Marted́ 7 Settembre 2010

Don Vitaliano risponde a don Gerardo Capado



Caro don Gerardo, grazie per avermi scritto. La tua lettera è un gesto di dialogo che apprezzo molto e non ti nascondo che mi offre consolazione e speranza in questo momento certamente non facile per me. Grazie anche per aver scelto la forma della lettera aperta, che presuppone la pubblicità del confronto, uno scambio potenzialmente aperto a chiunque e quindi fraterno nel senso migliore del termine.
Ti ringrazio anche per la condivisione di molte di quelle che tu definisci “mie battaglie nonviolente” e proprio ciò mi dà modo di entrar subito in argomento. Infatti anche le mie riflessioni sullo scandalo della pedofilia nella chiesa cattolica, nella nostra chiesa, caro don Gerardo, sono improntate allo spirito della non violenza.
Uno dei presupposti della nonviolenza è la convinzione che l’errore non stia mai tutto da una sola parte, che l’altro non sia l’esclusiva incarnazione del male e che bisogna saper guardare centro di noi, il nostro peccato per poter affrontare con animo e mezzi non violenti l’avversario, l’altro che ci sta di fronte. L’insegnamento di Gesù Cristo e i secoli d’insegnamento della Chiesa hanno posto l’accento sul mea culpa, sull’assunzione in primis delle proprie responsabilità.
Quando io “accuso” la chiesa, accuso me stesso, perché anch’io faccio parte della chiesa. Mi sforzo di vedere i difetti, le mancanze, le infedeltà della mia parte. È un esercizio di solidarietà nella responsabilità che penso tutti noi dovremmo impegnarci a praticare.
Di fronte ai bambini, agli adolescenti oggetto di violenze è troppo facile gettare la colpa soltanto sui preti che hanno sbagliato. Dobbiamo portare su di noi questo peccato; non è forse detto che dobbiamo portare “i pesi gli uni degli altri”? Quando Giovanni Paolo II ha chiesto perdono per le colpe commesse dalla chiesa nel corso della storia, ha forse ammesso di essere stato lui il colpevole materiale? Certamente no. Eppure ci dobbiamo sentire tutti responsabili come chiesa. Lo stesso la vale per la pedofilia, a meno di non voler vestire i panni del fariseo che ringraziava Dio per non essere come quel pubblicano lì.
E di fronte a quei preti che hanno sbagliato, possiamo sentirci moralmente assolti se li condanniamo e basta? O non è forse più cristiano chiederci se abbiamo fatto veramente tutto per aiutare queste persone o se i nostri sistemi formativi abbiano in certi casi esasperato tendenze già presenti, contribuito alla distorsione di certe personalità?
Questo si chiama esame di coscienza, una cosa normalissima per ogni cristiano. Perché diventa scandalosa quando viene fatta non solo nel segreto della propria stanza o di qualche conventicola, ma sulle pagine di un sito Web? Il detto che i panni sporchi si lavano in casa propria vale più del Vangelo? O forse dobbiamo difenderci dagli attacchi dei cosiddetti “nemici della fede e della chiesa”?
Come il nostro Maestro e Signore noi non dobbiamo difendere nulla, non dobbiamo fare quadrato attorno a nessuna cittadella ecclesiastica.
Come diventeremmo più comprensibili e più attraenti agli occhi di quegli uomini rispetto ai quali siamo convinti di essere sacramento di salvezza, se rinunciassimo a difenderci! E se lavorassimo non per conservare ma per rendere sempre migliore la nostra chiesa, quell’ecclesia sempre reformanda, cantiere al quale dovremmo lavorare per il bene dell’umanità.
Ciò non si fa in astratto, sul piano delle dichiarazioni di principio, ma chiamando in causa concrete responsabilità, collaborando con Dio a “disperdere i superbi nei pensieri del loro cuore”, anche quando questi superbi sono nostri fratelli, magari vescovi o cardinali o anche – perché no? – noi stessi.
Io sarò anche grezzo nel mio modo di esprimermi, ma non è certo il bon ton o l’eleganza nel porgere che conta davanti a Dio. Piuttosto, dov’è finito quel “parlare liberamente e senza timore” a cui i nostri testi sacri c’invitano?
Viviamo in un momento in cui i contrasti s’inaspriscono, il confronto si fa duro e il conflitto divide gli uomini secondo schieramenti: i nostri e gli altri; noi il bene, loro il male. Stiamo andando storicamente incontro ad un acutizzarsi della sindrome del nemico. Noi cristiani non lasciamoci intrappolare in queste contrapposizioni.
Chi sarebbero i nostri nemici? I detrattori della chiesa, i preti pedofili?
Riconosciamo peccatori per primi, senza paura di nascondere le nostre inadeguatezze, le nostre omissioni. Sforziamoci di avere il coraggio dell’autocritica, e allora diventeremo semplici agli occhi degli uomini, trasparenti: non proponiamo noi stessi, lasciamo rifulgere Cristo.
 
