La crisi e i “corpi intermedi”

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La recente pubblicazione della ricerca "Corpi intermedi una scommessa democratica "a cura di Giovanni Bottalico, attuale presidente nazionale delle ACLI, e Vincenzo Satta, ricercatore di Diritto costituzionale e professore di legislazione scolastica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, costituisce un pacato e motivato contributo per comprendere le ragioni della crisi e le prospettive credibili del pianeta "corpi intermedi". In sintonia con il retroterra culturale e politico del primo coautore della ricerca – principi popolari e cristiani delle ACLI – è doveroso chiarire, per quanto è possibile la complessa accezione "corpi intermedi" definendoli organismi di prossimità nei vari contesti territoriali, al di fuori delle sedi istituzionali: associazionismo, forze sociali, i tanti comitati civici che sorgono per promuovere azioni positive di governo, all’interno della mutevole governance territoriale. La prefazione al testo, di Romano Prodi, viene sottolineato come, per un lungo periodo risalente ai primi decenni della nostra Repubblica, i "corpi intermedi" hanno plasmato e fatto crescere la nostre società". Il declino di questa complessa realtà sociale comincia nell’ultima parte del secolo scorso, causa della globalizzazione degli orizzonti economici e sociali e della eccessiva e progressiva frammentazione degli interessi più legati ai legami delle appartenenze che alle esigenze diffuse delle stratificazioni sociali più bisognose, Romano Prodi chiama questo fenomeno "disintermediazione" che avveniva, mentre, nella realtà italiana, i partiti, i sindacati stessi e le più notevoli rappresentanze del pianeta "corpi intermedi" hanno fatto di tutto per indebolirsi. Parallelamente la sempre più anemica azione di formazione, complessivamente intesa, opacizzava la struttura e l’efficacia di incidenza culturale e politica dei quadri dirigenti: attualmente si parla con nostalgia delle figure notevoli dei grandi sindacalisti o leaders dei grandi movimenti associativi italiani. Il renzismo galoppante che quotidianamente imperversa attraverso tutti i mezzi di comunicazione, obbliga tutti, società civile ed operatori sociali ad una serena e concreta riflessione, senza nostalgie per il passato e con la consapevolezza di concorrere al cambiamento e alla crescita dei segmenti più deboli del tessuto umano e comunitario delle nostre realtà territoriali. Quali prospettive per il futuro? Anche su questo terreno dovrà prevalere la consapevolezza che il futuro delle comunità, a tutti i livelli, è connesso alla qualità della rappresentanza democratica che il popolo sceglie. Da tempo, ormai, attestarsi lungo il muro del pianto o doglianze mal delineate, non può essere la strada maestra per affrontare in positivo il problema. La formazione permanente ed innovativa resta il percorso per allenare una classe dirigente formata, seria e capace. Le vecchie scuole di formazione all’impegno sociopolitico, vanno riproposte, a tutti i livelli, come l’unico approdo culturale e politico oggi necessario. È una musica questa il cui spartito rischia di ingiallirsi nei polverosi cassetti della dimenticanza o dell’assurdo tentativo di vivere di gloria passata.
edito dal Quotidiano del Sud