Ha il volto di Lina Sastri “Filumena Marturano”, personaggio femminile che conserva ancora oggi sul palco tutta la sua tragicità, in scena da domani fino a domenica 14 marzo al Teatro Gesualdo di Avellino, in un allestimento diretto dal regista Francesco Rosi. Al fianco della Sastri un attore del calibro di Luca De Filippo, a cui è affidato il ruolo di Domenico Soriano. A loro il compito di rileggere il classico di Eduardo, raccontando ancora una volta la storia di Filumena, figlia del popolo, ex-prostituta, testarda, coraggiosa, appassionata, forte e contemporaneamente fragile, segnata dalla miseria e dalle sofferenze della vita. A tirarla fuori dal postribolo un napoletano borghese e benestante, Domenico Soriano, sarà lui a tenerla con sé, come amante, nella propria casa, per venticinque anni fino a quando Filumena non escogiterà uno stratagemma per farsi sposare da Soriano, fingendosi in punto di morte. L’uomo, accortosi di essere stato truffato, chiederà l’annullamento del matrimonio, ma dovrà fare i conti ancora una volta con la caparbietà di Filumena, decisa a giocare la sua ultima carta, i suoi tre figli, in un’appassionata rivendicazione della sua maternità. Non dirà mai a Soriano quale di loro tre, avuti da tre uomini diversi, è suo figlio, perché “i figli sono i figli e devono essere tutti uguali”. Si batterà, dunque, perché Soriano dia il nome al suo figlio naturale, ma anche agli altri due.
E ciò che sorprende è proprio la capacità del testo di parlare con forza al pubblico di oggi, malgrado siano trascorsi anni dalla prima rappresentazione, tanto che appaiono ancora fortemente vere le parole di Eduardo «Filumena Maturano è una commedia sociale, vuole essere la riabilitazione di una categoria di donne, vuole essere un grido di ribellione in questo mondo sconvolto e turbinoso che ci ha lasciato la guerra». Parole che si sposano con quelle del regista Francesco Rosi: «Filumena, figlia del popolo, conduce il filo del dramma con l’aggressività di un personaggio tragico, segnato dalla sofferenza della vita di miseria dei vicoli di Napoli. Ma la commedia - prosegue Rosi - è anche una riflessione sulla società del tempo, a partire dal problema dei diritti dei figli illegittimi. La tematica affrontata da Eduardo troverà riscontro nell’impegno dell’Assemblea Costituente e offrirà materia di riflessione per affrontare il drammatico problema. Il 23 Aprile 1947 l’Assemblea Costituente approverà l’articolo che stabilisce il diritto-dovere dei genitori di mantenere, istruire e educare anche i figli nati fuori dal matrimonio. Nel febbraio del 1955 verrà approvata la legge che abolirà l’uso dell’espressione “figlio di N.N.”». Era stato lo stesso Eduardo ad ammettere come lo spunto dell’opera fosse nato da un fatto di cronaca: «Mi colpì una notizia: una donna, a Napoli, che conviveva con un uomo senza esserne la moglie, era riuscita a farsi sposare soltanto fingendosi moribonda. Un fatterello piccante, minuscolo, da cui trassi una vicenda assai più vasta, quella del personaggio forse a me più caro tra tutte le mie creature». Ma Filumena voleva essere anche un omaggio affettuoso alla sorella Titina, finalmente alle prese con un personaggio che le permettesse di esprimere le sue grandi doti, seguita negli anni, in palcoscenico, dalle interpretazioni di Pupella Maggio, di Regina Bianchi in tv, e, dal vivo, ancora di Valeria Moriconi, e di Isa Danieli.
Sul palcoscenico, insieme a Lina Sastri e Luca De Filippo, una eccellente compagnia con Nicola di Pinto, Antonella Morea, Silvia Maino, Gioia Miale, Carmine Borrino, Geremia Longobardo, Antonio D’Avino, Giuseppe Rispoli, Chiara De Crescenzo. Le scene sono di Enrico Job, i costumi di Cristiana Lafayette, le luci di Stefano Stacchini.
La sapiente regia di Rosi sceglie di non distaccarsi dalla tradizione ma di porre in primo piano le parole, i pensieri, le emozioni, piuttosto che i movimenti, compito perfettamente eseguito dai due straordinari interpreti, in uno spettacolo che evoca il grande teatro, coadiuvato dalle imponenti scene di Enrico Job. Ci troviamo così di fronte ad un elegante interno napoletano di metà Novecento, che, attraverso un’ampia vetrata ad arcate ogivali e inserti colorati, si affaccia su una veduta mozzafiato delle bellezze partenopee, dal Maschio Angioino a Piazza del Plebiscito. In questo modo il capolavoro della drammaturgia dialettale italiana acquista una sua collocazione nello spazio e nel tempo, nella quale si intrecciano passato e presente, permettendo all’opera di brillare di luce propria ieri come oggi. Il tentativo che porta avanti Rosi è, dunque, quello di andare oltre il realismo d'epoca dell'autore, spogliando lo spazio scenico da riferimenti immediatamente riconoscibili. Dopo i trionfi di “Napoli milionaria” e “Le voci di dentro”, Francesco Rosi conclude così la trilogia eduardiana, progetto condiviso con Luca De Filippo, concentrando l’attenzione sui lavori del primo dopoguerra del grande commediografo napoletano, un periodo da Rosi «prediletto perché in quegli anni Eduardo ha compiuto da solo un percorso parallelo a quello del cinema italiano», quello di Rossellini, De Sica e Visconti.
Domani e venerdì l’appuntamento con “Fllumena Marturano” è alle 21, al Teatro Gesualdo, per gli abbonati rispettivamente del turno A e B della rassegna “Tradizione e Comici”, sabato alle 21 e domenica alle 18,30 per il cartellone “Grande Teatro”, rispettivamente turno A e turno B.
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