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| Parco
degli Ulivi: noi in balia di manovre e intrighi |
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«Ormai
mi sono convinto che cè un gruppo
trasversale tra speculatori e politici che
ha fiutato laffare e vuol mettere le
mani sul Parco degli Ulivi».
Giuseppe Santoro di quella clinica di Moschiano
sa proprio tutto. Vi entrò per primo,
quando fu inaugurata sul finire degli anni
70. «Di notte facevo il guardiano,
la mattina andavo a consegnare i prelievi
nei laboratori di analisi a Saviano. In quella
struttura ho trascorso gli anni migliori della
mia vita ed oggi eccomi qui senza lavoro e
con tre figli da mantenere. Trovare un lavoro
dalle mie parti è pressocché
impossibile. Non mi resterebbe che rubare.
Ma il carcere non mi piace. Voglio dormire
nel mio letto, a casa mia e con i miei familiari».
Giuseppe è un uomo disperato che ti
parla con gli occhi, mentre il cuore gli sanguina.
E un uomo avvilito con lurlo soffocato
dal dovere di difendere la propria dignità.
Il suo è il dramma condiviso con altre
famiglie che, dopo la chiusura della clinica
Parco degli Ulivi, per fallimento, non sanno
dove e come sbarcare il lunario.
«In questa storia ci sono troppi misteri
e sono state fatte molte promesse non mantenute.
Poi si è giocato a dividere i dipendenti,
a metterli luno contro laltro
per uccidere anche un minimo di prospettiva
che era emersa».
Giuseppe tira fuori il verbale di unassemblea
dei dipendenti della casa di cura, del maggio
di questanno, nel quale compaiono le
firme di tutti coloro che avevano un lavoro
in quella struttura e che, unitariamente sollecitavano,
allora, una soluzione rispetto alle inadempienze
aziendali e al rischio chiusura che inesorabilmente
andava prendendo il sopravvento.
«Eravamo tutti daccordo: la proposta
della Gesco, che aveva risposto ad un bando
pubblico dellAsl per gestire i servizi
assistenziali, garantendo loccupazione
era in quel momento, la migliore risposta
possibile. Tutto fatto con grande trasparenza.
Devo dare atto al manager dellAsl Roberto
Ziccardi, di aver individuato una soluzione
che andava a salvare proprio tutto. Poi -
dice - non si è capito più nulla.
Qualcuno ha giocato a rompere la nostra solidarietà.
E per farlo hanno usato tutti i mezzi. Qualcuno
andava dicendo in giro che non avrebbe mai
consentito che i servizi fossero gestiti da
gente che veniva da fuori. E poi hanno montato
tutta una polemica politica. Quanti misteri
ci sono in questa storia. Una struttura attrezzata
che vale a dir poco quindici miliardi che
fallisce per unistanza per soli otto
milioni. E tutto solo in due mesi e nello
stesso momento in cui si sta per sottoscrivere,
davanti al Prefetto di Avellino, un accordo
risolutivo. Una società che è
pronta a gestire i servizi per garantire assistenza
e occupazione, come ho detto, che viene messa
alla porta senza che vi fosse un motivo plausibile.
Ma la mia più grande delusione sono
stati i politici che vengono da noi solo a
chiederci i voti. Politici della Margherita
che sponsorizzano tesserati di Forza Italia,
e che nel Vallo di Lauro fanno il bello e
cattivo gioco. A noi dicono una cosa e poi
fanno esattamente il contrario. Vede, il sindaco
di Moschiano, Anna Maria De Girolamo, che
sta cercando di fare di tutto per salvare
quei posti di lavoro, non riesce ad avere,
per quanto lo abbia più volte sollecitato,
un incontro con lassessore Tufano. Dieci
giorni fa il capogruppo regionale della Margherita
ci ha ricevuto nel suo studio, ha preso degli
appunti e un po' di documenti, poi non ha
fatto sapere più niente. Così
ti cadono anche le braccia».
A 55 anni, moglie e tre figli, Giuseppe ha
perso ogni speranza. Per mesi ha partecipato
alle estenuanti trattative in Prefettura per
dare una svolta al quella villa dei misteri.
