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| Don
Vitaliano risponde a don Gerardo Capado |
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Caro don Gerardo, grazie per avermi scritto.
La tua lettera è un gesto di dialogo
che apprezzo molto e non ti nascondo che mi
offre consolazione e speranza in questo momento
certamente non facile per me. Grazie anche
per aver scelto la forma della lettera aperta,
che presuppone la pubblicità del confronto,
uno scambio potenzialmente aperto a chiunque
e quindi fraterno nel senso migliore del termine.
Ti ringrazio anche per la condivisione di
molte di quelle che tu definisci mie
battaglie nonviolente e proprio ciò
mi dà modo di entrar subito in argomento.
Infatti anche le mie riflessioni sullo scandalo
della pedofilia nella chiesa cattolica, nella
nostra chiesa, caro don Gerardo, sono improntate
allo spirito della non violenza.
Uno dei presupposti della nonviolenza è
la convinzione che lerrore non stia
mai tutto da una sola parte, che laltro
non sia lesclusiva incarnazione del
male e che bisogna saper guardare centro di
noi, il nostro peccato per poter affrontare
con animo e mezzi non violenti lavversario,
laltro che ci sta di fronte. Linsegnamento
di Gesù Cristo e i secoli dinsegnamento
della Chiesa hanno posto laccento sul
mea culpa, sullassunzione in primis
delle proprie responsabilità.
Quando io accuso la chiesa, accuso
me stesso, perché anchio faccio
parte della chiesa. Mi sforzo di vedere i
difetti, le mancanze, le infedeltà
della mia parte. È un esercizio di
solidarietà nella responsabilità
che penso tutti noi dovremmo impegnarci a
praticare.
Di fronte ai bambini, agli adolescenti oggetto
di violenze è troppo facile gettare
la colpa soltanto sui preti che hanno sbagliato.
Dobbiamo portare su di noi questo peccato;
non è forse detto che dobbiamo portare
i pesi gli uni degli altri? Quando
Giovanni Paolo II ha chiesto perdono per le
colpe commesse dalla chiesa nel corso della
storia, ha forse ammesso di essere stato lui
il colpevole materiale? Certamente no. Eppure
ci dobbiamo sentire tutti responsabili come
chiesa. Lo stesso la vale per la pedofilia,
a meno di non voler vestire i panni del fariseo
che ringraziava Dio per non essere come quel
pubblicano lì.
E di fronte a quei preti che hanno sbagliato,
possiamo sentirci moralmente assolti se li
condanniamo e basta? O non è forse
più cristiano chiederci se abbiamo
fatto veramente tutto per aiutare queste persone
o se i nostri sistemi formativi abbiano in
certi casi esasperato tendenze già
presenti, contribuito alla distorsione di
certe personalità?
Questo si chiama esame di coscienza, una cosa
normalissima per ogni cristiano. Perché
diventa scandalosa quando viene fatta non
solo nel segreto della propria stanza o di
qualche conventicola, ma sulle pagine di un
sito Web? Il detto che i panni sporchi si
lavano in casa propria vale più del
Vangelo? O forse dobbiamo difenderci dagli
attacchi dei cosiddetti nemici della
fede e della chiesa?
Come il nostro Maestro e Signore noi non dobbiamo
difendere nulla, non dobbiamo fare quadrato
attorno a nessuna cittadella ecclesiastica.
Come diventeremmo più comprensibili
e più attraenti agli occhi di quegli
uomini rispetto ai quali siamo convinti di
essere sacramento di salvezza, se rinunciassimo
a difenderci! E se lavorassimo non per conservare
ma per rendere sempre migliore la nostra chiesa,
quellecclesia sempre reformanda, cantiere
al quale dovremmo lavorare per il bene dellumanità.
Ciò non si fa in astratto, sul piano
delle dichiarazioni di principio, ma chiamando
in causa concrete responsabilità, collaborando
con Dio a disperdere i superbi nei pensieri
del loro cuore, anche quando questi
superbi sono nostri fratelli, magari vescovi
o cardinali o anche perché no?
noi stessi.
Io sarò anche grezzo nel mio modo di
esprimermi, ma non è certo il bon ton
o leleganza nel porgere che conta davanti
a Dio. Piuttosto, dovè finito
quel parlare liberamente e senza timore
a cui i nostri testi sacri cinvitano?
