AVELLINO - Non è nel suo stile esprimere giudizi critici sul lavoro amministrativo, soprattutto dopo aver ricoperto la carica di presidente del consiglio comunale di Avellino. Eppure Giuseppe Vetrano, ormai ‘ex’ esponente del parlamentino di Piazza del Popolo, socialista dal 2005 dopo una militanza tra i comunisti prima e nel Ds poi, pur dichiarandosi ‘distante’ dalla vita amministrativa, non lo è altrettanto dal ‘giudizio’ e non disdegna l’opportunità di un’analisi dettagliata e, perché no, disincantata della città e del lavoro svolto a Palazzo di Città.
«Da quello che vedo l’amministrazione lavora su vecchi programmi. Si avvale dell’intelaiatura del passato ma in realtà sembra abbia perso quello slancio progettuale tipico della metà degli anni ‘90. A prescindere dall’esito di programmi e interventi, mancano le grandi progettazioni e il vero slancio dell’Avellino del futuro proprio non riesco a scorgerlo. Ma, ahimè, una città che pensa poco al suo futuro è una città che non ha futuro».
Dunque, a livello di input progettuale una sonora bocciatura ma...
«Devo dire che l’impegno è evidente in fase realizzativa e compensa le carenze programmatice. Tutto sommato gli impegni presi sono stati mantenuti e in tempi come questi non è facile raccogliere una sufficienza piena. Un esempio su tutti, la validità della Global Service, per cui in passato mi sono battuto con ardore. Al di là delle critiche i risultati sono evidenti ed io darei addirittura un maggior peso alla società in materia di gestione ordinaria. Certo non sorprende l’esposizione debitoria della società nè la carenza nel piano della gestione delle entrate. Una città per funzionare ha bisogno di risorse e questo è il punto debole di Avellino come di tanti altri centri».
Dunque, Avellino ha bisogno di ricominciare a progettare. E il braccio operativo va guidato da una mente pensante... Da qui il giudizio, poco edificante, su amministrazione e giunta.
«Un gruppo privo di amalgama. L’azione dei singoli assessori sembra slegata dal contesto unitario, mancano grandi orchestranti come quelli che c’erano in passato, non ci sono solisti e non c’è un maestro d’orchestra. Sembra di essere di fronte ad una banda di paese e questo non dà qualità alla città. Con l’avanzare del progetto federalistico, invece, dovrebbe accentuarsi la capacità di autogestione anche finanziaria della città, ma in questo Avellino sembra totalmente carente. Per questo sostengo che la città non ha futuro. E le responsabilità vanno attribuite non solo all’amministrazione comunale ma anche ai nostri rappresentati alla Regione e al Governo che considerano il capoluogo irpino solo un serbatoio di voti».
Dunque, la classe dirigente attuale non sembra all’altezza delle aspettative e sembra aver involontariamente tradito le idee degli anni ‘90. Secondo lei, rispetto al passato, in cosa pecca l’attuale gestione amministrativa di Piazza del Popolo?
«In realtà oggi si assiste ad un involgarimento della vita amministrativa. Per realizzare i progetti occorre avere idee chiare e concrete riappropriandosi del concetto di bene comune e soprattutto di gestione del bene comune. In passato, ad esempio, sognavamo di portare i quartieri periferici al livello della città. Invece abbiamo assistito al processo inverso. Il populismo dilaga, San Tommaso e gli altri quartieri hanno conquistato la città e si è determinata una pressione della cintura sul centro sotto l’aspetto dello stile di vita. Rispetto a questo si registra un lavoro certosino, da parte degli amministratori, nell’esposizione dei problemi a discapito della loro soluzione che resta, invece, affidata al chiacchiericcio. Insomma, oggi come oggi il vero amministratore non è chi risolve il problema ma chi lo spara sui giornali in maniera roboante».
Inutile cercare perifrasi per una situazione che, dall’analisi di Giuseppe Vetrano, appare sin troppo chiara ed ancor più priva di ‘scusanti’. E non va certamente meglio se l’asse del discorso si sposta dal settore amministrativo a quello politico. Vetrano, attualmente, assiste allo ‘spettacolo’ da semplice spettatore eppure, nonostante le disillusioni, non ha rinunciato a quelli che definisce ‘sogni’. A partire dal ‘ricongiungimento’ delle anime socialiste, spaccate dal tempo e dalle contingenze storiche, culturali e politiche.
«I socialisti dovrebbero riconoscersi all’interno di un progetto politico rifacendosi a precise figure di riferimento. Occorre richiamarsi ad uno schema costante e coerente e a personaggi di spessore, tutti dettagli fondamentali che finora, purtroppo, sono mancati. Di qui la difficoltà a trovare una vera amalgama. Le radici della frattura sono profonde e risalgono addirittura all’epoca di Craxi. Con il passare del tempo la spaccatura è diventata difficilmente ricomponibile. Essere socialisti con Berlusconi, ad esempio, è un ossimoro».
Esiste allora, secondo lei, una soluzione per riportare i socialisti allo status quo ante?
«Non c’è bisogno di tornare al passato, sarebbe solo pregiudizievole. C’è piuttosto bisogno di una nuova cultura socialista e riformista in grado di svecchaire la politica italiana. Tuttavia i socialisti non sono all’altezza di questo compito, la vecchia galassia si è disintegrata».
Se queste sono le premesse, allora, cosa c’è nel futuro dei socialisti e nel domani di Giuseppe Vetrano?
«Il mio obiettivo nonchè il mio impegno è quello di ‘riunire’ ma chiaramente la condizione è difficile. E a dirla tutta sono ormai stanco di questo arduo lavoro senza risultati. Capisco chi, come il senatore Acone, ci ha rinunciato e ha deposto le armi. In giro c’è solo confusione e questa non è certo la premessa adatta per rielaborare la politica e ridisegnare la sinistra e i suoi recinti. I limiti vanno valicati e il nuovo pensiero, quello del futuro, andrebbe adeguato al presente. Delle tradizioni passate ammiro la capacità e in un certo qual senso il talento di rimettere tutto in discussione e trovare equilibri più avanzati. Capacità che, purtroppo, oggi lasciano a desiderare».
Dunque, se il disincanto è tale, si potrebbe ipotizzare un suo approdo ad altri lidi?
«Assolutamente no. Non vedo un partito pronto a mettersi in discussione e a trovare quegli equilibri avanzati di cui oggi c’è bisogno. Per questo non sono pronto a rimettermi in gioco e a sposare nuove esperienze».
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