Giovedì 9 Settembre 2010

 

“Il paziente, prima di tutto”. Canfora: ecco il piano per la Asl Avellino 2
Prima di riprendere, a settembre, il ragionamento sulla sanità con Roberto Ziccardi, abbiamo pensato di ragionare con Giovanni Canfora, direttore sanitario dell’Asl Av2. Canfora è in carica dallo scorso marzo, più di sei mesi dopo l’insediamento del nuovo direttore generale, una sfasatura che indubbiamente per un periodo non ha consentito quel lavoro di sintonia che deve segnare la direzione di un’azienda sanitaria. Informazione e governo della cura Abbiamo parlato con Canfora delle trasformazioni in atto nell’organizzazione e nell’intervento dell’Asl nella volontà di sottrarre la riflessione sul nuovo nella pianificazione sanitaria al binomio per il quale essa o è riservata a una discussione distaccata, per addetti ai lavori, oppure viene drammaticamente sperimentata, giorno per giorno, da chi è direttamente coinvolto, per vicende personali, familiari, amicali con “lo star male”, con il bisogno di salute, con un problema di cura.
Spesso è soprattutto in quel caso che si riflette su quanto ci circonda nel mondo della salute, tra paradossi, contraddizioni, a volte (ma è difficile) anche novità, in una situazione che nella gran parte dei casi disarma il cittadino, lo costringe a vivere, per più versi, con distacco dal proprio ruolo, in un contesto di sofferenza e di solitudine, di offesa alla sua persona (“egli sarà”, ricordava Giulio Maccacaro, “tanto più solo quanto più apparentemente assistito, ma di fatto gestito”).
Canfora, consapevole degli aspetti del problema, è convinto che ci sia in questo caso un terreno nel quale si potrebbe fare, realizzare.
“Molte volte la trasformazione viene percepita anche perchè le persone vengono informate, perché gli si rende evidente quel cambiamento: la sanità non fa questo in maniera adeguata…. non sarebbe un male se il settore pubblico avesse la stessa attenzione di quello privato alla comunicazione, ai contatti con i cittadini, ma bisognerebbe capire quale parte del bilancio destinare a questo. Mi sembra però che in molti casi non sia tanto un problema di bilancio, quanto della qualità delle soluzioni da trovare: ho sempre pensato che noi offriamo servizi, ma non la semplicità nella fruizione del servizio. Il cittadino alla fine non dice che non ha avuto il servizio, dice che ha penato per averlo (e che forse avrebbe potuto essere di tipo diverso)”.
Canfora conviene anche che molte volte si incontrano operatori della sanità convinti che l’informazione, tanto al paziente utente quanto al cittadino, non abbia alcun valore, per cui si apre una scissione tra chi opera con la propria scientificità e gli altri, che devono solo fruirne senza “comprenderla” e quindi “comprendersi”.
Forse qui, precisa Canfora, c’è anche un problema di formazione del medico, del personale sanitario, forse emerge il carattere di una generazione di medici, che rallenta il processo del conoscere, incapace di sottrarre il malato alla sua solitudine. Questo fa divenire centrale il rapporto con l’utenza, con un recupero di rappresentanza che, nonostante tutto, non può essere sostituito da organismi che parlano o si presentano in nome del malato: “Come mi è capitato nell’esperienza con le strutture riabilitative, ricorda Canfora, ho visto alcune di queste sorgere in rapporto alla denuncia, da parte ad esempio di genitori, di molteplici esigenze, ma a volte ho assistito anche al loro perdere di vista il punto di partenza, per farsi strutture politiche, usate politicamente. E’ un rischio terribile che accompagna la quotidianità del nostro lavoro e che può anche snaturarlo”. Rispetto a questo sono le strutture di comunicazione della sanità chiamate prepotentemente in causa.
E si tratta di problemi solo apparentemente settoriali: si pensi al tipo di recupero di professionalità e di rapporto che c’è, nella dimensione della comunicazione, della professionalità e delle risorse nella figura dell’infermiere, quello che certo trascorre più tempo con il malato (a volte più dei suoi stessi parenti).