Viviamo in un momento in cui i contrasti sinaspriscono,
il confronto si fa duro e il conflitto divide
gli uomini secondo schieramenti: i nostri
e gli altri; noi il bene, loro il male. Stiamo
andando storicamente incontro ad un acutizzarsi
della sindrome del nemico. Noi cristiani non
lasciamoci intrappolare in queste contrapposizioni.
Chi sarebbero i nostri nemici? I detrattori
della chiesa, i preti pedofili?
Riconosciamo peccatori per primi, senza paura
di nascondere le nostre inadeguatezze, le
nostre omissioni. Sforziamoci di avere il
coraggio dellautocritica, e allora diventeremo
semplici agli occhi degli uomini, trasparenti:
non proponiamo noi stessi, lasciamo rifulgere
Cristo.
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| Quelle
passeggiate con Attilio Marinari |
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Caro Gianni,
ti scrivo per raccontarti una curiosa coincidenza.
Proprio nei giorni scorsi, per me di grande
sofferenza psicologica a causa delle note
vicende politiche legate alle elezioni del
mio Comune, ripensavo agli insegnamenti del
mio preside Attilio Mariani.
Sono stato perciò piacevolmente sorpreso
dalla pubblicazione che opportunamente il
Centro Dorso ha voluto dedicare a Mariani
e forse la testimonianza può servire
a a far conoscere il punto di vista degli
allievi di allora.
Il mio personale ricordo è legato al
1971, ultimo anno di Liceo, un durissimo anno
di lotte studentesche che mi videro protagonista,
con altri compagni del movimento, di ben quindici
giorni di occupazione.
Eravamo giovani estremisti provenienti
dai gruppi di extrapalamentari di sinistra,
forgiati nella lotta degli anni precedenti
per Pio Falcolini e contro un altro preside,
di altro stampo che oggi si direbbe conservatore.
Ebbene ogni sera di quegli interminabili giorni
trascorsi tra collettivi e gruppi di lavoro
tematici, Attilio Mariani, che veniva nella
sua presidenza, per nostra concessione non
occupata, mi mandava a chiamare. Mi invitava
a dialogare con lui, passeggiando con me nel
grande androne del Liceo, offrendomi una sigaretta
e chiedendomi a che punto eravamo, che intenzioni
avevamo. Certo agli malcelava lo scopo di
convincermi a togliere le tende ma per questo
era costretto ad allargare il discorso a parlarmi
di Gramsci, di Croce, di De Sanctis, e di
Dorso.
Che lezioni caro Gianni!
Discutemmo dei quaderni del carcere
e della questione meridionale, ma anche del
Gramsci giornalista, informato e arguto fustigatore
di potenti.
Parlammo del viaggio elettorale e del De Sanctis
politico e parlamentare. Ci accanimmo sullidealismo,
su Hegel e su Croce, sul filosofo italiano
del Novecento che rea riuscito a chiudere
il cerchio della dialettica hegeliana meglio
di Marx.
Egli cercava di aprire il mio primo orizzonte
politico al socialismo europeo e dialogava
da compagno a compagno, mostrandosi assai
interessato alla formazione della nuova classe
dirigente.
Mi incuriosiva parlare con questuomo
che per statura fisica sovrastavo ma che si
imponeva a me per cultura e per forza di ragionamento.
Un socialista lombardiano, si
diceva allora, con unalfa-spider chiara
che sui sedili metteva in bella mostra le
copie dellultimo numero di Rinascita,
il settimanale comunista fondato da Palmiro
Togliatti. Un democratico attento alle proposte
di Trsistano Codignola e difensore del testo
di storia di Giorgio Spini.
Non sono mai riuscito ad andare ella sua bella
villa di Cetara come altri miei compagni,
ma ho avuto, anni dopo, lemozione di
presentare a il mio preside candidato al Senato
per il PCI, quando rivestivo la carica di
segretario di sezione di Atripalda. Dice un
adagio che i maestri sono tali quando lasciano
discepoli e io credo che Marinari abbia contribuito
a formare molte coscienze giovanili.
Egli seppe anche incoraggiare e dare spazio
ad una nuova leva di giovani insegnanti del
Liceo che ebbe il merito di trasmetterci lamore
per lo studio e la cultura classica nel momento
stesso in cui contestavamo listituzione
per il suo autoritarismo e lassenza
di democrazia. Mi riferisco a Giuseppina Zappella,
a Rita Lieto, A Marichela Cammino, a Maria
Grazia Cataldi, giovanissime professoresse
ma di grande spessore culturale e morale che
riuscivano a stare in sintonia con noi studenti
senza mai perdere di vista limpegno
sociale e la serietà dellapprendimento.
