Viva il lavoro Abbasso il lavoro

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Ha ancora un senso festeggiare il primo maggio? Si continua a ripetere stancamente un rito un po’ ipocritamente anche da parte dei sindacati a ricordare un lavoro che non c’è più e i diritti perduti in poco tempo, dopo averli conquistati in lunghi anni di lotte, morti e repressioni, anche a causa di una sinistra che ha scimmiottato la filosofia del mercato nella convinzione che risolvesse, di per se stesso, i problemi della ricchezza e della sua distribuzione facendone partecipi in tal modo i lavoratori. Così non è stato ed ora la stagione del lavoro è scomparsa dal vocabolario politico. La festa del lavoro è più che secolare: nacque in America, a Chicago, dopo violentissimi scontri con la polizia. In Europa fu ufficializzata nel 1889 dalla seconda internazionale e si tenne per la prima volta nell’anno successivo. Durante il fascismo fu sostituita dal Natale di Roma che si celebrava il 21 aprile. Fu ripresa nell’Italia uscita dalla lotta di liberazione e dal 1947 dichiarata festa nazionale. Dal 1990 si tiene a Roma, organizzato da CISL, CGIL e UIL un concerto nazionale. La Costituzione, all’art. 1 sancisce che la l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, e all’art. 4 che riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. La conquista dei diritti dei lavoratori è durata un secolo e le lotte operaie hanno prodotto ricchezza, sviluppo e progresso ai popoli e condizioni di vita dignitose ai lavoratori. In Italia, lo Statuto dei lavoratori con il “famigerato” art. 18 sulla licenziabilità (in aziende con più di 15 dipendenti) solo per giusta causa ha regolarizzato la materia con soddisfazione dei sindacati. La tutela del lavoro era ritenuta di interesse pubblico, costituendo i lavoratori la parte più debole rispetto ai datori di lavoro ed al capitale. I sindacati erano forti e condizionavano l’economia del Paese. Negli anni ’60 Luciano Lama, potente segretario della CGIL, arrivò a sostenere –anche se negli anni successivi si ricredette- che il salario costituiva la variabile indipendente del rapporto di lavoro. Poi, nel corso degli anni ottanta, cominciò la perdita dei diritti che si accentuò, fino alla perdita totale, con l’avvento della globalizzazione. La sinistra non fu estranea a a dare il proprio contributo. Nel 1984, con il governo Craxi, si soppresse il punto unico di contingenza e nel ’92 fu abolita la scala mobile. Nel ’97 il governo Prodi, ministro Treu, approvò il famoso pacchetto con il quale fu introdotta la flessibilità ed il lavoro interinale. Poi cominciò la deriva con Berlusconi e Tremonti, continuata con Renzi fino al Jobs Act, la soppressione dell’art. 18, la precarizzazione totale e i voucher soppressi solo sotto l’incalzare di un referendum. La finanziarizzazione dell’economia e la dipendenza della politica dall’alta finanza ha determinato la fine del lavoro, la perdita di ogni diritto e della stessa dignità dei lavoratori, in barba a tutti i principi di giustizia di valori costituzionali e della stessa carità cristiana. Il lavoro non ha più protezione alcuna ed in alcuni settori (vedi agricoltura in Puglia) si è arrivati a vere e proprie forme di schiavitù accertata dalla legge, e non solo a carico di lavoratori stranieri, la cui presenza ha scatenato una vera e propria guerra tra poveri. Anche nei paesi ex comunisti la schiavizzazione dei lavoratori ha sostituito la politica della loro iniziale valorizzazione: i cinesi vivono in fabbrica dove mangiano e dormono e, con questi metodi e i loro capitali stanno conquistando l’economia italiana e non solo. Oggi il lavoro vale zero e non solo quello manuale ma anche intellettuale con eccezione dei manager, pubblici e privati: Marchionne ha incassato, nel 2015, 54 milioni di euro; guadagna più di migliaia di suoi dipendenti. Gli altri guadagnano milioni all’anno anche se – come in Alitalia- hanno portato le aziende da loro dirette al fallimento. I contratti, oggi si fanno in perdita, cioè non per aumentare i salari e le tutele ma per diminuirle. I dipendenti di Alitalia si sono ribellati fino a far votare contro l’accordo dei sindacati, pur sapendo di andare incontro ad un fallimento certo dell’azienda. In questo clima non si capisce come si faccia a festeggiare e come anche i sindacati, come i partiti, abbiano perso ogni contatto con i lavoratori e con il resto del Paese che soffre. Questa globalizzazione, che produce miseria, disuguaglianze ed esclusione, non può essere inseguita dai partiti che si ispirano a principi che una volta erano considerati di sinistra. Molti economisti più avveduti hanno cominciato ad accorgersene.
edito dal Quotidiano del Sud