Karin
e Jalal, nel nome di Allah
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Si
chiamavano Karin Sulayman Dleel e Jalal Ipah
Shakr. Diciassette anni il primo, ventitre
il secondo. A contrassegnarli per distinguerli
dagli altri cinque giovani, come loro curdi,
insieme a loro morti nel tir fermato sul casello
di Mirabella Eclano il 31 agosto scorso, un
cartellino che penzola dallalluce sinistro
su cui è stampigliato un numero: quattro
per Karin e cinque per Jalal. Avevano un sogno
comune: attraversare lItalia per raggiungere
la Germania, dove si sarebbero ricongiunti
ai familiari partiti qualche anno fa. E, putroppo
hanno avuto una morte comune. A distanza di
un mese, ieri i loro cadaveri, congelati nelle
celle frigorifere dellospedale Moscati
di Avellino, sono stati restituiti ad Allah
con il funerale islamico. Ad Allah, ma non
ai loro familiari, che dovranno aspettare
ancora tanto prima di poter piangere sui cadaveri.
E forse non potranno farlo mai. Anche oggi,
infatti, come è già capitato
per i quattro compagni morti ad Ariano, per
i quali il funerale islamico è già
stato celebrato, i cadaveri di Karin e Jalal
saranno nella cella frigorifera dellospedale.
Solo, lavati, profumati e avvolti nelle tre
lenzuola, così come prescrive Allah.
Non ancora sigillati nelle bare perché,
alla fine, non si è trovato il medico
che praticasse sui cadaveri liniezione
di formalina necessaria alla conservazione
dei corpi. Il rientro in patria dei morti,
di tutti e sei i giovani morti nel viaggio
della speranza finito a Mirabella è
al centro di una questione internazionale,
che appare di ancora difficile risoluzione.
DallItalia, i cadaveri dovrebbero raggiungere
la Siria poi essere trasportati in Iraq, per
giungere finalmente alle loro famiglie. Un
viaggio su cui rischiano di abbattersi come
una ghigliottina le tensioni che animano i
rapporti dei due paesi del Medio Oriente.
La Regione Campania ha già stanziato
i fondi per la partenza delle salme, partiti
politici ed associazioni si sono mobilitati
per restituire ai sei cadaveri la degna sepoltura
in patria, ma la soluzione della questione
sembra molto lontana. Era questo largomento
principale, al centro delle conversazioni
di tutti, ieri pomeriggio nellobitorio
cittadino. Per questo ieri pomeriggio, al
termine del rito funebre in pieno stile islamico,
Jofus Sarno, il responsabile della Comunità
islamica irpina di Mirabella Eclano, ha lanciato
una proposta allamministrazione avellinese.
«Noi speriamo che anche qui sia realizzato
un cimitero islamico. Perché Dio ci
ha fatto uomini, non scimmie - ha detto Sarno
- né tantomeno merluzzi». Dietro
di lui, le bare in cui si intravedevano le
bare di Karin e Jalal. Di fronte a lui, lassessora
ai Servizi Sociali di Avellino Rosanna Rebulla,
che balbettava: «Noi ci stiamo già
pensando. Ma forse sarebbe il caso di costruirlo
nel napoletano, dove la presenza di islamici
è maggiore». Fuori dalla saletta
dellobitorio, per loccasione trasformata
in piccola moschea, poche persone, le poche
che si erano ritrovate per dare laddio
a Karin e Jalal secondo le tradizioni di Allah.
Sei o sette della comunità islamica,
limam arrivato dopo circa unora
dallora di inizio della cerimonia, lassessora
Rebulla, il sindaco di Mirabella Edmondo Pugliese,
due o tre agenti della Questura. In tutto
una decina. Quasi quasi cerano più
telecamere e microfoni che persone.
Davanti agli occhi di vetro di quelle telecamere,
sotto i flash delle macchine fotografiche,
le bare in cui erano stati deposti i corpi
senza vita di Karin e Jalal sono state trasportate
nella saletta dellobitorio del Moscati,
propiziata pochi istanti prima dalla preghiera
dei loro confratelli, tutti figli di Allah
della comunità islamica di Mirabella.
Faceva freddo nella saletta, e il freddo veniva
soprattutto dai due cadaveri scongelati dopo
quasi un mese. Ma cera anche un profumo
di incensi, odore di spezie e lavande orientali
con le quali, prima di deporli nelle casse
di legno, che un po stonavano in quel
tripudio di tappeti e cappellini a mezza luna,
i corpi dei due giovani morti erano stati
profumati. Prima il lavaggio di alcune parti
del corpo care ad Allah, poi un lavaggio completo,
solo e rigorosamente con acqua, poi la profumazione
e dunque lavvolgimento in tre lenzuoli,
più o meno quindici minuti per salma,
spiegava diligente il portavoce della comunità
islamica. Infine la salah, la preghiera. Parole
soffiate, gesti intonati ad una coreografia
misteriosa e affascinante, per un attimo,
le mura bianco sporco dellobitorio e
le sedie con lo schienale di formica sono
scivolate sullo sfondo. Davanti agli occhi
due immagini. Di uomini piegati in due su
tre tappeti disposti ad elle, rigorosamente
verso la Mecca. Di due bare, legno chiaro
fuori e dentro tutte bianche. Sul candore
spiccavano due ciondoli di metallo. Forse
un rito islamico anche quello? No. La catenella
era interrotta in un punto. Sopra si leggevano
quattro e cinque. Karin e Jalal. |
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