Marted́ 7 Settembre 2010

Quel viale temuto dai militari
Il Viale delle palme di Nassiriya, per le pattuglie che vanno in ricognizione, o che tornano verso la cosiddetta bolla di sicurezza dove si trova la base italiana, in pieno deserto, davanti alle rovine della biblica città millenaria di Ur dove nacque anche Abramo, è sempre stato un punto ad altissimo rischio. In fondo alla strada, infatti, non appena si entra nel centro abitato, bisogna rallentare, perché lì vicino, dopo una curva ad angolo retto, c’è la centrale di polizia, protetta da pesanti barriere di cemento armato messe lì proprio per prevenire attentati, dove i poliziotti iracheni lavorano sotto la supervisione dei nostri carabinieri della MSU (Multinational Specialist Unit).
PUNTO PERICOLOSO - E’ stato lungo questa strada, come già era accaduto altre volte (in particolare nel punto di attraversamento di una linea ferroviaria) ma senza successo, che gli attentatori hanno colpito di nuovo con un IED: improvised explosive device, secondo la pseudo-rassicurante terminologia del Pentagono voluta da Rusmfeld, il dogmatico segretario alla Difesa statunitense, che fino a pochissime ore fa si trovava in Iraq insieme con Condoleezza Rice, la segretaria di Stato. Il punto, dicevamo, è particolarmente pericoloso. I militari lo sanno, e lo so benissimo anch’io che ci sono passato con loro innumerevoli volte con tre diverse brigate, la Friuli, la Garibaldi e la Ariete, negli oltre undici mesi trascorsi a Nassiriya e a Bagdad come corrispondente di guerra.
VITTIME - E’ stato così che uno degli spartani ma robusti blindati VM ad aria condizionata, costruiti dalla Iveco italiana al costo di 130.000 euro l’uno e che i nostri soldati (in maggioranza meridionali) chiamano “scarafoni” , è saltato in aria. Così sono morti purtroppo i tre militari italiani, il capitano dei paracadutisti Nicola Ciardelli di Pisa, 34 anni, capitano paracadutista del 185° raggruppamento operativo autonomo della Folgore, sposato e con un bambino di pochi mesi, il maresciallo capo Franco Lattanzio di Pacentro (L’Aquila), 38 anni, celibe, e il maresciallo capo Carlo De Trizio, 27 anni, nato a Bisceglie (Bari) ma effettivo al Comando provinciale di Roma, nucleo aeromobile, entrambi carabinieri. E con loro è morto anche il caporale romeno Bogdan Hancu, 28 anni, nativo di Iasi, sposato e con la moglie in attesa di un figlio, che faceva parte del reparto di polizia militare inquadrato con il resto del battaglione romeno nella task force per l’Iraq di Sud Est a guida italiana comandata attualmente dal generale di brigata Natalino Maddeddu, della brigata Sassari. Il quinto occupante del mezzo, un altro militare italiano, è invece sopravvissuto; ma è gravemente ferito.
ZONA DESERTICA - Il percorso per raggiungere Nassiriya partendo dal campo, che è dedicato al maggiore del ruolo d’onore Pietro Mittica, figura leggendaria di carrista medaglia d’oro per atti di eroismo compiuti in Nord Africa nel 1941, è lungo circa 19 chilometri ed è ingannevolmente sicuro. La zona è desertica, quasi disabitata. Uscendo dalla bolla di sicurezza, si vedono alcune baracche che mettono in mostra tappeti, alcuni con le figure di Gesù Cristo e della Madonna, per cercare di invogliare all’acquisto i soldati cristiani e anche perché la vicina Ur è l’antichissima sede dei cristiani caldei. La sola presenza che si nota, lungo la via Tuscolana (il nome in codice dato dagli italiani alla sola strada asfaltata per Nassiriya) è quella dei ragazzini che accorrono per salutare e chiedono acqua da bere, facendo dei gesti.
MISSIONE - Va detto che, al contrario di quando si sente raccontare spesso in Italia, i nostri soldati in Iraq non sono impegnati assolutamente in un’azione di guerra, e meno che mai che ormai restano in permanenza “chiusi in caserma” o, tutt’al più, vanno in giro soltanto a “proteggere il petrolio dell’Eni”. Ma quali caserme che non esistono e quale petrolio? La verità è che i nostri soldati e carabinieri fanno un’azione di volontariato, di ricostruzione della infrastrutture e di mantenimento dell’ordine pubblico. Perlustrano un territorio delle dimensioni dell’Umbria di giorno e di notte, sette giorni su sette. Hanno rimesso in piedi o costruito dal nulla una trentina di scuole. Hanno distribuito teodoliti, computer e altre apparecchiature all’università di Nassiriya, dove le ragazze col velo studiano ingegneria nelle classi insieme ai ragazzi. Hanno risistemato la vecchia centrale elettrica a nafta di costruzione sovietica. Hanno equipaggiato e addestrato 10.000 poliziotti, con i nostri carabinieri che insegnano pazientemente alle reclute scettiche a non controllare le folle usando le mitragliatrici, come voleva Saddam, ma i semplici sfollagente e gli scudi di plastica. Hanno messo in funzione i depuratori per l’acqua e organizzato degli ambulatori da campo volanti, in località del deserto dove mai si era visto un dottore.
MEDICI E MEDICINALI - In una di queste spedizioni ho visto le soldatesse italiane, una sottotenente della Marina con laurea di farmacista, un’altra ingegnere e tenente della riserva, che registravano con il computer le donne e i bambini, accorsi non appena si è sparsa la voce che c’erano gli italiani con medici e medicinali. Ricordo il caso di una ragazzina dal collo gonfio che le due ufficialesse accompagnarono con tatto sotto la tenda dal medico della Croce Rossa. “Ma, questa macchia nera alla gola non mi piace per niente. Non è un’infezione. Ho paura che si tratti di cancro”, è stato il frettoloso responso del medico militare. Così la ragazzina irachena, nel giro di pochi giorni è stata imbarcata su un C-130 e ricoverata gratuitamente in Italia in un ospedale oncologico di Castellammare di Stabia, accompagnata dal fratello maggiore. E quando i militari si sono accorti che i due non avevano né soldi né nulla, li hanno rivestiti e hanno fatto una colletta di 200 euro. “Così almeno il ragazzo in Italia si potrà comprare qualche caffè”, ha commentato un soldato.
Redazione Corriere
 





sondaggi
_
_ entra
_
_

sondaggi
_
_ entra
_
_




forum
_
_
_



© 2002 - Conceptual design