Questo Sud che non piace

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Si è molto discusso, nel corso di quest’ultima settimana, di politiche per il rilancio del Mezzogiorno. Autorevolissimi i luoghi e le personalità coinvolte nella discussione: la Camera dei Deputati e, qualche giorno fa, il presidente della Repubblica, Mattarella in visita nella Calabria. In entrambi i casi è emersa la consapevolezza che la sfida che il Sud ha davanti non è tra le più semplici da vincere, per la complessità che pone un’intera e vasta area del paese che ha subito profonde trasformazioni negli ultimi decenni. A Montecitorio, in un’aula semideserta, un nucleo di deputati provenienti dal Sud (la maggioranza era assente) si è confrontato su più mozioni che, unificate, hanno dato vita ad un unico documento approvato all’unanimità dei presenti. L’informazione meridionale ha dato poco rilievo all’evento, mostrando i limiti di un approccio sbagliato alla questione. Che cosa è emerso di straordinario dal dibattito parlamentare? Poco o niente. Certamente un ulteriore rinvio sulle decisioni da prendere. Se ne riparlerà il 30 aprile del 2016. Solo allora sarà possibile effettuare una ricognizione dei bisogni esistenti, effettuare un cronoprogramma e reperire le risorse da impegnare nel Mezzogiorno. Mi chiedo: ma questo non era già stato detto nell’agosto dello scorso anno, all’indomani della presentazione del Rapporto Svimez sul Mezzogiorno? Non fu allora che il premier Matteo Renzi, di fronte alle cifre dello sprofondamento del Sud nell’inferno più assoluto, inventò quel masterplan, rimasto oggetto sconosciuto? Nel documento si fa riferimento anche alla costituzione di una cabina di regia, presso la presidenza del Consiglio dei ministri che dovrebbe monitorare gli interventi nelle aree meridionali. Anche qui, mi sia consentito, non c’è forse una ripetizione? Non era stata inaugurata, anche se poi si è impantanata, un’Agenzia nazionale per la coesione territoriale a cui veniva delegato il compito dello sviluppo del Mezzogiorno? Da agosto il tempo è trascorso tra dimenticanze e rinnovate promesse, mentre il Sud, stando alle ultime rilevazioni statistiche, sprofonda sempre più, facendo rimpiangere la prima fase di impegno di quella Cassa per il Mezzogiorno che ebbe grande merito nel tentativo di ricucire lo strappo che si andava registrando nel Paese tra Nord e Sud. In realtà, una classe dirigente politica meridionale, clientelare e trasformista, stravolse quella benefica istituzione che fu poi consegnata al mercimonio del voto di scambio. Le grandi infrastrutture idriche furono così soppiantate da fontanini costruiti nelle piazze, da opere di scarso valore sociale che, però, facevano riferimento a quella radice del male che era, ed è, il clientelismo meridionale. Non è esagerato affermare che proprio dall’involuzione del ruolo della Casmez comincia ad allargarsi il dualismo Nord-Sud, fino a raggiungere le dimensioni catastrofiche di oggi. Ed è forse ancor più da allora, che il vuoto lasciato dai governi nazionali nella gestione delle risorse per il Sud viene occupato dai poteri criminali. Sono essi i veri gestori dei grandi appalti, attraverso intimidazioni, attentati, racket con la creazione di una fitta rete parassitaria che si propone come Stato nello Stato. Questa riflessione mi porta alle considerazioni che il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha fatto l’altro giorno inaugurando la nuova sede della Regione Calabria. Un’analisi attenta, a tutto campo, di chi conosce, e non solo per nascita e prezzo pagato alla mafia (il fratello Piersanti fu punito con la morte per la sua lotta per la legalità), l’evolversi in negativo della questione meridionale. Mattarella non ha usato perifrasi, è andato subito al cuore del problema. “Ora il governo – ha affermato con decisione e fermezza – deve aprire il capitolo Mezzogiorno”. E in questo suo dire si coglie subito la consapevolezza che fino ad ora quel capitolo, purtroppo, è fatto solo di pagine bianche. Di più: “Il problema deve essere affrontato senza alibi – dice Mattarella in Calabria, tra le regioni più disastrate del Sud – recuperando l’etica della buona politica, combattendo mafie e illegalità che spesso inquinano l’azione dei partiti e degli amministratori locali”. E’ la perfetta sintesi di chi intende lanciare una sfida di alto profilo, capace di consentire alle regioni meridionali di sintonizzarsi sulle onde dello sviluppo dell’intero paese. Perché – è sempre il Capo dello stato a sostenerlo – “senza il Sud l’Italia non cresce”. L’autorevolezza della Istituzione porta a pensare che è giunto il momento per il governo nazionale di rivolgere maggiore attenzione al Sud. La cui integrazione nello sviluppo complessivo del Paese non dipende solo dalla consapevolezza di uno stato di difficoltà, quanto soprattutto dall’agire delle comunità meridionali. Il cambio può avvenire solo se insieme alla maggiore attenzione da parte delle istituzioni nazionali si compie, ragionevolmente, un salto nella qualità culturale del Mezzogiorno. Si tratta di sperimentare vie nuove oltre l’apatia dei comportamenti dei soggetti in campo, trasformando il cittadino suddito in protagonista nella difesa della legalità e della trasparenza. Si tratta di vincere l’ancestrale paura secondo cui il male soppianta il bene. Perché, sia chiaro, la questione meridionale non può ridursi alla concessione di risorse da parte delle istituzioni centrali nazionali, né alla sola lotta alla criminalità. Queste sono condizioni essenziali. Ma è necessario che a guidare le scelte per la rinascita del Mezzogiorno ci sia una nuova classe dirigente che non significa necessariamente giovane, ma competente, rispettosa delle istituzioni, garante della libertà dei meridionali che oggi spesso sopravvivono in un regime di assistenzialismo. E tutto questo non può se non germogliare dalla realtà del Sud che dispone di intelligenze positive, costrette purtroppo a farsi da parte perché deluse dalle vecchie politiche. Solo allora il Parlamento diventerà luogo esaltante del dibattito sul Mezzogiorno e solo allora i moniti dei Capi dello Stato (oltre a Mattarella anche Napolitano si è speso per le sorti del Sud) saranno serviti a cambiare direzione.

edito dal Quotidiano del Sud

di Gianni Festa