Il voto per cambiare

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Le elezioni non solo politiche o amministrative ma anche quelle che riguardano temi specifici come il referendum inglese sulla permanenza in Europa o quello prossimo in Italia sulle riforme costituzionali stanno diventando sempre di più uno scontro che produce fratture. Giovani contro anziani, benestanti contro poveri, inclusi contro emarginati o immigrati. La lunga crisi economica ha insomma prodotto delle inevitabili divisioni che superando i vecchi steccati ideologici sono adesso difficili da ricomporre. E così chi si reca alle urne lo fa spesso per consumare una “vendetta” nei confronti di partiti, governi, istituzioni che ritiene colpevoli. Il voto come unica arma per cambiare le cose, per modificare le situazioni attuali. E così è possibile per movimenti anti sistema raggiungere cifre e consensi molto alti. I cinque stelle, ad esempio, in soli tre anni sono passati a Roma da circa 150mila voti ad oltre 700mila. Un balzo in avanti impensabile con i parametri della prima Repubblica dove anche piccoli scostamenti elettorali venivano registrati come grandi successi. Il motore di questi repentini cambiamenti è indubbiamente la rabbia degli esclusi, di chi vive oggi nelle periferie delle grandi città e ha un unico mezzo per farsi sentire: colpire i partiti al potere o più indistintamente l’Europa vista come matrigna e non come la “mamma” di ogni nazione. Gli egoismi e le paure fanno breccia sui ceti meno abbienti che vivono il disagio delle periferie urbane e temono l’arrivo degli immigrati visti come pericolosi concorrenti dal punto di vista occupazionale. L’Europa dovrebbe proteggere i suoi cittadini, le fasce deboli, i perdenti della globalizzazione ed invece non ci riesce e gli esclusi reagiscono nelle urne. In un mondo dunque sempre più in bilico si vota con la pancia e non con la testa. Quello che si è rotto è un patto generazionale e sociale che ha garantito tutti noi dal dopoguerra fino ad oggi. E’ rimasta pericolosamente sull’uscio la classe medio-bassa che più ha risentito degli effetti della crisi. Si spiega anche così il fenomeno sempre più in aumento in tutta Europa dei partiti nazionalisti come quello di Farage in Gran Bretagna o di Marine Le Pen in Francia oppure la nascita di soggetti politici nuovi che danno voce ai cosìdetti indignados come Podemos in Spagna. Per anni abbiamo sognato e immaginato un mondo multipolare e multiculturale ed invece i nostri confini si stanno stringendo. Come ha scritto Massimo Gramellini a restringerli è la generazione dei nostri padri quella dei Beatles e dei Rolling Stones che voleva cambiare il mondo e lo sta facendo ma nel senso che se lo è chiuso dietro le spalle a doppia mandata. E così quel mondo solidale costruito subito dopo la tragedia della seconda guerra mondiale è oggi diventato improvvisamente obsoleto. La novità è l’emergere dei radicalismi, delle scelte nette dei leader e non della mediazione dei partiti. La democrazia diretta sostituisce il Parlamento. Il referendum è il mezzo per ottenere la velocità nelle decisioni tipica dell’era dei social. Il linguaggio che accomuna è quello diretto anche se si corre il rischio di eccessiva semplificazione demagogica o di una banalizzazione anti politica. Quello che conta è saltare possibile compromesso e indirizzare l’elettore. Il pericolo è che aumentano le scelte individuali e diminuiscono quelle collettive. Non si vota insomma per il futuro ma per un eterno presente. Affossare quello che c’è disegnando un vago avvenire è certamente più facile che costruire. Si è aperto uno squarcio nelle nostre società che va chiuso in fretta. Contrastare il populismo violento e passionale è possibile ma a patto che si esca dalle sterili ricette di questi ultimi anni.
edito dal Quotidiano del Sud