Nuovo e diverso nell’organizzazione dell’Asl
Se l’informazione è questione di breve e lungo periodo, di continuità, c’è da riflettere anche se la nuova dirigenza dell’Asl abbia determinato una discontinuità (e di che tipo) rispetto alla gestione precedente: “Noi abbiamo trovato una centralizzazione dei servizi nell’Asl Avellino 2; nella mia ipotesi questa scelta è stata determinata forse anche da una mancanza di personale: magari nella mancanza di risorse si è pensato di privilegiare il centro rispetto alla periferia. Praticamente erano centralizzate quasi tutte le attività e quelle non centralizzate avevano un dipartimento forte, con una logica organizzativa di tipo centrale, pur se distrettualizzata. Il che creava come una struttura a canne d’organo: ogni servizio comunicava con se stesso e non con gli altri e questo lo frantumava, lo isolava, costringendo il paziente, il malato, a inseguire, carta dopo carta, passaggio dopo passaggio, la gestione della propria salute. Così abbiamo posto il problema del bisogno di avere competenze su dipartimenti orizzontali, individuando il distretto come primo dipartimento orizzontale, nel quale tutti i servizi abbiano una logica ‘aperta’ verso l’utente.”
Indubbiamente anche questa, come l’ipotesi di un’informazione che rompa l’isolamento del malato, è una scommessa significativa, al di là di quanto avviene nelle strutture di città. Avellino è in questo senso privilegiata rispetto al resto del territorio dell’ASL, perché va sempre tenuto presente il carattere dell’Irpinia, un territorio, sarebbe bene ricordarlo più spesso a chi fa politica o gestisce la cosa pubblica, contraddittorio, disomogeneo, non solo sul piano territoriale, ma anche su quello sociale, culturale, e, va ricordato, delle risorse a disposizione dei singoli (una terra nella quale il termine povertà e il suo significato per la vita dei soggetti sono ancora fortemente presenti). Di questa realtà Canfora è consapevole, anche se ancora un pò “esterno” alla sua essenza: “Mi manca ancora la possibilità di fare un’analisi completa dell’Irpinia: ne conosco alcune realtà ma questa terra non è uniforme, per esempio la zona che va dal passo di Monteforte a scendere sembra profondamente diversa dall’Irpinia, come la zona del Vallo di Lauro, come quella di Cervinara. Insomma ci sono più di una Irpinia e si tratta di programmare risposte che non possono essere sempre uguali”.
La scommessa sui Distretti
Dunque il governo dell’Asl, lo sostiene anche il direttore Ziccardi, punta a un “riequilibrio delle risorse sul territorio”, senza sottrarre nulla ad Avellino (che certo assorbe parti consistenti dell’intervento), ma pensando in modo diverso quantità e qualità di competenze, funzioni e anche risorse da investire sul territorio.
E non ci sono soluzioni miracolistiche: Canfora ricorda che anche se un certo numero di concorsi è in atto, o sta per essere bandito, concorsi nuovi o che costituiscono nuove collocazioni nell’Asl, una scelta di questo tipo certo non risolve i problemi di personale che hanno contribuito alla centralizzazione esistente.
In effetti la carenza di personale è proprio nelle risorse dei distretti.
“Qui manca, ricorda Canfora, una valutazione realistica del rapporto da determinare tra utenti e numero degli addetti ai servizi; è un dato che certo non si può calcolare meccanicisticamente, senza pensare proprio alle eterogeneità dei luoghi e della loro storia, ma è un approccio di analisi (e di determinazione di personale) che manca proprio a livello regionale. Di questo indubbiamente la sanità, e ancora di più i cittadini, soffrono. Come Asl stiamo provando anzitutto a individuare i servizi minimi da offrire, e vedere poi come rispondere ai bisogni”.
Perché nella quotidianità della politica sanitaria il cittadino certo non vede il nesso, i limiti, le contraddizioni di come la politica regionale della sanità pesi sull’Asl” (o in altri settori: Gianni Festa in un suo recente editoriale parlava, a proposito della Campania, di “emarginazione delle grandi questioni che avrebbero dovuto essere alla base della rifondazione dell’ente”, di “assenza dai grandi problemi delle zone interne”). Per il cittadino l’interlocutore è direttamente la struttura di Avellino e dunque le contraddizioni vanno nello stesso tempo subite e affrontate: sono necessari risposte, cambiamenti, da fornire operando e modificando, nella impossibilità di arrestare l’erogazione di sanità: “Una possibilità di modifica è legata al processo di controllo direzionale per isole, che dobbiamo applicare in questa azienda, rompendo quello verticale e burocratico presente sinora. Se riuscissimo a creare, non dico dipartimenti, ma settori nei quali le persone impegnate in un problema dialoghino tra loro determinandone insieme la direzione, contribuendo all’indirizzo aziendale e al suo controllo direzionale, si avrebbe un contributo di efficacia alla nostra azione e uno scambio tra operatori e vertici”.
