Giovedì 9 Settembre 2010

 

Business anziani: come funziona
Si poteva salvare dal fallimento la clinica”Parco degli Ulivi” di Moschiano? Probabilmente, se la Regione Campania avesse fatto fino in fondo il proprio dovere, la risposta non può che essere positiva: si poteva salvare. Tutto ruota intorno ad una parola dentro la quale si nasconde uno dei tanti scandali della sanità regionale: “Accreditamento istituzionale”. Detto in soldoni significa che chi è protetto da questa parola magica riesce a fare da idrovora delle risorse regionali, lucrando bei soldini sui ricoveri a tempo pieno dei degenti.
Nel territorio dell’Asl 2, Avellino e comprensorio,
(ma diremo successivamente anche dell’Asl 1), dove, si badi bene, non c’è nessuna struttura pubblica di Rsa (Residenza sanitaria anziani), tra le tante strutture private esistenti sul territorio, (sono almeno dieci), l’accreditamento per il tempo pieno la Regione lo ha concesso a due sole strutture: una opera a Montefalcione, l’altra è gestita dalle suore della SS. Annunziata. Per il resto, pur avendone fatto richiesta, le pratiche di altre cliniche private sono ferme presso l’assessorato alla sanità della Regione Campania. Ciò, a differenza di quanto è avvenuto in altre regioni italiane, ha comportato una sorta di “monopolio bloccato”. Perché questa disparità di trattamento che fa prefigurare una vera e propria omissione da parte dell’assessorato regionale alla sanità? E’ presto detto. Tutto fa riferimento alla cosiddetta legge “delle quattro A”.
La prima “A” riguarda l’Autorizzazione che il Comune in cui esiste la struttura deve concedere per la costruzione dello stabile da adibire a Rsa. La seconda “A” fa sempre carico sul Comune che deve concedere, una volta completata la struttura, l’Autorizzazione all’apertura, previo accertamenti degli organi competenti. La terza “A” riguarda, appunto, l’Accreditamento istituzionale che la Regione deve concedere sulla base della documentazione presentata dall’azienda e all’ispezione nella struttura fatta dai funzionari sanitari della Regione.
Infine la quarta “A”: l’Accordo contrattuale con il quale la Regione stipula sulla struttura un vero e proprio contratto con la società che la gestisce, perché, in cambio dei degenti ricoverati, sia pagata una somma prevista da tariffe prestabilite. Chi non ha l’accreditamento istituzionale rimane fuori dalla spartizione della torta e deve, invece, accontentarsi delle briciole.
Ma perché la Regione Campania non procede con gli accreditamenti, mantenendo, invece, in prorogatio quelli già concessi antecedentemente in regime di convenzione? E qui è un vero e proprio atteggiamento omissivo. In realtà, la legge delle “Quattro A” si è fermata, come effetti, alle sole due prime condizioni. C’è una speciale commissione regionale, insediata presso l’assessorato alla Sanità, che dovrebbe definire i nuovi criteri per poter ottenere l’accreditamento. Ma questa è un commissione fantasma. Che si è riunita solo raramente e senza produrre alcun risultato utile. Perché tanti ritardi? Quali sono i motivi per cui non si corrisponde ad un obbligo di legge che causa quel “Monopolio bloccato” di cui dicevamo prima?
Perché, sebbene più volte sollecitati, gli organi regionali tenuti a compiere i sopralluoghi previsti dalle norme, sono latitanti?
Come si spiega che strutture nuovissime, realizzate con tutti i comfort e fatte su misura per una dignitosa ospitalità degli anziani e nelle quali sono assicurati servizi sanitari di ottimo livello sono vuote, mentre altre, con situazioni non certo ottimali e con scarsezza di personale, talvolta malpagato, si trovano in situazioni ben diverse?
Noi che ci siamo avvicinati a questo pianeta, sempre più misterioso e, a volte consociativo, possiamo cominciare a dare delle risposte. La prima riguarda la politica regionale incapace di debellare questo cancro maleodorante che determina le condizioni di disparità. Non solo. Si capisce perché l’assessorato alla Sanità diventi sempre più appetibile, fino al punto di aver determinato le maggiori crisi di governo regionale. Attraverso le politiche sanitarie si acquisiscono consensi, agendo sui primariati, sulle assunzioni, su quello scandalo dei convenzionamenti (cliniche private, laboratori e riabilitazione) che tutti dicono di voler porre in regime di equità, ma che nei fatti, come dimostra la vicenda dell’accreditamento, nessuno s’impegna a normalizzare.
Forse perché, come dice Bassolino, i veri gestori della Regione sono gli inamovibili burocrati che fanno il bello e il cattivo tempo, per cui, a volte, basta trovare la maniglia giusta perché tutte le porte si aprano. Forse perché nella mobilità del trasferimento dei degenti spesso si chiude un occhio. Se non tutti e due. O, ancora, perché basta una piccola cointeressenza dell’uomo giusto (a volte di un parente) per velocizzare i meccanismi. Sta di fatto che la denuncia, per quanto autorevole come quella di Bassolino, di certo non cambia un andazzo antico che inquina la sanità e riduce l’anziano, l’handicappato, il paziente con disturbi psichici, a poco più che merce su cui costruire fortune. Ad una nuova moralità in questo settore dovrebbe ispirarsi la soluzione della crisi a Palazzo Santa Lucia.
5 - Continua.

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Redazione Corriere
 





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