L’inizio della terza Repubblica 

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L’elezione dei presidenti delle due Camere ha dato ufficialmente l’avvio alla terza repubblica con l’elezione della prima donna alla presidenza del Senato e di un esponente del M5S a quella della Camera. Renzi, semplice senatore di Scandicci, ha ascoltato in silenzio i rimbrotti del vecchio Napolitano che stigmatizzava la sua sconfitta, trascinandosi dietro quella del PD e confinandolo alla marginalità. Berlusconi, assente per ineleggibilità, pensava di poter continuare a dare le carte da palazzo Grazioli.

Non si è reso conto che non è più il leader del centro destra e che il M5S, essenziale per qualsiasi tipo di accordo, trattava con Salvini, e non avrebbe mai votato un condannato per peculato alla seconda carica dello Stato. Il suo declino appare irreversibile e definitivo e non si vedono resurrezioni in giro e l’età, come dice un detto popolare, è carogna. Ora le carte le danno Di Maio e Salvini, i vincitori delle elezioni e i futuri protagonisti della terza repubblica. Di Maio si appresta a inglobare i delusi del PD se il partito non farà una virata a 360° e non ritrova i valori della sinistra. Salvini si prepara a scalzare Berlusconi per ereditarne la leadership e i voti. Il Pd e F.I hanno bisogno di tempo per curarsi le ferite e riorganizzarsi, anche scomponendosi ed in parte omologandosi.

La Lega e il M5S, invece, hanno il vento in poppa e si accingono a sfruttare il momento favorevole. Se Renzi resta nel PD con desideri di rinascita e di rivincita, connaturati al sua carattere, i tempi della crisi del partito si allungheranno. Se Berlusconi continuerà ad agire come se fosse ancora nella seconda repubblica più per curare i suoi interessi che per il bene del Paese, l’Opa di Salvini sul partito avrà successo. A meno di un colpo d’ala e di clamorose sorprese lo scenario si adeguerà al nuovo corso dei Salvini e dei Di Maio. Questi, a loro volta, dovranno fare chiarezza al loro interno, procedendo il primo a chiarire definitivamente i suoi rapporti con l’Europa, nel senso se vuol continuare a posizionarsi sulle scelte lepeniste e sovraniste o avvicinarsi alle posizioni liberal democratiche di Forza Italia; il secondo a completare la trasformazione del movimento in un normale partito politico abbandonando il populismo eccessivo nella considerazione che per governare si devono ricercare equilibri e mediazione di interessi.

In virtù di queste considerazioni e per la oggettiva difficoltà di poter trarre da due progetti, sostanzialmente opposti, un accordo duraturo di governo Di Maio e Salvini non sottovalutano la possibilità di andare al più presto a nuove elezioni. In ogni caso è assolutamente prioritario che si metta mano, fin da subito, ad una nuova legge elettorale che sostituisca questo scempio del Rosatellum, causa non ultima della sconfitta del PD renziano. Salvini e Di Maio hanno i numeri per confezionarsela a loro proprio utilie; ma sbaglierebbero e non farebbero cosa utile al Paese facendoci ritornare d’un tratto nella seconda Repubblica dove le diverse maggioranze si sono fatte ognuna la sua legge in barba ad ogni regola morale, giuridica e perfino scrivendola male. La nuova legge elettorale dovrebbe garantire il pluralismo e nello stesso tempo restituire agli elettori il diritto di scegliere i propri rappresentanti e, non da ultimo, di garantire la governabilità. Gli esempi degli altri paese europei ci sono di aiuto: basterebbe non “italianizzarli” molto. Il doppio turno alla francese, con collegi uninominali piccoli, funziona.

Anche il Mattarellum ha funzionato. Non si vede perché non si possa fare, al di là delle bufale di personaggi improponibili, sprovveduti e poco dotati come i vari Rosato, anche da noi una legge che garantisca tutti e funzioni. Alcuni propongono correzioni al Rosatellum che vanno dall’introduzione del voto disgiunto tra liste ed uninominale, all’istituzione delle preferenze, al voto proporzionale per l’uninominale, al numero dei candidati al plurinominale pari al numero dei seggi, al divieto delle liste civette (chi ha meno del 3% non va in Parlamento e non viene conteggiato), no al premio di maggioranza, aumento del numero dei collegi non superiori a 100/150 mila abitanti. Le soluzioni possibili sono molte, importante e che vadano nella direzione della rappresentanza e della governabilità. La nuova legge dovrebbe essere discussa e formata in parlamento e non imposta a scatola chiusa e a colpi di fiducia. Saranno capaci Di Maio e Salvini di fare questo? Se lo faranno potranno accreditarsi come esponenti di una nuova classe politica che ha il senso dello Stato.

di Nino lanzetta edito dal Quotidiano del Sud