E consigliere comunale di Moschiano
e sindacalista della Cgil. «Ho lavorato
per una vita e mi trovo ora in mezzo alla
strada con quattro anni che mi mancano per
raggiungere la pensione.
Mi viene il dubbio che a volte ci possono
essere poteri peggiori di quelli camorristici,
più sottili nei comportamenti. Mi è
stato detto che che la mia posizione era sbagliata.
Mi hanno fatto credere che il mondo fosse
a portata di mano. Ti dicono: se hai bisogno
di qualcosa... Caso mai ti invitano pure a
mangiare una pizza, sperando che cambi atteggiamento.
E tu credi di trovarti fra amici che si interessano
al tuo caso, a quello di decine di famiglie
senza lavoro. Poi intuisci che non è
così, ma si tratta solo di tirarti
dalla loro parte. Di non dare fastidio. Non
ci riusciranno mai, perché io difendo
il mio lavoro e la mia onestà, i miei
compagni di lavoro che, come me, stanno attraversando
un periodo difficilissimo. E così diffidi
anche di abbracci che potrebbero essere mortali».
Senti parlare questuomo che tira fuori
da un borsello nero documenti su documenti
e ti chiedi come sia possibile che nessuno
abbia voglia di andare fino in fondo in questa
vicenda, come sia possibile che non si abbia
il minimo di rispetto per un dramma che coinvolge
decine di famiglie.
E vero, la sanità in questa regione
assorbe la maggior parte delle risorse finanziarie
e molte di esse sono ripartite per specifici
settori.
Ma di fronte ad una vicenda così complessa
come fa lassessore a non intervenire,
a non dare una risposta, a non palesare il
suo pensiero, a non aprire uninchiesta
così come aveva cominciato a fare il
suo predecessore Teresa Armato?
Invece tace. Non risponde neanche ad una proposta
fatta da un suo collega assessore che aveva
auspicato che quella struttura diventasse
patrimonio regionale e potesse essere utilizzata
come sede del distretto sanitario, così
come aveva proposto lo stesso Ziccardi. Ma
questa è unaltra storia di cui
parleremo in seguito.
Giuseppe è nato ad Aquilonia e, a quindici
anni decide di emigrare in Venezuela. «Altro
che gli immigrati che oggi sono in Italia.
Lì, in Venezuela, ci facevano lavorare
come bestie. Dormivo sotto le lamiere e per
risparmiare qualche soldo facevo una vita
di stenti e di sacrifici».
In Venezuela ci resta per 15 anni, poi torna
in Italia e si innamora di una ragazza di
Moschiano e si trasferisce nel Vallo di Lauro.
Da quel momento, dopo un breve periodo lavorativo
in un calzaturificio, la sua vita è
targata Parco degli Ulivi.
Diventa, per un periodo, anche capo del personale.
Due suoi cognati investono in quella attività
un gruzzolo di risparmi: perderanno alla fine
oltre un miliardo e mezzo. Ed ora, insieme
ad altri soci di minoranza, hanno in corso
un giudizio perché accerti che cosa
è veramente accaduto in quella villa
dei misteri.
«Dovrebbe scrivere unenciclopedia
se volesse riportare tutte le vicende che
mi sono passate per le mani. Io posso dire
che avevo avvertito già da molto tempo
che quella situazione puzzava di bruciato.
Mi sembrava che tutto andasse avanti secondo
un ordine prestabilito, come se qualcuno avesse
garantito qualche altro.
Ma io continuo a credere nella giustizia e
spero che prima o poi questa vicenda sarà
chiarita. E allora si capirà meglio.
Si dovrà chiarire anche perché
nelle ultime due riunioni in Prefettura il
sindaco De Girolamo non fu invitata e perché
fu deciso che il primo cittadino della nostra
comunità dovesse restare fuori. Forse
perché disturbava qualche manovratore?
Ora mi anima una sola speranza: che ci sia
un ravvedimento di tutti e si possa tornare
a lavorare. Per questo dico ai miei colleghi
disoccupati: non continuiamo nellerrore
di dividerci».
2 /continua
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Redazione
Corriere
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