Venerd́ 3 Settembre 2010

«De Mita dà, toglie e ridà»

Vi è una contraddizione evidente tra il documento programmatico posto dal centro-destra alla base dell’accordo sancito nel voto di elezione del CdA e l’insieme delle scelte che lì si sono esplicitate. Come non rilevare lo stridente contrasto tra il carattere della fase che l’ACS vive e la scelta, quella a cui abbiamo assistito, dell’arroccamento, della occupazione “manu militari” di una pura e semplice postazione che dà potere e sottogoverno.
Una fase costituente (è tale è, comunque, quella che si avvia con la richiesta dell’affidamento in house), richiede il massimo del consenso politico, la ricerca, almeno sul terreno dei riferimenti generali, delle opzioni di fondo, dell’accordo più largo possibile. Sì, una intesa istituzionale, in barba alla stupidità dei tanti a sinistra che nulla contano e nulla hanno da dire e ne parlano solo per anatemizzarla come una moderna “eresia”... Quella a cui abbiamo assistito è stata invece una resa dei conti. Una ulteriore puntata di una rissa che l’UDC ha voluto, volando molto basso, per la verità, mostrandosi solo interessata ad una prova muscolare, ad affermare chi fosse a contare davvero; con un PdL a fare da gregario mosso unicamente dall’esigenza di sistemare qualcuno, di creare un qualche spazio. Insomma, da questo versante, tutto di molto vecchio, di molto scontato, il contrario della discontinuità e del voltare pagina.
L’UDC ritorna vecchia DC; rinnega la modernità che i suoi leaders avevano inteso affermare alla elezione di Madaro motivata dal bisogno di managerialità e competenze nella gestione dell’azienda. Il PdL, dopo aver predicato, proprio con D’Ercole in prima fila, contro l’occupazione da parte dei partiti, usa l’azienda per risolvere qualche problema interno, per supportare la leadership traballante di Sibilia con compensazioni di basso profilo (per la mancata elezione, per la rottura della solidarietà con Fini, per l’impegno -forse- a non porre problemi di nuove candidature…). Insomma un C.d’A con due “ricollocati” e compensati dopo recenti delusioni elettive (D’Ercole e Errico), un sindaco azionista e perciò giuridicamente incompatibile (anche se non ancora formalmente) e infine il ripescaggio del buon Ilario Spiniello a cui De Mita aveva dato, De Mita aveva tolto e De Mita ridà… Non c’è da meravigliarsi più di tanto: immaginare che il rinnovamento della politica possa venire da un accordo tra cosentiniani ed UDC è aspettarsi di vedere asini svolazzare tra gli uccelletti…
Ma il punto, quello vero, non è questo. Lo sa bene chi ha portato in porto l’operazione che il predicare contro il cencelli, l’occupazione del potere è poco meno che latrar di cani alla luna: va fatto; ma non smuove più di tanto una pubblica opinione resa sfiduciata dalla difficoltà ad intravedere differenze di fondo tra sinistra e destra. Così il poco edificante quadretto che l’Assemblea ha mostrato di sé, con il corollario di sindaci sino ad ieri portavoce di partito che oggi rivendicano l’autonomia di “rappresentanti di comunità”, finisce con l’interessare non molti di più di quelli che all’ACS ci lavoravo, di quelli che si aspettano di trarne qualche vantaggio, del sottobosco politico in attesa di collocazione e dei giornalisti che devono riempire le pagine…
L’acqua, il suo uso, la sua gestione; i servizi pubblici, il loro costo, la loro efficienza: tutto resta sullo sfondo. Il dato è che la destra occupa l’ACS. Non fa prigionieri. La novità, rispetto ad un passato antico in cui la DC era legittimata dal suo essere, è che l’UDC ha bisogno di salvare la sua immagine di partito di “programma” e perciò impone ad un recalcitrante PdL un documento che definisce l’accordo una intesa di natura programmatica e, come tale, recante un vincolo di mandato per gli eletti. Bene. Staremo a vedere e non con le mani in mano. Ma ci sia per ora consentita una sommessa sfiducia. Affidare a D’Ercole la battaglia per la conservazione in mani pubbliche dell’acqua e delle reti è quasi affidare a Bossi il ministero per il Mezzogiorno. D’Ercole, con la chiarezza che lo contraddistingue, si è caratterizzato in questi anni con una polemica astiosa, quella che ha portato la vicenda della proprietà delle reti in Tribunale, contro ACS ed ACP. La sua parte, rinnegata o meno di certo non so, è quella che ha sottoscritto gli sciagurati decreti sulla privatizzazione. Ve ne è da non stare tranquilli. Nondimeno l’intesa sembra delineare un percorso totalmente divaricato dalle esternazioni lontane e più ravvicinate di D’ercole, a partire dalla questione della proprietà delle reti. Capiremo di più e meglio leggendo il documento contabile che il centro-destra e D’Ercole verranno a proporci dopo aver approvato quello dell’ACP e bocciato quello proposto da Maselli. Personalmente non mi aspetto granché.
L’esperienza a palazzo Caracciolo, quella a Santa Lucia indicano con chiarezza che la destra, questa destra, dopo aver conquistato casematte non per suo merito, ma per errori nostri, non è capace di costruire strategie e fatti concreti. Valga per tutti la vicenda dei rifiuti, in Campania e qui da noi… La strombazzata “normalizzazione” della raccolta dei rifiuti in Campania è abbastanza simile alla dichiarazione di Bush di aver vinto la guerra in Irak... In Irpinia l’azienda provinciale non è che ancora non entri in funzione; è ancora ben lontana dal presentare uno straccio di piano industriale ed all’ASA gli sfracelli moralizzatori della destra si sono immediatamente ovattati (D’Ercole j. da tempo tace…) ed i commissari nominati non solo non stanno dando corso ai programmi esplicitati ma stanno “congelando” persino proprie delibere come quella della ricapitalizzazione. Insomma, una destra che appare paga dal solo occupare poltrone.
Vedremo se la recita non si ripeterà tal quale all’ACS. Per i momento nulla ci garantisce che andrà diversamente.
La speranza è che il PD la smetta di tenere gli occhi piantati nella nuca e cominci a fare l’opposizione.

Redazione politica
 





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