Una partita per quattro

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E’ appena iniziato, e durerà a lungo, il confronto fra il Pd di Matteo Renzi e i gruppi, i partiti, le liste in formazione alla sua sinistra, in vista delle elezioni politiche del prossimo anno. Ci sono otto-nove mesi di tempo per delineare un quadro politico che oggi appare tutt’altro che chiaro, e nel quale abbondano i protagonisti, ognuno dei quali portatore di un progetto e in qualche caso di un’aspirazione alla guida. Il segretario del partito democratico non fa mistero della sua voglia di tornare a palazzo Chigi, ma sa ovviamente che per raggiungere l’obiettivo deve vincere le elezioni, cosa che con le sue sole forze non riuscirà a fare. Cosa che con le sue sole forze non riuscirà a fare. Di qui la necessità di scendere a patti con i possibili alleati, naturalmente cedendo qualcosa se non sui principi almeno sulla tattica e sui programmi. E’ noto che Matteo Renzi non è, per sua natura, un mediatore: ha dato il meglio di sé quando ha avuto solidamente in mano partito e governo, e mal si adatta ad una situazione in cui è richiesta capacità di dialogo e di persuasione. Un altro protagonista di questa fase è Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano, proveniente dalla sinistra che una volta si definiva “radicale” (Democrazia proletaria, Rifondazione comunista, Sel), ma oggi schierato su posizioni più moderate; intenzionato, a quanto pare, a far da ponte fra una galassia di sinistra composita e pluralista (a volte indisciplinata) e il Pd, che resta un partito strutturato anche se indebolito dalle correnti interne che neppure ben due elezioni primarie nel giro di pochi anni hanno messo a tacere. Pisapia ha dato appuntamento ai suoi sostenitori per il primo luglio a piazza Santi Apostoli, dove aveva sede l’Ulivo prodiano, cardine di una stagione politica che oggi qualcuno vorrebbe riesumare nella convinzione che si potrebbe, come allora, convincere i grandi partiti a cedere la guida della coalizione ad un “uomo nuovo” estraneo agli apparati. Il primo a ritenere impercorribile questa strada è Romano Prodi, che era appunto l’uomo nuovo di allora. “L’Ulivo non torna”, ha sentenziato bruscamente; ma poi ha in qualche modo accettato di impegnarsi per ricucire i rapporti fra le diverse aree in competizione, senza naturalmente schierarsi né dalla parte di Renzi né da quella di Pisapia; e soprattutto, si direbbe, dei compagni di strada dell’ex sindaco di Milano, come Bersani, Speranza e forse lo steso D’Alema, che lo vorrebbero decisamente alternativo al segretario del Pd. Così, li ha visti entrambi, e ha cominciato a tessere al sua tela, con una punta di scetticismo, che ha sintetizzato in una dichiarazione riportata da “La Stampa”: “ Con Renzi è stato un incontro lungo e cordiale e idem con Pisapia. Bisogna lavorare per l’unità ma purtroppo c’è il rischio dello stallo totale se si continua nella logica per la quale uno immagina che comunque il presidente del Consiglio lo farà lui, mentre gli altri immaginano che Renzi mai e poi mai potrà assumere la guida del governo”. A questo punto, mentre è abbastanza chiaro quali siano le intenzioni e i progetti di Renzi, per capire dove vuole andare Pisapia e soprattutto su quali forze potrà contare, bisognerà aspettare il primo luglio. Renzi non andrà a Santi Apostoli, ma subito dopo il confronto fra i due si farà più serrato. Il quarto protagonista di questa estate politica è il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, salito a palazzo Chigi sei mesi fa alla guida di un esecutivo che inizialmente sembrava debole e provvisorio ma che col tempo si è irrobustito e, aiutato anche da una favorevole congiuntura economica e da buoni rapporti con l’Europa, ha guadagnato sul campo una sua credibilità fino al punto di diventare indispensabile. Il governo Gentiloni piace a Prodi, che viene consultato regolarmente sulla politica estera; a Pisapia (quattro senatori che si riconoscono nel suo movimento hanno votato la fiducia sulla manovra di bilancio compensando in parte la defezione degli scissionisti ed piddini); allo stesso Renzi che, anche se lo volesse, non potrebbe fargli lo sgambetto come fece tre anni fa con Enrico Letta. Quei tempi non torneranno più. La stagione che si è aperta all’insegna di un ritorno alle coalizioni, certificato dai risultati delle amministrative, richiede capacità di mediazione e duttilità. Gentiloni sembra attualmente il meglio attrezzato per la navigazione. Poi le elezioni diranno una parola definitiva.

edito dal Quotidiano del Sud