Ripensare i distretti
Nel ragionamento di Canfora c’è un progetto di trasformazione dei distretti, di un loro accorpamento (Cervinara-Altavilla; Avellino-Mercogliano), o di un ripensamento dei loro rapporti (Lauro-Baiano) con ipotesi federative al proprio interno (cioè di autonomia e nello stesso tempo di relazioni funzionanti).
Si pensa a un accorpamento, intanto perché c’è un problema legislativo che lo impone, poi perché sotto certe dimensioni il meccanismo organizzativo diventa molto complesso.
“Accorpare i distretti non vuol dire depauperare i servizi. In realtà mentre la struttura organizzativa di un distretto deve essere quella minima delle problematiche di un’area, non si capisce il mantenimento di due distretti vicini con stesse caratteristiche ed omogeneità territoriali”. Questo probabilmente provoca proteste, se ne sono avute alcune avvisaglie; Canfora è invece dell’idea che più che proteste provochi resistenza al cambiamento; “abbiamo spiegato ai sindaci ed ai cittadini che non modifichiamo i servizi ma la struttura amministrativa che li gestisce, mentre ai nostri dipendenti abbiamo precisato che non è detto che fare il direttore di un distretto di pochissimi abitanti sia meglio che fare il direttore di un presidio…qui si apre una discussione, parte della quale compresa e parte della quale ancora no”. Viene da chiedersi cosa voglia dire questo concretamente: “…Per esempio avevamo per il servizio anziani una serie di geriatri: noi abbiamo collocato ogni singolo geriatra su un distretto, cosa che però non fa la geriatria, ma fa la disponibilità di un geriatra sul distretto. L’ipotesi è di riuscire a mettere in rete, sotto la direzione del direttore del distretto, le risorse aggiuntive che la legge ci da; il che presuppone una valutazione diversa del medico di medicina generale e del convenzionato, realtà e risorse del distretto, in un rapporto anche sindacalmente diverso. Dobbiamo innalzare la qualità del sistema sanitario, dare maggiori competenze e responsabilità al medico di medicina generale, come anche all’ospedaliero. Le risorse sono le stesse ma i servizi offerti migliori, e alcuni erogati da noi potrebbero essere soddisfatti da risorse di tipo sociale. Gli anziani sono una realtà indiscutibile dell’Irpinia, e l’Asl deve operare in modo significativo nei loro confronti. “Noi abbiamo un servizio di assistenza domiciliare, ma quell’assistenza dovrebbe essere integrata. Integrarla vuol dire programmare insieme un sistema a griglie mobili che veda relazionarsi Comune e Asl per quella parte di soggetti che rientrano nelle due griglie. In realtà si potrebbe avere una parte alta vista da un lato sanitario un soggetto che ha grandi bisogni sanitari e invece potresti vedere al fondo di questo sistema un soggetto che non ha alcun bisogno se non sociale. All’interno di questo continuum, generale, c’è un margine, per esempio due vecchi che stanno bene, nel momento in cui uno si ammala l’altro non è capace di prendersi più cura di lui… Ecco il senso della differenziazione”. Rispetto a una sanità che ha fatto in molti casi del risparmio (anche a danno dei soggetti, degli ammalati), la sua filosofia, c’è da chiedersi se per caso non si rilevi che il servizio di assistenza domiciliare agli anziani costi troppo. “No, o per lo meno in questa fase non abbiamo gli strumenti per stabilirne il costo… il problema è quello sempre del sistema e meccanismo di rilevamento che non è univoco. Questo tipo di servizi che noi offriamo ha bisogno da una parte di essere integrato, dall’altra parte, per evitare che i costi si moltiplichino, di verificare i confini delle competenze. Aspettiamo per esempio risposte significative dai piani di zona, dai Comuni. C’è un limite nell’aver creato l’assistenza domiciliare senza costruire quei rapporti con i comuni che solo la distrettualizzazione può offrire. Ricordo che la legge Bindi prevede una struttura, intorno al distretto, la quale nel dialogo con i sindaci e le reti amministrative dei comuni può risolvere problemi diversi per ciascun territorio”.
