Le lacrime dei tifosi dell’Avellino

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Le lacrime dei tifosi dell’Avellino in un pomeriggio di caldo torrido a Roma sono molto simili a quelle di chi trent’anni fa pianse a San Siro il 15 maggio del 1988 quando gli irpini dicono addio alla serie A. Allora la retrocessione più dolorosa avvenne sul campo adesso condannati all’irrilevanza calcistica da un Tribunale sportivo. Che tristezza. E’ la seconda volta in meno di dieci anni. E’ la spia che qualcosa non funziona e non da oggi. La crisi parte da più lontano. Una provincia che ha vissuto e vive di calcio che si identifica con il pallone rotola sempre più giù.  Oggi il calcio è molto diverso rispetto al passato. Ci vogliono tanti soldi e una accurata programmazione. Ad Avellino negli ultimi anni sono mancati entrambi questi ingredienti. Eppure il presidente Taccone è riuscito nell’impresa di riportare rapidamente i “lupi” in serie B e in questa categoria ci siamo stati sei anni consecutivi. Un piccolo miracolo dopo le stagioni in serie A.  Ma se le case non hanno basi solide sono destinate a crollare.  Avellino e l’Irpinia vivono di ricordi e si galleggia nella nostalgia. Presente e futuro si rincorrono senza una vera prospettiva. Sono state settimane difficili e travagliate e quando ci si sveglia dopo un brutto sogno si fa fatica a mettere a fuoco la realtà. Quando l’Avellino è stato in serie A, ha giocato nel massimo campionato un’intera provincia, la sua politica, la sua economia, la sua società. E così ora è un’intera comunità a dire addio o speriamo arrivederci (Tar permettendo)  al calcio che conta. Viviamo aggrappati ai ricordi.  Chi li ha vissuti ripensa ai gol di De Ponti, Juary, Diaz e Barbadillo, alle parate di Piotti e Tacconi, alla classe di Lombardi, Vignola, Colomba e Dirceu tutti con il numero dieci sulle spalle. Ad una difesa dove giganteggiavano Cattaneo, Di Somma e Favero. Allenatori vulcanici come Vinicio o tranquilli come Marchesi il primo mister degli irpini in serie A. Ricordi che si intrecciano come fili invisibili. Le urla e la gioia di tanta gente che considerava e considera il Partenio una seconda casa. Gol che sono serviti a ridare dignità e speranza ad una popolazione abituata alle sofferenze e alle privazioni.  Salvezze conquistate in anni tragici come quelli del terremoto e della penalizzazione dopo il calcio scommesse. E’ davvero brutto pensare che un giorno così triste arriva a distanza di quarant’anni dalla promozione in serie A.  Nel luglio del ’78 l’intera provincia era colorata di verde. Tutti aspettavano di vedere dal vivo i grandi squadroni del Nord, il derby con il Napoli.  L’Avellino perde le prime tre partite di campionato, la prima vittoria in serie A è del 22 ottobre del ’78 in casa contro il Verona. Al Partenio perdono sia il Milan che l’Inter ed è indimenticabile il 3-3 in casa della Juventus. Oggi che tutto questo è consegnato alla storia resta solo la drammatica cronaca sportiva. Cadere nuovamente nella polvere è un’amarezza troppo grande ma sempre ci si può rialzare.  Quando nel ’78 l’Avellino viene promosso in serie A si apre anche lo stabilimento Fiat in Valle Ufita. Il primo direttore si chiama Pavich e rilascia un’intervista al Mattino che letta oggi è di grande speranza “questa – dice – è gente che dal primo momento ha mostrato un orgoglio smisurato, ha dimostrato la propria volontà di non essere diversa. Non solo nel calcio vuole essere di serie A. E’ gente che ha sempre conosciuto la fatica, mai l’arte di arrangiarsi”. Ecco per tornare protagonista questa città e questa provincia dovrebbero partire da queste parole. Dimenticare l’improvvisazione e il pressapochismo e tornare a programmare.

Andrea Covatta