Marted́ 7 Settembre 2010

Karin e Jalal, nel nome di Allah
Si chiamavano Karin Sulayman Dleel e Jalal Ipah Shakr. Diciassette anni il primo, ventitre il secondo. A contrassegnarli per distinguerli dagli altri cinque giovani, come loro curdi, insieme a loro morti nel tir fermato sul casello di Mirabella Eclano il 31 agosto scorso, un cartellino che penzola dall’alluce sinistro su cui è stampigliato un numero: quattro per Karin e cinque per Jalal. Avevano un sogno comune: attraversare l’Italia per raggiungere la Germania, dove si sarebbero ricongiunti ai familiari partiti qualche anno fa. E, putroppo hanno avuto una morte comune. A distanza di un mese, ieri i loro cadaveri, congelati nelle celle frigorifere dell’ospedale “Moscati” di Avellino, sono stati restituiti ad Allah con il funerale islamico. Ad Allah, ma non ai loro familiari, che dovranno aspettare ancora tanto prima di poter piangere sui cadaveri. E forse non potranno farlo mai. Anche oggi, infatti, come è già capitato per i quattro compagni morti ad Ariano, per i quali il funerale islamico è già stato celebrato, i cadaveri di Karin e Jalal saranno nella cella frigorifera dell’ospedale. Solo, lavati, profumati e avvolti nelle tre lenzuola, così come prescrive Allah.
Non ancora sigillati nelle bare perché, alla fine, non si è trovato il medico che praticasse sui cadaveri l’iniezione di formalina necessaria alla conservazione dei corpi. Il rientro in patria dei morti, di tutti e sei i giovani morti nel viaggio della speranza finito a Mirabella è al centro di una questione internazionale, che appare di ancora difficile risoluzione. Dall’Italia, i cadaveri dovrebbero raggiungere la Siria poi essere trasportati in Iraq, per giungere finalmente alle loro famiglie. Un viaggio su cui rischiano di abbattersi come una ghigliottina le tensioni che animano i rapporti dei due paesi del Medio Oriente. La Regione Campania ha già stanziato i fondi per la partenza delle salme, partiti politici ed associazioni si sono mobilitati per restituire ai sei cadaveri la degna sepoltura in patria, ma la soluzione della questione sembra molto lontana. Era questo l’argomento principale, al centro delle conversazioni di tutti, ieri pomeriggio nell’obitorio cittadino. Per questo ieri pomeriggio, al termine del rito funebre in pieno stile islamico, Jofus Sarno, il responsabile della Comunità islamica irpina di Mirabella Eclano, ha lanciato una proposta all’amministrazione avellinese.
«Noi speriamo che anche qui sia realizzato un cimitero islamico. Perché Dio ci ha fatto uomini, non scimmie - ha detto Sarno - né tantomeno merluzzi». Dietro di lui, le bare in cui si intravedevano le bare di Karin e Jalal. Di fronte a lui, l’assessora ai Servizi Sociali di Avellino Rosanna Rebulla, che balbettava: «Noi ci stiamo già pensando. Ma forse sarebbe il caso di costruirlo nel napoletano, dove la presenza di islamici è maggiore». Fuori dalla saletta dell’obitorio, per l’occasione trasformata in piccola moschea, poche persone, le poche che si erano ritrovate per dare l’addio a Karin e Jalal secondo le tradizioni di Allah. Sei o sette della comunità islamica, l’imam arrivato dopo circa un’ora dall’ora di inizio della cerimonia, l’assessora Rebulla, il sindaco di Mirabella Edmondo Pugliese, due o tre agenti della Questura. In tutto una decina. Quasi quasi c’erano più telecamere e microfoni che persone.
Davanti agli occhi di vetro di quelle telecamere, sotto i flash delle macchine fotografiche, le bare in cui erano stati deposti i corpi senza vita di Karin e Jalal sono state trasportate nella saletta dell’obitorio del Moscati, propiziata pochi istanti prima dalla preghiera dei loro confratelli, tutti figli di Allah della comunità islamica di Mirabella. Faceva freddo nella saletta, e il freddo veniva soprattutto dai due cadaveri scongelati dopo quasi un mese. Ma c’era anche un profumo di incensi, odore di spezie e lavande orientali con le quali, prima di deporli nelle casse di legno, che un po’ stonavano in quel tripudio di tappeti e cappellini a mezza luna, i corpi dei due giovani morti erano stati profumati. Prima il lavaggio di alcune parti del corpo care ad Allah, poi un lavaggio completo, solo e rigorosamente con acqua, poi la profumazione e dunque l’avvolgimento in tre lenzuoli, più o meno quindici minuti per salma, spiegava diligente il portavoce della comunità islamica. Infine la salah, la preghiera. Parole soffiate, gesti intonati ad una coreografia misteriosa e affascinante, per un attimo, le mura bianco sporco dell’obitorio e le sedie con lo schienale di formica sono scivolate sullo sfondo. Davanti agli occhi due immagini. Di uomini piegati in due su tre tappeti disposti ad elle, rigorosamente verso la Mecca. Di due bare, legno chiaro fuori e dentro tutte bianche. Sul candore spiccavano due ciondoli di metallo. Forse un rito islamico anche quello? No. La catenella era interrotta in un punto. Sopra si leggevano quattro e cinque. Karin e Jalal.

 
 
 
 

 
 

 
 
Redazione Corriere
 





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