Meleagro, l’eroe ritrovato del Museo Irpino 

0
1369

Una statua imponente di marmo bianco, lievemente ingiallito, si erge tra molteplici reperti litici e di diverse tipologie, disposti lungo il corridoio del Museo irpino, entrando a sinistra, che termina all’ingresso della sala VI , ove è esposta la suppellettile archeologica degli scavi di Aeclanum. Si tratta di una statua in nudità eroica, mutila di varie sue componenti, sostenuta da un plinto di cemento, appositamente studiato ed adattato a suo tempo. Il singolare reperto, nonostante le sue lacune, poiché privo della testa, delle braccia e degli arti inferiori, affascina, particolarmente per la sua bellezza virile, per l’esecuzione raffinata del torso e di qualche componente superstite del suo corpo che, con un pizzico di fantasia, si potrebbe immaginare raffigurante qualche personaggio del mondo della mitologia, proprio per quella particolare nudità che è il modo ideale di rappresentare la divinità, o eroi, o atleti che, per le loro virtù, potevano elevarsi al livello di divinità. Il reperto in esame, appositamente collocato all’ingresso della sala di Aeclanum da dove, appunto, proviene, in seguito allo scavo di Oscar Onorato, effettuato negli anni “60, viene quasi menomato nella sua singolarità scultorea, eseguito accuratamente in copia da originale greco del IV sec. a.C., perché considerato anonimo, e distinto con una generica didascalia affissa sul plinto che lo sostiene: “Torso virile da originale greco”. Certo, ad un monumento di questo genere che presenta difficoltà interpretative per le sue evidenti lacune, purtroppo, è audace dare una connotazione, rendendolo così un personaggio vivo, appartenente al mondo della mitologia o della storia. Poco distante, invece, da questo anonimo reperto marmoreo, quasi vicino alla sala di Aeclanum da dove egualmente proviene, primeggia la statua di un Niobide, anch’essa in marmo che, come è noto, per la superbia della madre Niobe fu sacrificato e morì insieme a tutti i fratelli. Il mito fu ampiamente diffuso nell’arte e nella letteratura del mondo antico e ad esso si ispirarono le tragedie di Eschilo e di Sofocle, ormai perdute. Il Niobide, spontaneamente attira il visitatore per la sua integrità anatomica e per la sua ben nota triste vicenda mitologica. Il “torso virile”, invece, resta un pezzo negletto, in scarsa considerazione, proprio per la sua situazione di personaggio anonimo, senza storia, eccetto all’occhio della persona competente in grado di leggere la perizia della sua realizzazione, inquadrandolo nel contesto storico-artistico della classicità, nel mondo reale o della mitologia. Eseguito, probabilmente, da qualche artista locale eclanese sul modello di un’opera di Skopas, poiché il complesso anatomico superstite è improntato all’arte e allo stile skopadeo, senza dubbio fu realizzato nel periodo di maggiore sviluppo urbanistico e artistico della colonia e, cioè, al tempo degli imperatori Traiano, Adriano, Antonino Pio, 98-161 d.C. Fu appunto in questo periodo particolarmente proficuo che la Colonia Aelia Augusta Aeclanumsi arricchì di notevoli edifici, sia pubblici, tra cui le terme, che privati, che necessitavano per il loro abbellimento di pitture parietali, pavimenti a mosaico, busti o statue del mondo reale, o della mitologia e di altri materiali ornamentali. Perciò, in questo periodo si sviluppò un particolare artigianato artistico con ateliers specializzati in grado di competere con artisti greci che operavano nel bacino del mediterraneo e nelle colonie magno-greche. Accanto al Niobide che è il simbolo, tra l’altro, della grandezza e della operosità artistico- artigianale di Aeclanum, occorre aggiungere il “torso virile” anonimo che, anch’esso scaturisce dal mondo della mitologia greca, assumendo, secondo il mio parere, che non è certamente assoluto, i connotati di Meleagro, il mitico eroe dell’Etolia, attribuito a Skopas alla metà del IV sec. a.C. Il copista eclanese, nell’eseguire l’opera, rigidamente si è attenuto ai canoni dello stile di Skopas, creando un notevole modello scultoreo da considerarsi un unicum in ambiente sannita-romanizzato. Il Meleagro eclanese, nel Museo irpino, il mitico eroe di Caledonia, ritrovato, prendendo