 
 
 
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Quelle passeggiate con Attilio Marinari
• Caro Gianni,
ti scrivo per raccontarti una curiosa coincidenza.
Proprio nei giorni scorsi, per me di grande sofferenza psicologica a causa delle note vicende politiche legate alle elezioni del mio Comune, ripensavo agli insegnamenti del mio preside Attilio Mariani.
Sono stato perciò piacevolmente sorpreso dalla pubblicazione che opportunamente il Centro Dorso ha voluto dedicare a Mariani e forse la testimonianza può servire a a far conoscere il punto di vista degli allievi di allora.
Il mio personale ricordo è legato al 1971, ultimo anno di Liceo, un durissimo anno di lotte studentesche che mi videro protagonista, con altri compagni del movimento, di ben quindici giorni di occupazione.
Eravamo giovani “estremisti” provenienti dai gruppi di extrapalamentari di sinistra, forgiati nella lotta degli anni precedenti per Pio Falcolini e contro un altro preside, di altro stampo che oggi si direbbe conservatore.
Ebbene ogni sera di quegli interminabili giorni trascorsi tra collettivi e gruppi di lavoro tematici, Attilio Mariani, che veniva nella sua presidenza, per nostra concessione non occupata, mi mandava a chiamare. Mi invitava a dialogare con lui, passeggiando con me nel grande androne del Liceo, offrendomi una sigaretta e chiedendomi a che punto eravamo, che intenzioni avevamo. Certo agli malcelava lo scopo di convincermi a togliere le tende ma per questo era costretto ad allargare il discorso a parlarmi di Gramsci, di Croce, di De Sanctis, e di Dorso.
Che lezioni caro Gianni!
Discutemmo dei “quaderni del carcere” e della questione meridionale, ma anche del Gramsci giornalista, informato e arguto fustigatore di potenti.
Parlammo del viaggio elettorale e del De Sanctis politico e parlamentare. Ci accanimmo sull’idealismo, su Hegel e su Croce, sul filosofo italiano del Novecento che rea riuscito a chiudere il cerchio della dialettica hegeliana meglio di Marx.
Egli cercava di aprire il mio primo orizzonte politico al socialismo europeo e dialogava da compagno a compagno, mostrandosi assai interessato alla formazione della nuova classe dirigente.
Mi incuriosiva parlare con quest’uomo che per statura fisica sovrastavo ma che si imponeva a me per cultura e per forza di ragionamento. Un socialista “lombardiano”, si diceva allora, con un’alfa-spider chiara che sui sedili metteva in bella mostra le copie dell’ultimo numero di “Rinascita”, il settimanale comunista fondato da Palmiro Togliatti. Un democratico attento alle proposte di Trsistano Codignola e difensore del testo di storia di Giorgio Spini.
Non sono mai riuscito ad andare ella sua bella villa di Cetara come altri miei compagni, ma ho avuto, anni dopo, l’emozione di presentare a il mio preside candidato al Senato per il PCI, quando rivestivo la carica di segretario di sezione di Atripalda. Dice un adagio che i maestri sono tali quando lasciano discepoli e io credo che Marinari abbia contribuito a formare molte coscienze giovanili.
Egli seppe anche incoraggiare e dare spazio ad una nuova leva di giovani insegnanti del Liceo che ebbe il merito di trasmetterci l’amore per lo studio e la cultura classica nel momento stesso in cui contestavamo l’istituzione per il suo autoritarismo e l’assenza di democrazia. Mi riferisco a Giuseppina Zappella, a Rita Lieto, A Marichela Cammino, a Maria Grazia Cataldi, giovanissime professoresse ma di grande spessore culturale e morale che riuscivano a stare in sintonia con noi studenti senza mai perdere di vista l’impegno sociale e la serietà dell’apprendimento.
Come vorrei che i giovani d’oggi, i miei figli, nei momenti difficili della vita potessero ripensare ai propri insegnanti, ai professori del Liceo, a qualche parola spesa per dare lezioni di vita!
Come vorrei che anch’essi potessero trarre forza e coraggio dal percorso di studi compiuto che a me tante volte è servito per ricordarmi chi sono, da dove vengo come mi sono formato. Mi dispiace, purtroppo, che il LIceo non sia più questo e penso che anche il mio preside ne sarebbe dispiaciuto.


