Giovedì 9 Settembre 2010

 

Parco degli Ulivi: noi in balia di manovre e intrighi
«Ormai mi sono convinto che c’è un gruppo trasversale tra speculatori e politici che ha fiutato l’affare e vuol mettere le mani sul Parco degli Ulivi».
Giuseppe Santoro di quella clinica di Moschiano sa proprio tutto. Vi entrò per primo, quando fu inaugurata sul finire degli anni ‘70. «Di notte facevo il guardiano, la mattina andavo a consegnare i prelievi nei laboratori di analisi a Saviano. In quella struttura ho trascorso gli anni migliori della mia vita ed oggi eccomi qui senza lavoro e con tre figli da mantenere. Trovare un lavoro dalle mie parti è pressocché impossibile. Non mi resterebbe che rubare. Ma il carcere non mi piace. Voglio dormire nel mio letto, a casa mia e con i miei familiari».
Giuseppe è un uomo disperato che ti parla con gli occhi, mentre il cuore gli sanguina. E’ un uomo avvilito con l’urlo soffocato dal dovere di difendere la propria dignità.
Il suo è il dramma condiviso con altre famiglie che, dopo la chiusura della clinica Parco degli Ulivi, per fallimento, non sanno dove e come sbarcare il lunario.
«In questa storia ci sono troppi misteri e sono state fatte molte promesse non mantenute. Poi si è giocato a dividere i dipendenti, a metterli l’uno contro l’altro per uccidere anche un minimo di prospettiva che era emersa».
Giuseppe tira fuori il verbale di un’assemblea dei dipendenti della casa di cura, del maggio di quest’anno, nel quale compaiono le firme di tutti coloro che avevano un lavoro in quella struttura e che, unitariamente sollecitavano, allora, una soluzione rispetto alle inadempienze aziendali e al rischio chiusura che inesorabilmente andava prendendo il sopravvento.
«Eravamo tutti d’accordo: la proposta della Gesco, che aveva risposto ad un bando pubblico dell’Asl per gestire i servizi assistenziali, garantendo l’occupazione era in quel momento, la migliore risposta possibile. Tutto fatto con grande trasparenza. Devo dare atto al manager dell’Asl Roberto Ziccardi, di aver individuato una soluzione che andava a salvare proprio tutto. Poi - dice - non si è capito più nulla. Qualcuno ha giocato a rompere la nostra solidarietà. E per farlo hanno usato tutti i mezzi. Qualcuno andava dicendo in giro che non avrebbe mai consentito che i servizi fossero gestiti da gente che veniva da fuori. E poi hanno montato tutta una polemica politica. Quanti misteri ci sono in questa storia. Una struttura attrezzata che vale a dir poco quindici miliardi che fallisce per un’istanza per soli otto milioni. E tutto solo in due mesi e nello stesso momento in cui si sta per sottoscrivere, davanti al Prefetto di Avellino, un accordo risolutivo. Una società che è pronta a gestire i servizi per garantire assistenza e occupazione, come ho detto, che viene messa alla porta senza che vi fosse un motivo plausibile.
Ma la mia più grande delusione sono stati i politici che vengono da noi solo a chiederci i voti. Politici della Margherita che sponsorizzano tesserati di Forza Italia, e che nel Vallo di Lauro fanno il bello e cattivo gioco. A noi dicono una cosa e poi fanno esattamente il contrario. Vede, il sindaco di Moschiano, Anna Maria De Girolamo, che sta cercando di fare di tutto per salvare quei posti di lavoro, non riesce ad avere, per quanto lo abbia più volte sollecitato, un incontro con l’assessore Tufano. Dieci giorni fa il capogruppo regionale della Margherita ci ha ricevuto nel suo studio, ha preso degli appunti e un po' di documenti, poi non ha fatto sapere più niente. Così ti cadono anche le braccia».
A 55 anni, moglie e tre figli, Giuseppe ha perso ogni speranza. Per mesi ha partecipato alle estenuanti trattative in Prefettura per dare una svolta al quella villa dei misteri.
