Cambiamenti climatici e potere

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Dal 30 novembre all’undici dicembre si sta svolgendo a Parigi la XXI Conferenza delle Parti (COP 21) della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. È utile chiarire subito che il cambiamento climatico non deve essere confuso con la variabilità climatica, oggetto della meteorologia. Il cambiamento climatico, studiato dalla statistica, è lo spostamento dei fenomeni dalla media, come un cambiamento vero e proprio a cui assistiamo da parecchi anni, come conseguenza della alterazione della composizione chimica dell’atmosfera globale. Si tratta di sconvolgimenti che, nel corso dei millenni passati, sono avvenuti con la presenza dell’uomo in proporzione ridotte rispetto agli attuali 7,3 miliardi di esseri umani. Lucidi motivi, scientificamente dimostrati, ci fanno preoccupare per l’immediato futuro e ci dimostrano che tali sconvolgimenti sono collegati all’impatto continuo e crescente dei nostri modelli di sviluppo sul sistema climatico e su tutti gli ecosistemi dei pianeti. Dalla rivoluzione industriale e in maniera più significativa negli ultimi 60 anni la concentrazione di CO2 nella composizione chimica dell’atmosfera è aumentata del 40%. Di questa preoccupante realtà è stato autorevole portavoce Papa Francesco, a Nairobi nel corso del suo ultimo viaggio apostolico, richiamandosi all’impegno di tutti affinché la Conferenza di Parigi ancora in fase di svolgimento, non sia un’altra passerella delle buone intenzioni. La novità, profondamente attuale, del discorso del Papa, sta nella chiara indicazione e nella profonda consapevolezza che, attualmente, non ci sono due crisi separate – quella ambientale e quella sociale – ma un’unica e complessa crisi socio-ambientale. E Papa Francesco ha spiegato bene questo concetto, con una sorprendente lucida scientifica e socio-economica, quando ha richiamato la sua enciclica "Laudato sii" ed ha invocato la lotta contro la deforestazione e la desertificazione, indicando la via della tutela della biodiversità come la scelta essenziale per un impegno concreto. Quindi non solo misure alternative per diminuire la percentuale di CO2 nell’atmosfera, ma scelte per migliorare l’attuale rapporto di forza tra gli interessi privati di pochi – disposti a manipolare la scienza e i processi produttivi – e le esigenze del bene comune. Le scelte invocate si sintetizzano nel superamento della dicotomania tra amore e tutela dell’ambiente o continuazione deleteria della sua ulteriore devastazione. In sostanza Papa Francesco ha implorato misure concrete per superare la forbice tra povertà e ricchezza. È questa la speranza di questo grande pontefice che trova significato concreto nel gesto nella messa a dimora di un pianta, simbolo della vita che cresce, con il profetico e concreto insegnamento di coltivarla, innaffiarla, non lasciarla nell’abbandono. È un messaggio, quello di Papa Francesco, di ecologia integrale che comporta l’obbligo di recepirlo, non solo per i cristiani di tutto il mondo, ma anche per gli appartenenti delle altre religioni. Non possiamo non considerare che a fronte delle titaniche dimensioni antropologiche di questo messaggio gli egoismi dei pochi diventano ridicoli, soprattutto nell’attuale momento storico, contrassegnato da conflitti cruenti, da assurdi attentati terroristici e da insicurezza totale per ricchi e poveri, credenti e non credenti. Il discorso di Papa Francesco nella sede locale delle Nazioni Unite di Nairobi costituisce davvero un monito coraggioso e autorevole a quanti, potenti detentori del potere in Europa e nel mondo, spesso diventano ciechi, offuscati dal misero delirio dell’inesistente onnipotenza.