Giovedì 9 Settembre 2010

 

Giusto: nessun assalto alla diligenza. Ecco le mie proposte
Gerardo Maurizio Manzi ha 38 anni. Sposato, due figli, è uno dei trentacinque dipendenti della casa di cura privata “Parco degli Ulivi” di Moschiano, rimasto sul lastrico dopo la dichiarazione di fallimento nei confronti della società di gestione. Rispetto agli altri colleghi licenziati, Gerardo Maurizio ha un dramma in più. Da dieci giorni l’Enel ha operato il distacco dell’energia elettrica della sua abitazione, perché il contatore era collegato alla struttura ora fallita. E così, ogni sera, attivando un generatore per poche ore, riesce a dare un po’ di luce ai suoi due figlioli, uno dei quali, a soli tre anni, continua a dirgli di aver paura del buio e a chiedersi perché anche la strada è illuminata e la sua casa, invece, no.
In realtà la storia di Gerardo Maurizio “guardiano - giardiniere - tuttofare”, dipendente della clinica da quando questa è sorta, è emblematica per capire come un abitante del Vallo di Lauro che cerca di affermarsi nel riscatto sociale, di liberarsi da un’etichetta ingiusta e falsa, attraverso l’onesto lavoro può, perdendo la sua sfida, orientare il suo pensiero verso approdi pericolosi.
E già, perché, dopo circa un’ora di colloquio nel quale mi fa attraversare tutta la sua frustrazione di operaio licenziato e ora disoccupato, di padre infelice perché non ce l’ha fatta, con gli occhi lucidi, sbotta e mi dice: “Se vogliono che devono prendere altre strade ci stanno riuscendo”. Mi gela, consegnandomi una tristezza infinita e un senso di impotenza dal quale non riesco a liberarmi se non con la rabbia che continua ad assalirmi.
Al fianco di Gerardo Maurizio è seduta Pasqualina Romano, minuta, dall’aspetto fragile che alla clinica Parco degli Ulivi ha dato alcuni anni della sua giovinezza e che ora si trova, come il suo amico, sbattuta in mezzo alla strada.
Parla con vanto del traguardo raggiunto di infermiera professionale, dopo essere stata inserviente in quella struttura.
«Mi dicevano: “Non ti preoccupare che tutto si aggiusta”. Ed io ho continuato a vivere nella speranza. Invece lavoravo in un castello di sabbia che è crollato al suolo al primo urto. Ed ora? Cerco lavoro. Chiedo in giro, qualcuno si dispiace pure, ma nel Vallo è proprio difficile farti prendere a lavorare». La fermo prima che possa andare avanti, perché temo che che anche da lei possa giungermi qualche messaggio inquietante. Riesce, però, a dirmi che i suoi compagni di lavoro che oggi sono sull’altro fronte perché “si sono fatti convincere a rompere l’unità dei dipendenti, sono stati consigliati male da chi aveva tutto l’interesse a far fallire ogni trattativa».
Sono in tanti ad aggrapparsi ad una speranza, perché ci possa essere ravvedimento da parte di chi ha la loro vita e quelle delle loro famiglie, nelle mani.
Come Francesco Romano, giovane dal fisico imponente, che parla dei suoi quattro figli da mantenere, della moglie che non lavora e del suocero che poteva anche dargli una mano se non fosse anche lui capitato sotto la mannaia dei licenziamenti del “Parco”. Mi dice che lui aveva preso «anche la tessera della Margherita, perché proprio ci credeva ed in vece ha scoperto che uomini della Margherita lo hanno tradito per quelli di Forza Italia». E ne parla con grande rammarico, facendoti capire quanto possa incidere la malapolitica anche nel desiderio di credere.
Si potevano evitare situazioni cosi disperate e disperanti? Sì, se la Sanità, che dovrebbe essere sentinella della salute, non fosse diventata occasione di speculazione, di affare, di vergognose complicità, tutte cose che schiacciano persone e la loro dignità, mettendo a rischio anche il futuro dei figli di questi operai a cui oggi si dà un esempio di grandissima ingiustizia, perpetrata senza scrupoli.
C’è ancora la possibilità di poter fare qualcosa?
Di poter salvare questi posti di lavoro in una zona ad alto rischio e verso la quale il debito di chi la rappresenta ha costruito il fallimento di ogni strategia?
Stamane l’assessore regionale alla Sanità, Rosalba Tufano, incontrerà il sindaco di Moschiano, Anna Maria De Girolamo che, in questi mesi, ha gridato nel deserto perché l’emergenza “Parco degli Ulivi” , quasi una Fiat per il Vallo di Lauro, fosse presa in seria considerazione. Ha dovuto attendere per più di un mese prima di poter essere ascoltata. E’ una donna coraggiosa, leale, che ha scelto di servire le istituzioni in una terra di frontiera. E’ stata illusa anche da chi avrebbe dovuto darle una mano.
Insieme a lei ci sarà il manager dell’Asl Avellino 2, Roberto Ziccardi che, fin quando ha potuto e con i mezzi di cui dispone, aveva creato tutte le condizioni per portare serenità in quella comunità, difendendo il diritto dei pazienti, il lavoro dei dipendenti. Poi qualcuno ha detto: “Non s’ha da fare” e così tutto è andato in malora.
Infine, ci sarà il rappresentante della Prefettura di Avellino, Napolitano, testimone di una estenuante trattativa che ha visto fallire come in una scena di Dario Argento, nel momento in cui bisognava sottoscrivere un accordo che avrebbe dato il via ad un nuovo percorso dentro cui la speranza non sarebbe morta. Oggi cominceremo a sapere se essa è stata uccisa da chi con la malapolitica e con le alleanze pericolose riesce a vincere anche sull’onestà di Gerardo Maurizio, Pasqualina e Francesco.
6- Continua.

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Redazione Corriere
 





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