Parlamento senza maggioranza 

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L’avvio stentato della legislatura restituisce la fotografia di un parlamento senza maggioranza e di forze politiche che con fretta eccessiva si sono autoproclamate vincitrici assolute della contesa elettorale. Per due settimane prima l’uno – Salvini – poi l’altro –Di Maio – dei presunti trionfatori si è presentato baldanzosamente sul proscenio convinto di avere in mano il bandolo della matassa e di poterlo dimostrare a tutti; ma ieri le ambizioni egemoniche di entrambi si sono scontrate con un muro di schede bianche.

E’ altamente probabile che l’impasse verrà superato nel week end, forse già oggi e magari individuando altri candidati rispetto alla prima scelta, ma ciò potrà avvenire solo al costo di un realistico bagno di umiltà di chi si era affrettato a rivendicare una leadership solo virtuale. Si è visto chiaramente, nelle prime votazioni dei due rami del parlamento, che la partita non può essere limitata ai soli protagonisti premiati dal voto: il gioco deve essere allargato ad altri. Berlusconi è stato abile ad appagare l’ambizione di Salvini autorizzandolo ad esplorare il terreno con i Cinque stelle, ma ha subito fatto capire che il mandato era condizionato al soddisfacimento delle aspirazioni di Forza Italia, non meno legittime di quelle della Lega. In questo calcolo i voti contano, ma solo fino a un certo punto, tanto più che i numeri non sono assoluti: se Salvini vuole guidare un governo di coalizione deve accreditarsi, oltre che col Quirinale, in Europa e oltre Atlantico, e non gli basta un’ora di colloquio con l’ambasciatore americano a palazzo Margherita, per non parlare della persistente diffidenza di Bruxelles, dove il leader leghista è ben conosciuto e non gode di generale apprezzamento. E quando è stato Di Maio a tentare il colpo, gli uomini di Forza Italia gli hanno scodellato davanti l’indigeribile pietanza del riconoscimento politico dell’odiato “psiconano”. Merita una segnalazione la fotografia scattata dal presidente emerito Napolitano nel discorso rivolto ai senatori, forse fuori etichetta visto che il Senato era costituito quasi in seggio elettorale, ma certamente denso di contenuto. Tre elementi complementari spiccano nell’intervento: le elezioni del 4 marzo hanno determinato “un netto spartiacque” a vantaggio di Lega e Cinque stelle che oggi sono oggettivamente “candidati a governare il Paese”; il Pd, sconfitto, è destinato all’opposizione; ma è un “dato obiettivo” che nessuna delle forze politiche premiate dagli elettori può rivendicare di avere la maggioranza. E allora? Logica vorrebbe che chi vuol prevalere cerchi alleanze fino ad includere uno almeno dei perdenti: o Forza Italia o il Pd, e se non si riuscirà a farlo per la nomina delle principali cariche istituzionali di garanzia, tanto meno sarà possibile raggiungere l’obiettivo quando si tratterà, subito dopo, di individuare una maggioranza e varare un governo di coalizione. Si vedrà come andrà a finire il primo tempo dello scontro. Intanto, per seguire la metafora del presidente Napolitano, se si vuole evitare che un possibile riflusso deluda l’ampia e appassionata partecipazione popolare al voto, occorre che tutti, vincitori e vinti, diano prova di fantasia e insieme di realismo. Per il Pd, finora vittima della propria “autoesaltazione”, potrebbe essere l’occasione per rientrare in partita: il muro contro muro fra Lega e Forza Italia potrebbe rendere indispensabili i suoi voti; oggi per le due presidenze, domani chissà.

di Guido Bossa edito dal Quotidiano del Sud