Dove va il Partito Democratico?

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Il Partito democratico fu fondato il 14 ottobre 2007 con l’ambizione di lasciarsi alle spalle le tradizioni ideologiche del novecento per dar vita, come si legge nel “manifesto dei valori”, ad un “ampio campo riformista, europeista e di centro-sinistra” in collegamento con le principali forze socialiste, democratiche e progressiste europee. Vi confluirono sostanzialmente gli eredi delle due grandi famiglie politiche che si erano combattute aspramente in Italia per tutta la seconda metà del XIX secolo fino alla soglia del nuovo millennio: comunisti e democristiani. Era la rinuncia alle irriducibili differenze di cultura, ideali, etica pubblica, finanche stili di vita, nel nome di un pragmatismo ispirato a valori comuni: quelli provenienti dal Risorgimento e dalla Resistenza e condensati nella Costituzione. Non che la contrapposizione ideologica avesse solo nuociuto allo sviluppo del Paese: anzi, i primi decenni del secondo dopoguerra si ricordano come una fase di crescita economica impetuosa e di riforme sociali importanti: scuola, famiglia, previdenza, ordinamento regionale ed altro. Però le due grandi forze che si erano divise il campo erano giunte quasi esauste all’appuntamento con la postmodernità: il Pci (con i suoi eredi, Pds e Ds) gravato dal fallimento dell’ideologia comunista, la Democrazia cristiana indebolita dall’inaridimento della tradizione cattolico-democratica e dalla corruzione che aveva colpito lo Stato sociale. Il Psi che con Bettino Craxi aveva tentato di sventolare la bandiera del riformismo, cadde a sua volta per responsabilità interne ed esterne (ruberie e persecuzione giudiziaria). Fu così che il Partito democratico, che già nel nome aveva rinunciato a qualsiasi richiamo ideologico, fece proprio il programma riformista e si propose di aprire un nuovo canale di comunicazione con i ceti popolari e con la borghesia che erano stati il retroterra di Dc e Pci (entrambi partiti interclassisti), cercando una nuova legittimazione con lo strumento delle primarie, già sperimentato dall’Ulivo di Romano Prodi, che del Pd si poteva considerare l’antesignano. E in effetti le primarie che elessero segretario Veltroni nel 2007 (oltre 3 milioni e mezzo di partecipanti), e Bersani nel 2009 (poco più di tre milioni) registrarono una grande partecipazione, mai raggiunta da altri partiti italiani; ma in seguito, prima di Matteo Renzi, altri due segretari – Franceschini ed Epifani – furono eletti da strutture di partito, segno che il passato si stava di nuovo facendo sotto, reclamando un protagonismo che mal si conciliava con i propositi dei fondatori. Questa tentazione del ritorno al passato si fa sentire ancor di più oggi, con la crisi in cui il Partito democratico è precipitato nel momento in cui la sua vocazione riformista è messa alla prova; e siccome la contrapposizione non può più svolgersi secondo il vecchio schema ideologico comunismo-anticomunismo, ecco che si presenta come aspra personalizzazione dello scontro, mentre il richiamo alla legittimazione popolare delle riforme viene agitato in funzione antiparlamentare, secondo un paradigma che, forse inavvertitamente, è mutuato dalla tradizione della destra populista del primo novecento. Il primo a concentrare lo scontro su di sé è stato Matteo Renzi (“Se perdo il referendum vado a casa”), poi richiamato all’ordine dal presidente emerito Napolitano; ma nel suo caso la tentazione era quasi scontata, poiché l’altra faccia delle primarie, che l’hanno portato alla segreteria nel 2013 e subito dopo a palazzo Chigi, è comunque la verticalizzazione della gerarchia partitica e la personalizzazione della leadership, secondo una evoluzione comune a tutto l’Occidente democratico. Ora, nella polemica scatenata contro di lui dalla, o dalle, minoranze interne, è difficile distinguere quanto vi sia di critica politica ad una riforma costituzionale e ad una legge elettorale (entrambe votate dal parlamento e la seconda già dichiarata rivedibile) e quanto di contestazione ad una leadership non più riconosciuta legittima nell’esercizio se non nella fonte (le primarie). In un ben diverso contesto politico, dove la competizione elettorale sta assumendo caratteri di contrapposizione ancor più forti che in Italia, il candidato di sinistra alle primarie democratiche Bernie Sanders, vistosi sconfitto da Hillary Clinton, alla convenzione di Filadelfia ha contrattato i contenuti del programma del partito (e probabilmente contratterà anche sulla composizione della squadra di governo una volta vinte le elezioni, se così sarà), ma non ne ha messo in discussione la leadership. Per questo il Partito democratico Usa, pur diviso, riuscirà a superare la crisi, mentre il Pd italiano è ancora a metà del guado.
edito dal Quotidiano del Sud