Una nuova legge elettorale

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Finalmente se ne è accorto anche Renzi. La nuova legge elettorale (imposta con la fiducia ad un parlamento di nominati, illegittimo per incostituzionalità del Porcellum, e sull’onda del risultato delle europee) rischia di fargli perdere il referendum perché moltissimi elettori, combinandola con la Costituzione riformata, vi scorgono elementi di deriva autoritaria. Inoltre (ed è la ragione vera!) offre al M5S la possibilità di vincere il sicuro ballottaggio, come è successo nelle scorse amministrative diciannove volte su venti Comuni. Il bipartitismo in Italia non si è mai consolidato anche quando la DC e il PCI rappresentavano circa il 70% dell’elettorato. Da quarant’anni si parla di superare il bipartitismo imperfetto o il multipartitismo polarizzato, ipotizzando una possibile alternativa, come scriveva G. Galli in un suo fortunato saggio già nel 1975. Da allora, anche se le due forze predominanti, la DC e il PCI, non esistono più, si è dimostrato impossibile arrivare ad un sistema di bipartitismo ed anche il bipolarismo trova difficoltà. La realtà italiana, pluralistica per tradizione e cultura è oggi attestata in un marcato tripolarismo – già evidente quando è stata approvata la nuova legge elettorale al vaglio della Consulta che ha, opportunamente, rinviato l’esame a dopo il referendum. A Renzi, malgrado il pericolo cinque stelle, questa legge elettorale piace. Alla sinistra del suo partito, invece, non piace affatto (Speranza si dimise da Capo del gruppo per non votarla) e minaccia di votare no al Referendum. All’opposizione, di destra e di sinistra non piace, ed anche i grillini – che ne sono i possibili destinatari favoriti- hanno presentato una proposta di legge in Parlamento che prevede un sistema proporzionale puro con le preferenze. Renzi si è detto disponibile a discuterla ed in tal senso è passata alla Camera una mozione molto generica presentata dal PD, a condizione che lo voglia il Parlamento. Per lui, però, il principio di sapere la sera stessa chi ha vinto e chi governerà per l’intera legislatura, resta irrinunciabile. Su alcuni dettagli (premio alla coalizione e non alla lista, soglia di partecipazione) si può discutere. La governabilità come risultato di una legge elettorale e non della capacità di creare maggioranze idonee e condivise in Parlamento è un mantra frutto di una semplificazione della politica che non trova riscontri in altri paesi a noi affini per storia e tradizione. Del resto l’esperienza del Governo Berlusconi, forte di una maggioranza di ben cento seggi alla Camera e di cinquanta al Senato, caduto per dissidi interni della Casa delle libertà, è la prova che una maggioranza surrettizia spesso non funziona. Che la legge elettorale vada cambiata, lo sostengono tutti i partiti che, però, non concordano sul come. La sinistra Dem vorrebbe una rivisitazione del Mattarellum; Orfini e i giovani turchi un proporzionale alla greca con premio al partito più votato; il ministro Orlando un Italicum senza ballottaggio (vince il partito che prende più voti); Franceschini/ Alfano/ area popolare/ scelta civica, il ritorno alle coalizioni anche al 1° turno; altri il Provincellum, come si vota per le province; altri ancora il Sindaco d’Italia come per i comuni; Verdini il proporzionale; la sinistra italiana il proporzionale alla tedesca con sbarramento al 5%; la lega e Forza Italia vogliono semplicemente la caduta di Renzi. Come si vota nel resto d’Europa? In Germania vige un sistema proporzionale personalizzato con meccanismi di correzione con sbarramento al 5% e collegi uninominali: si esprimono due voti, uno al candidato ed uno alla lista di partito. In Spagna vi è il proporzionale alla Camera e il maggioritario al senato con liste bloccate e sbarramento del 3% a livello di circoscrizioni. In Francia sistema uninominale a doppio turno. In Inghilterra maggioritario per eccellenza su tanti collegi quanti sono i rappresentanti da eleggere a turno unico. Tutti questi sistemi garantiscono il massimo possibile di governabilità e la non eccessiva penalizzazione dei partiti minori. La nota comune è che nessuna legge elettorale è stata scritta da una maggioranza di governo a discapito dei partiti concorrenti. Noi siamo furbetti per tradizione e cerchiamo di far prevalere quasi sempre gli interessi di parte su quelli generali. Con queste premesse, difficilmente la legge elettorale verrà cambiata radicalmente se i Si dovessero prevalere al referendum. Anche per questa ragione bisognerebbe votare NO.
edito dal Quotidiano del Sud