Il voto e il futuro di Renzi

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Nella notte i risultati dei ballottaggi nei Comuni chiamati al voto diranno se il Pd di Renzi mantiene saldo il timone o se , invece, da qui si aprirà una nuova stagione all’insegna dello scontro tra le forze politiche. Non a caso la vigilia si è caratterizzata per la durezza delle posizioni assunte e, a volte, con incredibili cadute di stile. Il primo dato da leggere con grande attenzione si avrà alla chiusura delle urne e riguarderà la partecipazione dei cittadini nelle cabine elettorali. Solo allora sarà possibile comprendere se la volontà del cittadino- arbitro ha fatto registrare un riavvicinamento alla politica o se, invece, sarà aumentato il grado di disaffezione che, costantemente, si è manifestato nelle più recenti competizioni elettorali. Meglio ancora, si capirà se la politica torna ad avere un primato di attenzione o se, al contrario, è sempre più distante dal generale interesse. Certo, si tratta di un voto amministrativo nel quale prevalgono competizioni personali, elementi di forte passione civile, residui di campanilismo, ma non per questo viene meno il valore politico intrinseco al voto. In particolare il significato di questo turno elettorale è rilevante perché esso interessa le più grandi città italiane (Milano, Bologna, Roma. Napoli), una miriade di capoluoghi di provincia e moltissimi Comuni con una popolazione superiore ai quindicimila abitanti. E dunque il test, oltre a chiarire il valore della partecipazione, sarà utile per definire il futuro del partito democratico, alla vigilia del referendum sulla modifica della Costituzione. Il ballottaggio, come è noto, fa ripartire i candidati dall’inizio, anche se le percentuali di gradimento espresse nel primo turno già offrono una indicazione di riferimento. Ma, come spesso accade, gli scenari potrebbero cambiare e le sorprese rientrare nel conto. Molta attenzione in questa campagna elettorale è stata rivolta alla Capitale dove il Pd, perdente al primo turno, deve recuperare consenso rispetto alla candidatura del movimento grillino. Il partito di Renzi si è speso oltremodo, facendo scendere in campo i vertici del partito, a cominciare dalla ministra Maria Elena Boschi. La battaglia romana è nel contempo simbolica e di prospettiva. Simbolica perché c’è da sconfiggere il clima orrendo derivante dal disvelamento di corruzione e criminalità che, facendo di Roma una capitale infetta, hanno travolto un pezzo significativo dei partiti storici (quelli rimasti). Di qui l’entusiasmo per il M5s che viaggia con il vento in poppa, offrendo un’immagine di forte moralità. Il risultato visto, poi, in prospettiva, deciderà se il Pd (in caso di sconfitta di Giachetti) dovrà pagare un conto molto salato. E’ potrebbe essere proprio Matteo Renzi ad accomodarsi alla cassa. Una prima conseguenza potrebbe essere lo sfratto dal partito, con la rinuncia della segreteria che, come lui stresso ha affermato recentemente, rende pesante il doppio incarico. Se questo dovesse accadere, già un pezzo consistente del suo potere verrebbe meno, alimentando quella parte delle opposizioni interne che sopportano il segretario, ma di certo non lo amano. Ma il premier che insiste nel minimizzare il valore del voto “locale” (legittima difesa?) si presenterebbe con una certa fragilità all’appuntamento referendario di ottobre. Qui non solo una fetta del suo partito è schierato per il no, ma altre formazioni politiche con un peso utilizzano il voto referendario per costringere il premier ad uscire dalla scena politica (“Se vince il no, torno a casa”). Da tutto ciò si desume che, sin da domani, davanti all’uscio della politica si presenta un’estate torrida, con banchetti per la raccolta delle firme collocate anche sul bagnasciuga delle vacanze degli italiani. Molti si interrogano, alla vigilia di questi appuntamenti, sugli errori commessi dal leader e sulla prospettiva di un eventuale suo tracollo. Non piace agli italiani l’atteggiamento guasconesco del Matteo fiorentino. Egli dimostra, anche laddove avesse meriti, di non avere capacità di mediazione, che poi è l’arte che rende la politica capace di produrre fatti, di dare risposte. E’ tale il suo egocentrismo che sfiora i limiti dell’intolleranza. A ciò si aggiunge la voracità con la quale agisce nella distribuzione del potere che ha fatto parlare di un “cerchio magico” i cui membri sono pronti a destabilizzare ogni presidio che non si allinei ai desideri del premier. Le mani sulla Rai, sui grandi gruppi editoriali dell’informazione e l’attenzione alle banche sono gli esempi più eclatanti di un insopportabile criterio gestionale della vita pubblica. Essi spiegano anche il perché della continua rottamazione. Non solo. Molto accattivante è la politica degli annunci. Le promesse che poi vengono smentite dalla capacità economica del Paese di far fronte alle reali necessità. Il nostro Mezzogiorno è vittima di questa mediocre politica. Di contro, però, si denuncia la mancanza di un’alternativa. Il che appare più come una condizione di costante pressione sull’elettorato che come l’affermazione della necessità di costruire con grande saggezza un’altra possibilità. Di certo, la vicenda italiana non è cominciata con Renzi e non finirà con l’eventuale sua messa da parte.

Torniamo ai ballottaggi e alla Campania che vede in campo ben quattro capoluoghi di provincia su cinque (solo nel capoluogo irpino non si vota). A Napoli è lotta serrata tra l’uscente de Magistris e l’irpino Lettieri. A dire il vero è stata una bruttissima campagna elettorale. Fatta di insulti, provocazioni, scarsamente indicativi dei problemi enormi che la metropoli ha davanti. Lo stesso governatore della Campania, Vincenzo De Luca, ha deciso di entrare a gamba tesa nella vicenda elettorale, con giudizi sprezzanti. Il sindaco uscente parte in vantaggio, notevole in alcuni quartieri napoletani, ma lo sfidante non demorde. Fu così, con gli stessi protagonisti, nel precedente turno elettorale. Il Pd, come è noto, è uscito dalla competizione, lacerato dalla sua lotta intestina. A Caserta la partita è tutta da giocare, mentre vige un serrato controllo per evitare condizionamenti da parte dei poteri criminali che soffocano la realtà della Campania una volta Felix. Molto atteso il risultato del ballottaggio a Benevento, dove l’ex ministro Clemente Mastella non si è risparmiato nella sua complessa campagna elettorale. Solo a Salerno il primo turno aveva sentenziato la clamorosa e imponente vittoria del Pd. Ma la storia da raccontare per questa realtà meriterebbe spazi ampi. Vale la pena di ricordare solo il fatto che De Luca, dopo il trionfo, si è presentato subito all’incasso, facendo nominare assessore uno dei suoi pargoli. Cosa che ha fatto dire a Roberto Saviano che l’ex sindaco di Salerno si è comportato come Caligola che nominò il suo cavallo senatore. Accade anche questo nel Mezzogiorno familistico e clientelare.

edito dal Quotidiano del Sud

di Gianni Festa