Ma il Pd è partito di governo 

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La leadership Pd sembra aver abdicato alle sue responsabilità di partito di maggioranza relativa e di guida dell’esecutivo nei due più importanti casi politico-istituzionali degli ultimi tempi, Bankitalia e referendum in Lombardia e Veneto. Fino a farci legittimamente chiedere se sia un vero partito ‘di’ governo o semplicemente un partito ‘al’ governo. Nel primo caso Renzi ha commesso una forte “sgrammaticatura istituzionale”, come direbbero i costituzionalisti. Ha indebolito l’immagine e leso il prestigio anche internazionale della Banca d’Italia, dando l’impressione di volerla assoggettare o di volersi addirittura vendicare. E la mozione parlamentare del pd, alla faccia della divisione dei poteri, è stata curata da un esponente del governo cui era diretto, la Boschi, peraltro in pieno conflitto di interessi! Renzi ha poi creato una vistosa crepa nei rapporti tra il partito che guida il governo e l’esecutivo. E, nel sottolineare che tra i poteri forti e i risparmiatori lui e il pd sono con i risparmiatori, ha accusato indirettamente il governo di essere dalla parte dell’establishment.

Questa disinvolta manovra pre-elettorale ha provocato un cortocircuito istituzionale! E si è risolta in un tentativo azzardatissimo di fare del Pd un partito di lotta e di governo. Il pd è inserito in tutti i gangli dello Stato e del sottogoverno e i cittadini lo identificano con l’esecutivo e le sue posizioni.In effetti, mai nella storia parlamentare italiana si era vista un partito di maggioranza relativa entrare così a gamba tesa nella complessa procedura di rinnovo delle cariche di una istituzione indpendente. E non solo per una questiono di metodo, ma di sostanza. Il maggior partito di governo e “di sistema” non può abdicare alle sue responsabilità e scagliarsi a testa bassa contro un governatore in carica, senza una adeguata valutazione delle conseguenze politico-istituzionali!

Le regole impongono comunque il rispetto delle competenze. E la prudenza politica avrebbe richiesto la pubblica difesa di Bankitalia e la ricerca di soluzioni concertate compatibili con il suo prestigio. Comunque non sarà facile per Renzi far dimenticare le sue responsabilità politiche. Nelle crisi di alcuni istituti è apparsa vistosamente l’influenza degli esponenti più in vista della sua componente e dei loro parenti. E il suo governo ha approvato la norma che ha privato i risparmiatori della possibilità di adire la via giudiziaria, costringendoli a quella di lunghissimi e incerti arbitrati. Ancora «più grave, e gravida di conseguenze, la non-scelta della leadership renziana a proposito della maggiore autonomia della Lombardia e del Veneto (non Lombardo-Veneto: ciascuna delle due regioni non riconoscerebbe all’altra la primogenitura o la leadership). Un tale cammino istituzionale è certamente previsto dalla Costituzione, ma sarà da riempire di contenuti e di soluzioni, anche inesplorate o imprevedibili. Da parte del Pd, esserci andato in ordine sparso è stata una scelta opportunistica di basso profilo. E un segno di debolezza. Il rischio è che uno dei passaggi istituzionali più delicati dei prossimi anni possa trasformarsi – per mancanza di capacità di governo – in una esplosione centrifuga dall’unità nazionale. O nella solita, irresponsabile mascherata all’italiana.

Già se ne intravedono i sintomi. La Lega alza la voce, guardando allo statuto speciale. Berlusconi fa balenare pari possibilità per tutte le regioni. Soprattutto sul terreno del ritorno sul territorio della tassazione sarà una difficile partita. Una cosa che mette in forse gli inderogabili doveri di solidarietà. E rischia di minare la stessa unità nazionale Su tutto questo come fa un partito di maggioranza a non assumere alcuna posizione chiara?

di Erio Matteo edito dal Quotidiano del Sud