giuseppe studiava Lingue presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli. In famiglia aveva vissuto le angherie cui era stato sottoposto il padre per le sue idee socialiste. La madre, con i quattro figli, era stata costretta a trasferirsi a Napoli a lavorare e per far studiare i ragazzi.
Giuseppe, per le sue idee contrarie al regime fascista, abbandonò gli studi e si recò in Spagna durante la Guerra Civile. Fu fatto prigioniero, aggregato al 75° Battaglione di Disciplina dei Lavoratori e rinchiuso nel duro campo di concentramento di Burgos, città della Spagna nella Vecchia Castiglia. A Burgos durante la guerra civile spagnola, dal 1936 al 1939, vi risiedette il Governo nazionalista del generale Franco.
Le condizioni di vita nel campo di concentramento erano le più dure. Il giovane montecalvese dovette subire interrogatori, punizioni corporali durissime, l’isolamento. A causa delle vessazioni, per danni cerebrali, si ammalò di epilessia, come risulta dal certificato di morte redatto da “Don Eduardo Rodriguez Quevedo, tenente medico, direttore temporaneo della Clinica Militare della Piazza di Valencia” e inviato, al comune di Montecalvo, dal Ministero degli Esteri il 23 novembre 1944, trascritto nel registro degli atti di nascita del 1918, parte III, n. 2, dall’Ufficiale dello Stato Civile Domenico Stiscia.
Proprio per l’aggravarsi della patologia contratta nell’internamento entrò, come si legge dal già citato certificato di morte, tradotto e vidimato dal nostro Consolato, a firma di A. Esperti, in “coma epilettico” è morì, a Valencia,il 19 agosto 1941, a soli 23 anni.
Le notizie sulla morte le ho attinte dal certificato ufficiale. Altri fanno risalire il decesso al tifo contratto nel campo di concentramento in Spagna.
Il 25 agosto 1945, protocollo 6366, fascicolo 4, l’Istituto Universitario Orientale di Napoli, Rettore il Chiarissimo Professor Elio Vittorini, conferì a Giuseppe Cristino, allievo di quella Università prima delle tragica morte, la laurea “ad honorem”.
Per l’eroismo dimostrato in vita gli fu pure conferita la “medaglia d’oro” riservata agli “eroici partigiani antifascisti”.

FELICE SANITA’
Felice Sanità, figlio del maestro Alessandro e di Maria Manzelli, nasce a Montecalvo il 25 dicembre 1912. La madre muore nel metterlo al mondo.
Studente universitario di Economia e Commercio. Intollerante al fascismo emigra, l’11 novembre 1939, in Boemia, regione storica che forma la parte occidentale della Cecoslovacchia.
Rientrato in Italia si arruola nelle formazioni partigiane. Quando già erano sbarcati gli alleati fu sorpreso, a Fontana Liri, in provincia di Frosinone, dalle truppe liberatrici. Fu trovato in possesso di un vocabolario tedesco. Fu ritenuto una spia fascista. Non valsero a nulla i suoi trascorsi partigiani e antifascisti. Gli fu fatto un processo sommario e fucilato nella piazza del paese ciociaro il 4 gennaio 1944.
Col ritorno della normalità fu riabilitato.
Una signora di Fontana Liri, che aveva assistito alla fucilazione, raccolse i documenti del povero Felice, da tutti gli anziani montecalvesi ricordato come una giovane bellissimo e molto corteggiato dalle ragazze del suo tempo, e li inviò alla famiglia dichiarandosi disponibile a far rintracciare i resti del congiunto. Un fratello, il maestro Mario, si portò in provincia di Frosinone, raccolse i resti, e li riportò a Montecalvo, deponendoli nella tomba di famiglia.

FELICE MARINO
La sua storia è quella di un altro partigiano montecalvese. Sfogliando documenti d’archivio ho trovato un’annotazione che fa riferimento ad un partigiano montecalvese residente a Bologna. Ecco il testo integrale della nota:
“Felice Marino, di Pietro e Maria Grazia Franco, nato il 10 ottobre 1915 a Montecalvo Irpino. Nel 1943 residente a Bologna. Licenza di scuola media. Meccanico. Fu attivo nel Battaglione “Giacomo” della Prima Brigata “Irma Bandiera Garibaldi”. Riconosciuto patriota dal 19 settembre 1944 alla Liberazione”.

VOLONTARI ITALIANI
IN SPAGNA
Oltre agli “eroi” montecalvesi che combatterono contro le truppe del generale Franco, vi fu pure un volontario che si arruolò con gli eserciti di supporto al dittatore spagnolo.
Donato Mobilia, soprannominato “Blacco”, abitante al Corso Umberto, nato nel 1906 e morto nel 1975, sposato con Teresa Isabella, per soldi si arruolò nel Corpo Truppe Volontarie Italiane e andò a combattere in Spagna al comando del generale Mario Roatta, sostituito, dopo la sonora sconfitta di Guadalajara, dal Maresciallo d’Italia generale Ettore Bastico.
Mobilia tutti i soldi extra che guadagnava in terra iberica li inviava alla moglie a Montecalvo. Quest’ultima, dopo aver racimolato il corrispettivo, acquistò con i risparmi del marito del terreno in paese. Nell’atto notarile il bene se lo fece intestare solo a se stessa. Data l’epoca questa operazione fece scandalo: nessuna donna, negli anni della guerra, aveva mai osato tanto. Divenne, il povero Donato, a causa dell’atto impulsivo della consorte, oggetto di gossip. Ancora oggi gli anziani ricordano, con sorpresa, quell’episodio.
Al ritorno in patria Mobilia, eroe per caso, si trovò di fronte al fatto compiuto e si dovette mettere la coda tra le gambe. Nell’elenco, quale “sorvegliato politico” è da comprendere anche il farmacista locale

PIETRO CRISTINO
(1882 – 1962)
Per le sue idee socialiste, passò tanti di quei guai da diventare “prigioniero in casa”. Quando il Duce, con il treno presidenziale, transitava per lo scalo ferroviario di Montecalvo diretto in Puglia all’epoca della “battaglia per il grano”, veniva prelevato, per paura che potesse commettere atti di terrorismo, dagli squadristi e portato nelle “camere di sicurezza” della locale stazione dei carabinieri.
Di questo illustre personaggio, che tanto ha onorato la comunità, ora non dirò niente. In seguito lo si troverà spesso citato come secondo Commissario Civico e come primo sindaco democratico liberamente eletto nel 1946.

(fine)

L’articolo è tratto dal volume “Dal fascismo ai commissari civici: il Ventennio a Montecalvo Irpino” di Mario Aucelli, in attesa di pubblicazione.

Redazione Cultura
 








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