a modello la copia conservata nei Musei vaticani, sala degli animali, così doveva presentarsi originariamente, collocato in qualche edificio pubblico di Aeclanum, probabilmente nelle terme (mancano i dati dello scavo), prima che la furia vandalica ne deturpasse le sembianze per il gusto della damnatio memoriae. Attualmente, sul torso, si conserva parte della clamide panneggiata, avvolta intorno al collo, che cade sulle spalle; originariamente, unlembodi questoindumentosistaccava dalla spalla destra e avvolgeva il braccio destro, terminando a ventaglio. Sempre sulla destra, alla base, vi era la testa del cinghiale di Caledone, lambita dalla punta della clamide. Alla sua sinistra, accostato alla gamba, assiso, con la testa verso l’alto, vi era il cane con la bocca semiaperta in atto di abbaiare, forse, per annunziare la fine della caccia. La testa del Meleagro eclanese, strappata dal suo contesto, probabilmente richiamava la testa di Alessandro Magno e, secondo la tesi di alcuni studiosi, tra le sculture decoranti l’hereoon, l’eroe è stato riconosciuto,appunto, in una testa di derivazione scopadea di aspetto bello e giovanile, non dissimile da quella del principe macedone. Stabilite sommariamente così le sembianze del “torso virile “del Museo irpino che, probabilmente, si Identifica, come testè accennato, in Meleagro, è opportuno raccontare brevemente la storia di questa figura della mitologia greca, seguendo la versione di Ovidio nelle Metamorfosi: Ovid. Met. 8, 267, seg. Un’estate, Eneo, padre di Meleagro e re di Caledonia, mentre faceva delle offerte agli dei, dimenticò di sacrificare a Diana, protettrice della regione. La dea, adirata, per vendicarsi, mandò un enorme cinghiale a devastare i possedimenti reali. Meleagro partì con alcuni compagni per dare la caccia all’anima – le. La prima a colpire il cinghiale fu la bella Atalanta, vergine cacciatrice, amata da Meleagro che le offrì la pelle e la testa dell’anima – le. Gli altri cacciatori, perché il trofeo era stato dato a una donna, si avventarono contro di lei e glielo sottrassero con la violenza.Meleagro, adirato per l’accaduto, uccise Plesippo e Tosseo, i due fratelli della madre Altea che avevano partecipato alla caccia; questo provocò la sua morte. Alla sua nascita, infatti, le tre Parche (Clio che teneva la conocchia, Lachesi filava, Atropo tagliava il filo della vita), avevano predetto che la sua vita non sarebbe durata più a lungo del tizzone che bruciava in quell’istante nel focolare. Fino a quel momento Altea aveva custodito il tizzone, ma quando udì della morte dei fratelli, lo gettò di nuovo nelle fiamme e Meleagro deperì poco a poco fino a morire. Il mito di Meleagro, di origine antichissima è contornato da altri avvenimenti narrati anche da Omero e Bacchilide. Inoltre, tra i vari autori, Diodoro Siculo riferisce che l’eroe partecipò all’impresa degli Argonauti per la conquista del vello d’oro. Senofonte lo ricorda fra i discepoli di Chirone, il più sapiente dei Centauri. Stesicoro lo menziona quale vincitore della gara del giavellotto nei giochi funebri di Pelia, mitico re di Iolco, in Tessaglia. Eschilo nelle Coefere e Bacchilide nell’Epinicio V narrano che Eracle, sceso negli inferi, incontra Meleagro e, commosso dalla sua storia, decide di sposare la sorella Deianira. Questa in sintesi è la storia del mitico eroe di Caledonia il cui nome risalta anchea Pompeidoveesiste la casa diMeleagro,cosidenominata, poiché in essa, all’ingresso, a sinistra, vi è una pittura, ormai quasi evanida che raffigura l’eroe, seduto a sinistra, in compagnia di Atalanta, in piedi a destra. Sempre a Pompei, nella casa del Centauro vi è un’al – tra pittura murale che evidenzia Meleagro, seduto con due lance nella mano sinistra e lo sguardo rivolto verso Atalanta in piedi che regge la faretra sulle spalle. Ciò dimostra quanto il mito fosse diffuso in ambiente italico-romano, affascinando artisti e scrittori, anche a seguito delle Metamorfosi di Ovidio che, tra l’altro, incentivarono una serie di numerose riproduzioni, permettendo di ricostruire nelle linee essenziali l’originale perduto del grande Maestro Skopas.

Di Consalvo Grella pubblicato il 08/06/2014 sul Quotidiano del Sud