E’ consigliere comunale di Moschiano e sindacalista della Cgil. «Ho lavorato per una vita e mi trovo ora in mezzo alla strada con quattro anni che mi mancano per raggiungere la pensione.
Mi viene il dubbio che a volte ci possono essere poteri peggiori di quelli camorristici, più sottili nei comportamenti. Mi è stato detto che che la mia posizione era sbagliata. Mi hanno fatto credere che il mondo fosse a portata di mano. Ti dicono: se hai bisogno di qualcosa... Caso mai ti invitano pure a mangiare una pizza, sperando che cambi atteggiamento. E tu credi di trovarti fra amici che si interessano al tuo caso, a quello di decine di famiglie senza lavoro. Poi intuisci che non è così, ma si tratta solo di tirarti dalla loro parte. Di non dare fastidio. Non ci riusciranno mai, perché io difendo il mio lavoro e la mia onestà, i miei compagni di lavoro che, come me, stanno attraversando un periodo difficilissimo. E così diffidi anche di abbracci che potrebbero essere mortali».
Senti parlare quest’uomo che tira fuori da un borsello nero documenti su documenti e ti chiedi come sia possibile che nessuno abbia voglia di andare fino in fondo in questa vicenda, come sia possibile che non si abbia il minimo di rispetto per un dramma che coinvolge decine di famiglie.
E’ vero, la sanità in questa regione assorbe la maggior parte delle risorse finanziarie e molte di esse sono ripartite per specifici settori.
Ma di fronte ad una vicenda così complessa come fa l’assessore a non intervenire, a non dare una risposta, a non palesare il suo pensiero, a non aprire un’inchiesta così come aveva cominciato a fare il suo predecessore Teresa Armato?
Invece tace. Non risponde neanche ad una proposta fatta da un suo collega assessore che aveva auspicato che quella struttura diventasse patrimonio regionale e potesse essere utilizzata come sede del distretto sanitario, così come aveva proposto lo stesso Ziccardi. Ma questa è un’altra storia di cui parleremo in seguito.
Giuseppe è nato ad Aquilonia e, a quindici anni decide di emigrare in Venezuela. «Altro che gli immigrati che oggi sono in Italia. Lì, in Venezuela, ci facevano lavorare come bestie. Dormivo sotto le lamiere e per risparmiare qualche soldo facevo una vita di stenti e di sacrifici».
In Venezuela ci resta per 15 anni, poi torna in Italia e si innamora di una ragazza di Moschiano e si trasferisce nel Vallo di Lauro.
Da quel momento, dopo un breve periodo lavorativo in un calzaturificio, la sua vita è targata “Parco degli Ulivi”.
Diventa, per un periodo, anche capo del personale. Due suoi cognati investono in quella attività un gruzzolo di risparmi: perderanno alla fine oltre un miliardo e mezzo. Ed ora, insieme ad altri soci di minoranza, hanno in corso un giudizio perché accerti che cosa è veramente accaduto in quella villa dei misteri.
«Dovrebbe scrivere un’enciclopedia se volesse riportare tutte le vicende che mi sono passate per le mani. Io posso dire che avevo avvertito già da molto tempo che quella situazione puzzava di bruciato. Mi sembrava che tutto andasse avanti secondo un ordine prestabilito, come se qualcuno avesse garantito qualche altro.
Ma io continuo a credere nella giustizia e spero che prima o poi questa vicenda sarà chiarita. E allora si capirà meglio. Si dovrà chiarire anche perché nelle ultime due riunioni in Prefettura il sindaco De Girolamo non fu invitata e perché fu deciso che il primo cittadino della nostra comunità dovesse restare fuori. Forse perché disturbava qualche manovratore? Ora mi anima una sola speranza: che ci sia un ravvedimento di tutti e si possa tornare a lavorare. Per questo dico ai miei colleghi disoccupati: non continuiamo nell’errore di dividerci».

2 /continua


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Redazione Corriere
 





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