Giovedì 9 Settembre 2010

Il calcio irpino piange il “Rosso di Ponsacco”

AVELLINO – Non è scomparso un uomo. Ma un vero e proprio simbolo calcistico. Adriano Lombardi è morto ieri notte nella sua abitazione di Mercogliano, circondato dall’affetto dei suoi cari, della moglie Luciana Speranza e di tutti i tifosi biancoverde. E’ stato consumato dal morbo di Lou Gerigh, giorno dopo giorno, muscolo dopo muscolo. Con Lombardi scompare un pezzo di storia dell’Avellino sportiva ma non solo. In un periodo tremendo della storia dell’Irpinia, dilaniata dalla fame e dalle macerie del terremoto, il “Rosso di Ponzacco” era già un eroe e un simbolo di quella squadra che aveva conquistato una storica promozione in serie A. Lui c’era, in mezzo al campo, con la fascia bianca di capitano al braccio destro. Ieri, tutti in silenziosa e rispettosa fila, i tifosi che lo hanno ammirato e applaudito dagli spalti erano a Mercogliano, sotto la sua abitazione per tributargli l’ultimo saluto.
Tantissime anche le reazioni sia nel mondo sportivo che in quello politico (riferiamo in uno dei servizi della pagina), ma su tutto ha colpito la tristezza che la gente comune ha provato per tutta la giornata di ieri.
LA TRISTE SCOPERTA - «Adriano ha avuto un destino infame – racconta la moglie Luciana – con la malattia». E questo destino infame ha un inizio ben preciso: il 2000. E’ lo stesso Lombardi a raccontarlo in una delle tante interviste che rilasciava con cordialità e disponibilità: «Tutto ha avuto inizio nel maggio del 2000. Avevo crampi diffusi in tutto il corpo, anche a riposo, e in posti insoliti. Ho pensato a qualche carenza di sali. Dopo 4-5 mesi, mentre mi facevo la barba, mi accorsi che avevo difficoltà a muovere il braccio destro. Sono andato da un traumatologo che mi ha visitato e che si è accorto che era sparito il piccolo deltoide della spalla: come se avessi un buco anche se un mi-
nimo di funzionalità era rimasta. Feci molte indagini – da risonanze magnetiche a radiografie – ma senza trovare la causa di tutto questo. Era solo evidente una gran sofferenza a livello muscolare. Inoltre si deve considerare che alcuni sintomi li attribuivo al mio mestiere di calciatore prima e di allenatore poi. Per riconoscere la malattia ci sono voluti dieci mesi». Da allora il Capitano non ha mai smesso di lottare e di credere nella forza della ricerca. E di curarsi: prima in Italia e poi all’estero. In un’intervista rilasciata nel 2003 a Repubblica Lombardi diceva: «Sono andato a curarmi a Pittsburgh, mi hanno detto che potevano solo confermare la diagnosi. Prendo il Rilutek che dovrebbe ritardare l'effetto degenerativo. E' una malattia subdola, perché quando ti manda avvisi è troppo tardi. Da giugno ad oggi mi ha ammazzato, non riesco a piegare la mano destra, non riesco a chiudere la sinistra. I muscoli diventano insofferenti, hanno contorsioni, si muovono da soli, il termine è fascicolazione. Mi sono anche rivolto alla dottoressa Letizia Mazzini a Torino, che sperimenta il trapianto di cellule staminali. Però in questo momento tutto è sospeso. Dico la verità, io sono pronto a fare qualsiasi cosa mi propongano. Tre mesi fa ho guidato l'auto fino in Calabria, è stato il mio ultimo atto di indipendenza.
Da allora non esco più di casa, sono prigioniero della malattia, della carrozzella, di un'abitazione che devo modificare perché ormai non riesco più a muovermi.
L'ultima volta che ho provato ad entrare nella vasca da bagno da solo mi sono rotto una costola.
Luciana, mia moglie, è convinta che certe analisi fatte sei anni dopo aver smesso di giocare, evidenziavano qualcosa che non andava».
I FUNERALI – Questa mattina alle 11 nella Chiesa di San Modestino di Mercogliano ci saranno i funerali. Il corteo partirà da via Matteotti e raggiungerà la chiesa mercoglianese dove il parroco don Aurelio Della Pia celebrerà la santa messa.

Redazione Corriere
 





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