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AVELLINO
Non è scomparso un uomo. Ma
un vero e proprio simbolo calcistico. Adriano
Lombardi è morto ieri notte nella
sua abitazione di Mercogliano, circondato
dallaffetto dei suoi cari, della moglie
Luciana Speranza e di tutti i tifosi biancoverde.
E stato consumato dal morbo di Lou
Gerigh, giorno dopo giorno, muscolo dopo
muscolo. Con Lombardi scompare un pezzo
di storia dellAvellino sportiva ma
non solo. In un periodo tremendo della storia
dellIrpinia, dilaniata dalla fame
e dalle macerie del terremoto, il Rosso
di Ponzacco era già un eroe
e un simbolo di quella squadra che aveva
conquistato una storica promozione in serie
A. Lui cera, in mezzo al campo, con
la fascia bianca di capitano al braccio
destro. Ieri, tutti in silenziosa e rispettosa
fila, i tifosi che lo hanno ammirato e applaudito
dagli spalti erano a Mercogliano, sotto
la sua abitazione per tributargli lultimo
saluto.
Tantissime anche le reazioni sia nel mondo
sportivo che in quello politico (riferiamo
in uno dei servizi della pagina), ma su
tutto ha colpito la tristezza che la gente
comune ha provato per tutta la giornata
di ieri.
LA TRISTE SCOPERTA - «Adriano ha avuto
un destino infame racconta la moglie
Luciana con la malattia». E
questo destino infame ha un inizio ben preciso:
il 2000. E lo stesso Lombardi a raccontarlo
in una delle tante interviste che rilasciava
con cordialità e disponibilità:
«Tutto ha avuto inizio nel maggio
del 2000. Avevo crampi diffusi in tutto
il corpo, anche a riposo, e in posti insoliti.
Ho pensato a qualche carenza di sali. Dopo
4-5 mesi, mentre mi facevo la barba, mi
accorsi che avevo difficoltà a muovere
il braccio destro. Sono andato da un traumatologo
che mi ha visitato e che si è accorto
che era sparito il piccolo deltoide della
spalla: come se avessi un buco anche se
un mi-
nimo di funzionalità era rimasta.
Feci molte indagini da risonanze
magnetiche a radiografie ma senza
trovare la causa di tutto questo. Era solo
evidente una gran sofferenza a livello muscolare.
Inoltre si deve considerare che alcuni sintomi
li attribuivo al mio mestiere di calciatore
prima e di allenatore poi. Per riconoscere
la malattia ci sono voluti dieci mesi».
Da allora il Capitano non ha mai smesso
di lottare e di credere nella forza della
ricerca. E di curarsi: prima in Italia e
poi allestero. In unintervista
rilasciata nel 2003 a Repubblica Lombardi
diceva: «Sono andato a curarmi a Pittsburgh,
mi hanno detto che potevano solo confermare
la diagnosi. Prendo il Rilutek che dovrebbe
ritardare l'effetto degenerativo. E' una
malattia subdola, perché quando ti
manda avvisi è troppo tardi. Da giugno
ad oggi mi ha ammazzato, non riesco a piegare
la mano destra, non riesco a chiudere la
sinistra. I muscoli diventano insofferenti,
hanno contorsioni, si muovono da soli, il
termine è fascicolazione. Mi sono
anche rivolto alla dottoressa Letizia Mazzini
a Torino, che sperimenta il trapianto di
cellule staminali. Però in questo
momento tutto è sospeso. Dico la
verità, io sono pronto a fare qualsiasi
cosa mi propongano. Tre mesi fa ho guidato
l'auto fino in Calabria, è stato
il mio ultimo atto di indipendenza.
Da allora non esco più di casa, sono
prigioniero della malattia, della carrozzella,
di un'abitazione che devo modificare perché
ormai non riesco più a muovermi.
L'ultima volta che ho provato ad entrare
nella vasca da bagno da solo mi sono rotto
una costola.
Luciana, mia moglie, è convinta che
certe analisi fatte sei anni dopo aver smesso
di giocare, evidenziavano qualcosa che non
andava».
I FUNERALI Questa mattina alle 11
nella Chiesa di San Modestino di Mercogliano
ci saranno i funerali. Il corteo partirà
da via Matteotti e raggiungerà la
chiesa mercoglianese dove il parroco don
Aurelio Della Pia celebrerà la santa
messa.
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