Giovedì 9 Settembre 2010

 

L’accordo è fatto. Ma il “Parco” chiude per fallimento
Dieci luglio 2002: Prefettura di Avellino. Si sta per chiudere l’amara vicenda del “Parco degli Ulivi”, la clinica privata di Moschiano che ospita poco più di 50 pazienti e che, da alcuni mesi, dopo il rogo di San Gregorio Magno, è nel mirino della Regione.
Intorno al tavolo sono seduti il rappresentante della proprietà della clinica, i sindacati Cisl, Cgil e Ugl, il Prefetto di Avellino Claudio Meoli, assistito dal alcuni suoi funzionari che della crisi di quella struttura sanno proprio tutto, sin dai tempi della buonanima prefetto Renato Stranges.
Volti sorridenti, soddisfazione di tutti per la soluzione trovata, dopo decine di riunioni. Esso prevede: la continuazione dell’assistenza ai pazienti nella struttura di Moschiano per due anni e l’affidamento ad una società specializzata, selezionata dopo un’indagine puntuale svolta dall’Asl Av 1, della gestione sanitaria con l’impegno dell’assunzione del personale già operante nella clinica, la sua formazione e la successiva costituzione di una cooperativa che, ormai professionalizzata, può da sola proseguire il lavoro.
Meglio di così...
E invece ecco il colpo di scena che manda tutto all’aria. Squilla il cellulare del rappresentante della proprietà “Parco degli Ulivi”. Si allontana dal tavolo, parlotta, rientra, torna al tavolo e dice: «La clinica è fallita. Non sono più legittimata a firmare accordi».
Peccato, quella coincidenza fa bruciare mesi di trattative, fiumi di confronti, speranze che si accendevano e si spegnevano.
Il prefetto Meoli allarga le braccia, i sindacati restano di stucco.
Per il “Parco degli Ulivi, da quel giorno, comincia il percorso fallimentare che rapidamente apre nuovi scenari.
Il giudice e il curatore si trovano di fronte ad una situazione imprevista. Dovranno tutelare le esigenze dei pazienti, giacché alla struttura devono essere posti i sigilli. A meno che non si decida il loro trasferimento. Cosa che avviene, facendo tirare un sospiro di sollievo al magistrato, grazie all’intervento dell’Asl che in breve fa scattare un piano di emergenza e colloca i pazienti (si tratta di persone affette da disturbi psichici e gravi handicap) in tre strutture private operanti nel territorio provinciale.
Da allora è cominciato il pendolarismo dei familiari dei pazienti che dal Vallo di Lauro sono costretti a raggiungere i loro cari nei luoghi di destinazione. Ma da quel giorno, sabato 3 agosto 2002, cade anche la mannaia sulla testa di trentacinque dipendenti che perdono il posto di lavoro. Avrebbero potuto salvarlo, se qualcuno non avesse fomentato una divisione tra loro con azioni che ancora oggi sono tutte da chiarire, e se qualche altro, sul fronte politico, non avesse determinato condizioni di difficile recupero della speranza. Ma qual è la cornice dentro cui matura tutta la vicenda? Dobbiamo, per una sua maggiore comprensione, partire da lontano: dalla dismissione dei pazienti per effetto della chiusura dei manicomi.
Come molte inchieste in Campania hanno accertato, quella vicenda, non affrontata per tempo dalle istituzioni, mette in moto una vergognosa speculazione. In molti fiutano l’affare e cominciano a rilevare strutture per la degenza dei pazienti ex manicomiali, altre strutture già operanti diventano promiscue, nonostante il divieto posto dalla legge.
A volte basta una scala, tra un piano e l’altro, per dividere gli ex manicomiali dai soggetti che hanno necessità di normale riabilitazione.
Naturalmente, come ha recentemente affermato il professor Sergio Piro, eminente studioso della psichiatria, dopo la chiusura dei manicomi il percorso sarebbe stato decisamente peggiore perché avrebbe finito con il tradire lo spirito e gli effetti delle legge Basaglia.
E in Irpinia? I pazienti residenti in questa provincia, e ospitati nel manicomio di Materdomini erano a quel punto in tutto settanta, cinquanta dei quali vengono sistemati dall’Asl a Moschiano.
Tutto fila liscio, sia pure con qualche frizione tra soci all’interno della clinica, fino a quando non si verifica l’incendio nella casa degli anziani di San Gregorio Magno, nel salernitano, dove le fiamme divorano quindici anziani.
La Regione sale sul banco degli imputati. Sulle case per anziani e le strutture che li ospitano, arriva al lente d’ingrandimento. Angelo Giusto, presidente della Commissione Sanità della Regione, con grande coraggio apre una vertenza per tentare di normalizzare quello che era stato definito uno scandalo vergognoso. Ed è proprio Angelo Giusto, nella sua qualità di presidente della commissione d’inchiesta nominata ad hoc dalla Regione, ad effettuare un primo sopralluogo al “Parco degli Ulivi” di Moschiano con tutti i commissari. Qui si rende conto che la situazione assistenziale è drammatica. Chiede subito l’intervento dell’Asl, a cui notifica l’impossibilità di tenere insieme 41 pazienti, mentre il massimo previsto non deve superare le venti unità. Lo stesso sindaco di Moschiano, di fronte al degrado in cui versa la struttura, ne ordina la chiusura, chiedendo un intervento dell’Asl che individua un percorso di grande trasparenza per risolvere il problema.
E qui comincia l’ultima fase di questa vicenda che si consuma tra il marzo del 2002 fino al colpo di scena del 10 luglio.
Accade proprio di tutto e non sempre in modo razionale. Nella trattativa si inseriscono nuovi soggetti, mai visti primi di allora, ma che hanno già storie con l’affaire sanità.
Esponenti politici di livello regionale si attivano per portare la soluzione su binari difficilmente comprensibili, e qualcuno si erge anche a difensore di alcuni interessi.
Ma perché tutto questo? Sono davvero i dipendenti licenziati a preoccupare o, non invece, è qualcos’altro che spinge affinché “Parco degli Ulivi”, il cui valore si aggira intorno ai quindici miliardi, per effetto del fallimento comincia ad avere un prezzo appetibile?
E poi - ma ne parleremo successivamente - ci sono le cifre per la riabilitazione che, solo per il territorio in cui agisce l’Asl Avellino 2, impegnano una somma che si avvicina ai tredici miliardi, dei quali poco meno della metà sono destinati ad una sola delle cinque che operano sul territorio.
E proprio sulla riabilitazione e sugli sprechi accertati il presidente della Commissione Sanità, Angelo Giusto, da tempo ha ingaggiato una difficile battaglia nel settore della sanità regionale .
La vicenda, come si vede, non è affatto conclusa.
E forse proprio la ricostruzione di questi passaggi, insieme ad alcune testimonianze, imporrebbero, probabilmente, una valutazione anche degli organi giudiziari.

3- continua

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Redazione Corriere
 





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