Classe dirigente. Quale selezione

In un altro intervento ho sostenuto la necessità della formazione e crescita di una nuova classe dirigente per la provincia di Avellino. Adesso vorrei trattare la selezione di questa partendo da considerazioni politiche generali.
In Italia, da quando il ciclone tangentopoli ha spazzato la vecchia classe politica sembra che non si riesca a trovare una stabile guida per la nazione, tanto che l’instabilità è stata giustificata con il termine alternanza democratica, che di fatto nasconde l’incapacità di una guida sicura che non sia identificabile con un solo uomo politico che sia Berlusconi o Prodi ma che coinvolga un più esteso gruppo di persone. La DC che ha governato per 50 anni mai si è identificata in un solo uomo ma ha creato una scuola che sfornava nuovi volti e nuove idee. Stesso discorso vale per il PSI che ha avuto nel corso di un secolo molti padri nobili, ma soprattutto una fucina di idee e proposte che venivano dalla base del partito e che si imponevano sui dirigenti e viceversa. Nel PSI la base ha rinunciato alla politica solo quando è diventata Craxi dipendente affidando ad un solo uomo il controllo dell’iniziativa, questo è quanto sta accadendo anche oggi con Berlusconi ma anche nel centro sinistra dove si aspetta più l’uomo della provvidenza che la creazione di una proposta di governo alternativa. Questa mancanza è figlia della politica del PCI, PDS e DS, in questo partito la selezione della classe dirigente è sempre avvenuta nei quadri e mai è avvenuta con la crescita dei quadri arricchita dalle esperienze di governo, cosa che invece è avvenuta nelle regioni rosse ma questa non si è mai imposta a livello nazionale, diventando fatto quasi occasionale e non cultura di governo, stesso fallimento lascia trasparire An, dove l’unica arma vincente che sembrano mettere in campo i dirigenti è la pura demagogia.
Per quanto riguarda la provincia di Avellino voglio analizzare quanto succede in particolare nello SDI, partito a cui sono politicamente legato. In questo partito, che non è un partito che dipende da un leader, ma ha in esso un gruppo di persone con una grossa esperienza politica che è a disposizione di esso, si sono create in alcuni casi delle esperienze di costituzione dei gruppi dirigenti che possono coniugare un’esperienza politica di partito con un’esperienza di amministrazione, due fatti importanti per la formazione e quindi per la selezione dei gruppi dirigenti, perché la formazione avviene per cumulo di esperienze mentre la selezione deve avvenire non per la semplice fortuna elettorale, fatto che può dipendere anche per motivi non specificamente politici ma per semplici fatti concomitanti, ma per la riconosciuta capacità di aggregazione, per la capacità di mettere a disposizione le proprie esperienze e non per imposizione del proprio io. A tale riguardo vanno valutate positivamente le prese di posizione di quei dirigenti che aprono la discussione sui problemi indipendentemente da chi amministra questo o quell’ente gettando nello sconcerto chi è abituato all’omologazione dei partiti con i propri eletti, cosa quest’ultima che crea grandissimo danno per la politica, perché i partiti non devono mai rinunciare al proprio ruolo di proposta e discussione autonoma e non devono essere semplicemente un comitato elettorale per questo o quel leader. Nello SDI nota dolente appare essere il direttivo provinciale, troppo spesso alcuni componenti di quest’organo del partito si attardano in polemiche e atteggiamenti che nulla hanno a che vedere con la politica, scambiando l’occasione di contrapposizione per occasione di visibilità, ma chi cade in questi equivoci non si candida ad essere classe dirigente ma viceversa si candida ad essere minoranza.
Domenico Corlito



Redazione Corriere
 





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