La fuga dal Sud

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           Siamo a ferragosto e il sud pullula di turisti. Le spiagge sono affollate, gli alberghi pieni, molte case riaperte per il ritorno dei paesani, che negli anni si sono allontanati ed hanno trovato lavoro e sistemazione al Centro Nord e in Europa. Si susseguono le fiere, le sagre, le feste patronali, gli spettacoli di ogni genere. Ma agosto dura poco, poi inizia il grande rientro e i paesi si spopolano, i vecchi, che diminuiscono di anno in anno, riconquistano le piazze e i giovani riprendono il cammino della speranza, in cerca di un lavoro che qui non trovano. Anche quest’anno il rapporto Svimez, con le sue crude statistiche, è impietoso e fotografa una realtà che sembra irrimediabilmente votata al peggio. Negli ultimi 16 anni quasi un milione di giovani al di sotto dei 35 anni sono andati via. Per loro la terra di origine continua ad essere matrigna. Il sud cresce poco e male; aumenta il lavoro precario, crescono il disagio sociale e la povertà. In Campania, dove il tasso di sviluppo (+1,8%) è tra il più alto delle regioni meridionali non riduce il differenziale con il centro nord e meno che mai con i paesi europei; non migliora la vivibilità e l’occupazione è sempre più debole, precaria e mal pagata. Crescono i lavoratori poveri, sempre più sfruttati ed emarginati. Gli stranieri sono emarginati ed in Puglia (nella raccolta dei pomodori), vivono come schiavi a due euro all’ora, e muoiono sotto il sole o in furgoni assiepati come sardine, sfruttati da un caporalato che esiste da più di mezzo secolo e non si riesce a scalfirlo. I servizi pubblici, soprattutto per gli anziani, i bambini e i diversamente abili, sono carenti. Negli ospedali si chiudono interi reparti e i Pronti soccorsi sono indegni di un paese civile. Ma quello che è più grave è che diminuiscono gli investimenti pubblici (che al Nord aumentano) determinando quella situazione di emergenza sociale che si vive in Campania.            La questione meridionale si ripete stancamente nelle analisi e nei commenti di opinionisti ed economisti ed un nuovo meridionalismo, che indaghi più sulle cause endogene e sui modi di superarli senza attendersi molto da aiuti esterni o rimedi come Ministeri per il sud o per le aree interne, progetti pilota o istituzioni di nuove province o altri carrozzoni, stenta a farsi avanti e, purtroppo, la stagione dei sindaci è finita da tempo. Il sud sta morendo per colpa di una classe politica cialtrona, autoreferente, spesso corrotta e in parte collusa con i poteri criminali. Basta vedere come è stata violentata e inquinata irrimediabilmente la terra dei fuochi nella colpevole assenza o collusione della politica con l’economia camorrista e nell’indifferenza della popolazione. Si è tollerato e si è lasciato fare ed ora che è diventata terra di tumori si protesta invano. La politica non cambia registro né metodo e si va avanti con il clientelismo di sempre. L’ultima legge di bilancio regionale, approvata nelle scorse settimane, elargisce una pioggia di piccoli finanziamenti a tutti gli amici degli amici, financo ai portatori di parrucche e associazioni varie, senza una visione strategica di sviluppo. Eppure avrebbero dovuto concentrare tutte le risorse, compresi i fondi europei, sulle due emergenze che sono la lavorazione e lo smaltimento dei milioni di balle di “monnezza” che sono seminate in buona parte del territorio, con la creazione di strutture adeguate e tecnologicamente sicure che avrebbero creato occupazione e sviluppo oltre che risanato un ambiente devastato. L’altra emergenza è lo spopolamento di interi paesi delle zone interne che, invece, si sarebbero dovute ripopolare con gli immigranti, utilizzandoli per la coltivazione di terreni incolti che abbondano come le innumerevoli abitazioni vuote.                                                       Invece zero assoluto e la gente, abituata a convivere con l’intrallazzo e il clientelismo fin dai tempi dal laurismo e della dominazione dei Gava, continua a tollerare rifugiandosi in una ancestrale filosofia della vita senza impulsi o moti di ribellione che in passato si sono manifestate nella rivolta di Masaniello e oggi nel grillismo. E’ la filosofia del popolo napoletano che Raffaele La Capria chiamava “napolitudine” caratteristica del napoletano medio che consiste nell’arte di arrangiarsi con mille mestieri nell’economia dei vicoli, nel degrado sociale, nell’illegalità diffusa, nell’emarginazione sociale. E’ la “plebe” descritta da Giorgio Bocca nel suo “Inferno”. E’ il popolo dei vinti come lo descrive Curzio Malaparte ne “La pelle” per il quale ha ammirazione: “Non so quale sia più difficile, se il mestiere del vinto o quello del vincitore. Ma una cosa so certamente, che il valore umano dei vinti è superiore a quello dei vincitori.”

NINO LANZETTA