Come vorrei che i giovani doggi, i miei
figli, nei momenti difficili della vita potessero
ripensare ai propri insegnanti, ai professori
del Liceo, a qualche parola spesa per dare
lezioni di vita!
Come vorrei che anchessi potessero trarre
forza e coraggio dal percorso di studi compiuto
che a me tante volte è servito per
ricordarmi chi sono, da dove vengo come mi
sono formato. Mi dispiace, purtroppo, che
il LIceo non sia più questo e penso
che anche il mio preside ne sarebbe dispiaciuto.
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| Classe
dirigente. Quale selezione |
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In
un altro intervento ho sostenuto la necessità
della formazione e crescita di una nuova
classe dirigente per la provincia di Avellino.
Adesso vorrei trattare la selezione di questa
partendo da considerazioni politiche generali.
In Italia, da quando il ciclone tangentopoli
ha spazzato la vecchia classe politica sembra
che non si riesca a trovare una stabile
guida per la nazione, tanto che linstabilità
è stata giustificata con il termine
alternanza democratica, che di fatto nasconde
lincapacità di una guida sicura
che non sia identificabile con un solo uomo
politico che sia Berlusconi o Prodi ma che
coinvolga un più esteso gruppo di
persone. La DC che ha governato per 50 anni
mai si è identificata in un solo
uomo ma ha creato una scuola che sfornava
nuovi volti e nuove idee. Stesso discorso
vale per il PSI che ha avuto nel corso di
un secolo molti padri nobili, ma soprattutto
una fucina di idee e proposte che venivano
dalla base del partito e che si imponevano
sui dirigenti e viceversa. Nel PSI la base
ha rinunciato alla politica solo quando
è diventata Craxi dipendente affidando
ad un solo uomo il controllo delliniziativa,
questo è quanto sta accadendo anche
oggi con Berlusconi ma anche nel centro
sinistra dove si aspetta più luomo
della provvidenza che la creazione di una
proposta di governo alternativa. Questa
mancanza è figlia della politica
del PCI, PDS e DS, in questo partito la
selezione della classe dirigente è
sempre avvenuta nei quadri e mai è
avvenuta con la crescita dei quadri arricchita
dalle esperienze di governo, cosa che invece
è avvenuta nelle regioni rosse ma
questa non si è mai imposta a livello
nazionale, diventando fatto quasi occasionale
e non cultura di governo, stesso fallimento
lascia trasparire An, dove lunica
arma vincente che sembrano mettere in campo
i dirigenti è la pura demagogia.
Per quanto riguarda la provincia di Avellino
voglio analizzare quanto succede in particolare
nello SDI, partito a cui sono politicamente
legato. In questo partito, che non è
un partito che dipende da un leader, ma
ha in esso un gruppo di persone con una
grossa esperienza politica che è
a disposizione di esso, si sono create in
alcuni casi delle esperienze di costituzione
dei gruppi dirigenti che possono coniugare
unesperienza politica di partito con
unesperienza di amministrazione, due
fatti importanti per la formazione e quindi
per la selezione dei gruppi dirigenti, perché
la formazione avviene per cumulo di esperienze
mentre la selezione deve avvenire non per
la semplice fortuna elettorale, fatto che
può dipendere anche per motivi non
specificamente politici ma per semplici
fatti concomitanti, ma per la riconosciuta
capacità di aggregazione, per la
capacità di mettere a disposizione
le proprie esperienze e non per imposizione
del proprio io. A tale riguardo vanno valutate
positivamente le prese di posizione di quei
dirigenti che aprono la discussione sui
problemi indipendentemente da chi amministra
questo o quellente gettando nello
sconcerto chi è abituato allomologazione
dei partiti con i propri eletti, cosa questultima
che crea grandissimo danno per la politica,
perché i partiti non devono mai rinunciare
al proprio ruolo di proposta e discussione
autonoma e non devono essere semplicemente
un comitato elettorale per questo o quel
leader. Nello SDI nota dolente appare essere
il direttivo provinciale, troppo spesso
alcuni componenti di questorgano del
partito si attardano in polemiche e atteggiamenti
che nulla hanno a che vedere con la politica,
scambiando loccasione di contrapposizione
per occasione di visibilità, ma chi
cade in questi equivoci non si candida ad
essere classe dirigente ma viceversa si
candida ad essere minoranza.
Domenico Corlito
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Redazione
Corriere
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