L’acqua è poca e la papera non galleggia

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Più ci penso, più resto basito. L’emergenza idrica, che sta mettendo in ginocchio buona parte dell’Irpinia, è sintomatica di un modo di fare che offende la dignità umana e il modello di sviluppo dell’intera provincia. Il dato emergenziale si coniuga con la mancanza di una seria programmazione di mezzi e con le risorse e della malapolitica che ha governato e governa alcune istituzioni. Lo abbiamo scritto e qui lo ribadiamo: la provincia che dispone di uno dei maggiori bacini acquiferi dell’Europa non è in grado di assicurare l’uso delle risorse ai propri abitanti. Un intero apparato produttivo è in crisi. A cominciare dalle industrie che devono fare necessariamente ricorso alla risorsa idrica, per finire alle piccole attività commerciali come ristoranti, agriturismi che avvertono pesantemente la drammatica situazione che si è venuta a creare. Per non dire dei cittadini che per soddisfare le esigenze primarie spesso sono costretti a ricorrere ai fontanini pubblici. Si è giunti a tanto dopo incredibili vicende che hanno consentito lo “scippo” delle sorgenti irpine, ma anche per l‘ inefficienza della gestione delle reti idriche comunali.

Nel primo caso lo “scippo” è avvenuto per silente complicità della regione Campania e della classe dirigente politica provinciale. Un po di storia non guasta. Siamo agli inizi degli anni Duemila. L’Acquedotto pugliese, che gestisce le acque dei monti irpini, da ente pubblico diventa privato. Fino ad allora le quote dell’Aqp sono nelle mani del ministero del tesoro. E’ questo il tempo del grande “innamoramento” di Silvio Berlusconi per il pugliese Raffaele Fitto. Ed è il cavaliere di Arcore ad omaggiare il pupillo nascente obbligando il ministero del tesoro a cedere le quote all’Aqp. Si riunisce un tavolo di concertazione. Sono chiamati a farne parte, oltre ai rappresentanti del ministero del Tesoro, le Regioni Puglia, Basilicata e Campania. Incredibilmente, dopo diverse riunioni, la Campania, governatore Bassolino, non si presenta. La spartizione riguarda allora solo la Puglia, che fa la parte del leone, e la Basilicata che ottiene, pretendendola, una sola quota. La classe dirigente politica irpina, alla stregua della Regione, è latitante. Qui si avvia un’altra trattativa tra il Comune di Caposele, detentore delle maggiori sorgenti, e l’Acquedotto pugliese. Da “proprietaria” della risorsa idrica Caposele e l’Irpinia diventano sudditi. La convenzione stabilisce un minimo di ristoro al Comune, ma allarga lo sfruttamento della risorsa con la costruzione di una seconda galleria (Pavoncelli bis). Danno e beffa? La risposta non può che essere positiva. E pensare che la risorsa idrica disseta l’intera Puglia, parte della Basilicata, giungendo, sia pure in parte minima, alla metropoli napoletana. Sin qui lo “scippo” che, stando a recenti dichiarazioni del sindaco di Caposele, non ci sarebbe stato. Tesi contrastata dalle associazioni locali di Caposele.

L’altra vicenda riguarda le reti idriche al servizio dei Comuni. Esse sono da decenni fatiscenti. In pratica, durante il percorso dalle sorgenti all’uso civico la quantità di acqua si dimezza. Alcuni esempi rilevati dai dati a disposizione dell’Ato sono eloquenti. Si va da una pardita che sfiora il 70 per cento ad una media che si attesta sul 50 per cento. Ci si chiede: che fine hanno fatto i finanziamenti erogati ? Qui subentra l’Alto Calore servizi che gestito da un consiglio di amministrazione, presidente Raffaele De Stefano, ha il compito, tra gli altri, di monitorare le condotte d’acqua e di intervenire laddove necessario. Ma è proprio così? Anche qui il ricorso alla memoria è utile per capire il presente. Il Consorzio idrico Alto Calore nasce negli anni del dopoguerra per volontà di Fiorentino Sullo, politico di razza, tra i fondatori della Dc, più volte ministro della Repubblica, anche negli anni roventi del 1968. Egli riteneva che lo sfruttamento intelligente delle sorgenti acquifere dei monti irpini potesse cambiare la storia di miseria, di emarginazione e di sudditanza delle popolazioni irpine. Per dirla in breve, l’acqua avrebbe potuto rappresentare l’oro bianco per lo sviluppo del Mezzogiorno. Tesi sostenuta, peraltro, anche dall’onorevole Indelli che si prodigò molto affinché questa operazione riuscisse. Per la verità storica anche Guido Dorso, il meridionalista nato ad Avellino, e Nicola Vella di Monteverde, sindaco della sinistra a Lacedonia, avevano dibattuto il problema dell’utilizzo dell’acqua-risorsa con più interventi sulla stampa. In partenza i propositi del Consorzio idrico Alto Calore si dimostrarono di grande utilità, grazie anche alle gestioni oculate dei suoi amministratori. Erano gli anni in cui la Cassa per il Mezzogiorno era fortemente impegnata nelle opere di infrastrutturazione per lo sviluppo del Sud. Con il passare del tempo, e con la disoccupazione ai massimi livelli, il Consorzio cambiò la sua natura, fino a diventare un carrozzone clientelare a servizio della malapolitica. Da qui appalti sospetti, assunzioni clientelari a tutto spiano, un circolo vizioso di consulenze tra gli amici degli amici. Un politico, tuttora in Parlamento, era riuscito a presentare ben tre fatture per consulenza in un solo giorno, subito liquidate. I presidenti cambiavano e si rinnovava, e si rinnova, anche la platea delle consulenze. In realtà, in meno di un decennio, l’Alto Calore ormai boccheggiante per gli sprechi e le clientele, s’indebita per centinaia di milioni di euro, rischiando il fallimento. E la programmazione per il rifacimento delle reti idriche? Neanche a pensarci. Insomma, per dirla con un proverbio: l’acqua scorre, ma la papera non galleggia. Galleggia, e come, la malapolitica che si attrezza a gestire la nuova fase dell‘uso delle risorse idriche, con la costituzione dell’Ente idrico regionale e il bando per lo sfruttamento delle sorgenti. Stavolta la Regione c’è. Le nomine al vertice hanno il sapore del vecchio clientelismo. La battaglia si sposta sulla nomina dei vertici amministrativi del nuovo ente. E il bando pubblico? Nasce il termine “aggregazione”. Riappare l’Aqp, c’è anche Caltagirone, mentre l’Alto Calore (che non ha i titoli sufficienti per partecipare al bando) ancora una volta si inginocchia ai potenti. Scusate, ma l’acqua che non arriva nei rubinetti, che si perde, che manca per la rottura di una pompa di sollevamento? Perché discuterne proprio ora che la battaglia politica è in corso e gli interessi miliardari bussano alla porta? Le illusioni di Dorso, Sullo, Indelli, Russo e altri pensatori illuminati che avevano sollevato il problema dello sfruttamento dell’acqua per il bene comune? Solo roba da ingenui in questa vicenda nella quale solo il potere per il potere conta e la speculazione è dietro l’angolo. Della serie: moralità perduta, legalità annegata. Ma fino a quando?
edito dal Quotidiano del Sud

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di Gianni Festa