Il ruolo del centro studi
Nella strategia di Roberto Ziccardi il centro studi è più che un centro di assistenza o iniziativa culturale, è tramite decisivo della costruzione delle politiche sanitarie; questa è anche idea del direttore sanitario? Questo dipende molto dal centro studi e dal ruolo che assumerà, evidenzia Canfora: dipende dall’autorevolezza che riuscirà ad acquisire. Qui c’è un grosso problema di formazione continua e di messa in rete delle conoscenze esistenti: “Questo dipende da come il centro studi saprà avere il ruolo di modificare strumenti, creare progetti, riuscire a coinvolgere le singole unità operative dei servizi, viene sentito come strumento di comunicazione tra e all’interno di ogni singola struttura: un processo che richiede tempo, conoscenza, e che ha bisogno che ciascuno si identifichi con il Centro studi e lo viva come proprio”. Viene da chiedersi se il direttore sanitario abbia verificato i settori nei quali operare modifiche accelerate, non solo in rapporto alle trasformazioni ma proprio all’idea di salute, perchè spesso il cittadino si chiede se coloro che dirigono la sanità si rendano conto dei problemi di chi la vive: “La qualità è sempre un elemento percepito mai oggettivo: probabilmente ci sono livelli di servizi buoni percepiti in maniera non adeguata, penso ad alcune offerte fatte dai medici di medicina generale. La qualità a volte è anche uno stato d’animo, nel senso che senti che va male e poi non percepisci il livello della prestazione offerta. Secondo me alcuni livelli sono buoni, ma non vengono percepiti come tali, per esempio anche il livello del nostro piccolo ospedale che trovo in alcuni reparti ottimo, tanto più se confrontato con altre realtà”.
Ancora attenzione agli anziani
Rispetto a questa conoscenza progressiva, il Direttore Sanitario avverte qualche necessità particolare? “Sicuramente va riorganizzato in maniera forte dal punto di vista amministrativo il settore che fa capo agli anziani dove vi sono professionalità eccellenti. Va riorganizzato l’intero settore della riabilitazione dove la fruibilità è scarsamente decentrata, dove però la presenza di una struttura pubblica offre più spazi ….per quanto riguarda il Servizio Materno Infantile va rafforzato il rapporto con la struttura del distretto che già oggi c’è ma non è codificata”.
Questo ministro sta lavorando in modo spregiudicato su mutue, farmaci, ticket etc., sembra rappresentare sempre meno gli interessi della collettività. Viene da chiedersi come si comporta un direttore sanitario rispetto alle iniziative assunte dal suo ministro: “Un direttore sanitario di solito applica la normativa, opera di conseguenza… non ho ancora capito cosa voglia fare il ministro, quando capirò cosa vuole proverò anche ad adeguarmi o meno politicamente. Peraltro sono dipendente della sanità pubblica dal 1978/79 e so che i ministri vanno e vengono mentre i bisogni rimangono e inoltre non conosco una macchine complessa, pubblica o privata, che possa essere modificata per decreto o tanto rapidamente da un ministro. Si possono operare cambiamenti ma ci voglio molti anni affinché questo avvenga.
Voglio sottolineare che ci sono un serie di prestazioni che potrebbero essere viste come nucleo forte dei servizi sanitari.
Io sarei per difendere il nucleo forte più che qualche aspetto di marginalità ”.
Quindi il discorso sulle mutue (sul quale torneremo) dovrebbe avere un tempo di attuazione abbastanza lungo?
“Noi avevamo uno dei sistemi sanitari migliori e l’abbiamo smantellato con velocità impressionante: eppure da napoletano so che le cose cambiamo in maniera molto relativa… siamo davvero sicuri che le nuove leggi stiano trovando applicazione così immediata?”.
*Università di Salerno.

 
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Redazione Corriere
 





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